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Medio Oriente

Il Libano tra spinte conservatrici e nuovi rapporti di forza

9 Giu 2008 - Carlo Calia - Carlo Calia

Due schieramenti si sono confrontati in Libano per 18 mesi, rimanendo però nel solo campo politico. L’azione violenta degli Hezbollah alla fine di maggio ha improvvisamente posto fine a questo stallo con una soluzione che certifica il cambiamento dei rapporti di forza tra i due gruppi. Il governo del sunnita Seniora, fedelissimo collaboratore del defunto Hariri, appoggiato dal figlio di Hariri, dai drusi di Jumblat e dall’elite finanziaria e di estrema destra cristiana, ha dovuto riconoscere un diritto di veto allo schieramento avversario, composto dai partiti sciiti Hezbollah ed Amal, collegati ai cristiani del generale Aoun ed ai partitini della sinistra filo-siriana.

I cambiamenti da introdurre ora nelle circoscrizioni elettorali non aboliscono il sistema libanese di numero fisso di parlamentari assegnato ad ogni gruppo religioso, ma permetteranno di certificare meglio, nelle elezioni che si terranno tra dieci mesi, le preferenze degli elettori nell’ambito dei rispettivi gruppi. Se ne dovrebbe avvantaggiare soprattutto il movimento dei seguaci di Aoun. E poi tutti insieme hanno applaudito il nuovo Presidente della Repubblica, il generale maronita Michel Suleiman, ex-capo delle forze armate libanesi la cui elezione ha finalmente avuto luogo dopo 6 lunghi mesi di attesa.

Perché questo generale entusiasmo per la nomina di Suleiman raggiunta in questo modo, perché l’approvazione anche dei governi occidentali che sanciscono così l’avvenuta vittoria degli hezbollah sui libanesi moderati?

A dominare è il sentimento di aver scampato il pericolo di una ripresa della guerra civile in Libano. Diversi episodi violenti dei mesi scorsi sembravano infatti annunciare la ripresa di una guerra civile. Oggi sappiamo che non era questa l’intenzione del leader hezbollah, Nasrallah, quando ha dato inizio all’operazione. Il dialogo con gli avversari è infatti cominciato quasi contemporaneamente all’inizio delle sparatorie e soprattutto gli assalitori, ottenuta la vittoria sul terreno, si sono affrettati a consegnare all’esercito libanese il controllo del territorio. Quella di Nasrallah era dunque una mossa calcolata e preparata da tempo. Rimane il quesito del perché abbia avuto luogo proprio ora.

Le ragioni dello scontro
Il conflitto è esploso quando il governo Seniora ha destituito il generale responsabile della sicurezza nell’area dell’aeroporto, dichiarando di voler porre fine alla rete di comunicazione indipendente degli hezbollah. Una rete esistente da tempo, per cui i guerriglieri hanno potuto pensare che fosse l’inizio di un tentativo di riduzione della loro indipendenza militare. Tanto più che il primo ministro israeliano Olmert, giocando su malaccorte dichiarazioni propagandistiche al finale della campagna elettorale italiana, aveva provato a sospingere l’incombente governo di Berlusconi a richiedere che il contingente internazionale dell’Unifil, diretto dal generale Graziani, si impegnasse per un’azione di disarmo diretto degli hezbollah. Quindi per Nasrallah, forse, non si è trattato semplicemente di cogliere una buona occasione.

Lo scontro ha comunque certificato l’impotenza militare delle altre comunità libanesi e dei loro capi, con la paura dei sunniti a Beirut e l’umiliazione dei drusi. Il loro leader, Jumblat, ha dovuto implorare l’aiuto di un minore capo storico druso, collegato agli hezbollah, per porre fine agli scontri nel territorio di suo tradizionale dominio. Suleiman, di cui è ormai chiaro il fiuto politico in aggiunta alle capacità organizzative, ha a questo punto giocato perfettamente la parte di garante ultimo degli accordi di generale consenso in un paese che non sembra poter sopravvivere senza di esso.

La politica degli hezbollah
Gli hezbollah tornano dunque al governo, paradossalmente diretto forse dallo stesso Seniora, loro “nemico” giurato. Lo stesso che pochi giorni dopo l’inizio degli scontri ha suonato la ritirata e pare si accinga a ridare l’importante posto di Ministro delle Acque e dell’Elettricità all’hezbollah Mohammad Fneich, che aveva già ricoperto quell’incarico. In effetti Fneich, date le caratteristiche di incorruttibilità del movimento guerrigliero, dà le migliori garanzie di effettuare correttamente le azioni di privatizzazione necessarie per migliorare la situazione finanziaria del paese ed accedere alle richieste del Fondo monetario internazionale. A Beirut dunque tutto sembra tornato al “business as usual”, al problema del debito che raggiunge il 175% del Pil, alla ricostruzione delle infrastrutture, all’utilizzazione a tal fine dei 7,6 miliardi di dollari promessi a Parigi da parte della comunità internazionale. Insomma il Libano di sempre, che diviso in mille modi sopravvive ad ogni conflitto riprendendo tutto da capo. Tuttavia due fatti nuovi si sono resi manifesti in questa crisi, nel paese stesso e nello scenario medio-orientale.

Il Libano attuale
Gli sciiti libanesi hanno concluso il loro lungo viaggio di minoranza religiosa inferiore alle altre e sono ormai al centro del potere politico in Libano. Anche se non vogliono governarlo, non disponendo delle competenze necessarie nazionali ed internazionali, nonché del controllo del potere finanziario e commerciale. In questa occasione Nasrallah, libero dal controllo diretto dei siriani ormai militarmente assenti sul terreno, sembra aver perseguito un suo fine di politica interna. Certamente non ha corrisposto ai desideri degli iraniani che lo finanziano e lo armano, ma non sono in grado per cultura e per differenza linguistica di giocare un ruolo nell’articolata società libanese.

Uno dei primi atti del nuovo Presidente, non a caso, è stato quello di auspicare uno scambio di formali ambasciatori tra Libano e Siria. Un’idea regolarmente rifiutata da Damasco che sostiene la poco rassicurante tesi che i due paesi sono storicamente sempre stati uniti e sarebbero adesso troppo amici per averne bisogno. Molti sunniti e la stragrande maggioranza dei cristiani, dalla cui componente religiosa proviene Suleiman – secondo le regole costituzionali libanesi – sono entusiasti di questa sua affermazione, ma è difficile pensare che il nuovo presidente abbia potuto, nell’attuale situazione, rendere pubblica un’idea come questa senza che Nasrallah ne fosse al corrente. Quanto all’obiettivo principale del Capo del governo iraniano, la lotta ad Israele, esso è anche quello degli hezbollah. I quali però hanno condito questo loro minicolpo di stato con paralleli negoziati con gli israeliani, con restituzione di resti di caduti e fughe di notizie su un imminente e altamente simbolico scambio dei due soldati israeliani rapiti nel 2006 con quattro prigionieri libanesi.

I cambiamenti del quadro diplomatico medio-orientale
Ma non era stato appunto il recupero di questi soldati la principale giustificazione dell’attacco israeliano al Libano nel luglio 2006, l’azione che con il suo fallimento ha appunto posto le condizioni per il nuovo ruolo di potere degli sciiti in Libano ? Si, ma erano altri tempi: un’altra Casa Bianca, un altro timore nella regione della potenza militare americana.

Quali siano veramente i fini ultimi del movimento hezbollah, quali gli aspetti tattici e quali quelli strategici del loro agire, quanto cioè essi siano in definitiva libanesi e quanto parti o strumenti di più vasti schieramenti regionali, è difficile a dirsi. Il carattere settario di questa ultima loro azione, la violazione del proclamato principio che le armi dei guerriglieri servono per combattere Israele, e mai sarebbero stati utilizzati contro i “fratelli” libanesi, renderà difficile ora la digestione di quanto è accaduto da parte degli altri libanesi in generale e non solo dei loro rappresentanti politici. I quali sono usciti da questi eventi tutti perdenti ed in difficoltà con i loro seguaci.

La conclusione della vicenda con un accordo regionale a Doha ha mostrato che, attualmente, le crisi in Medio Oriente si concludono con accordi sanciti da potenze locali. Sunniti, sciiti, nazionalisti ed altro si combattono in Iraq ed in Libano, ma alla fine preferiscono chiudere gli scontri con dei compromessi che sanciscano vittorie e sconfitte, piuttosto che con confronti diretti ed escalation senza fine. L’Europa, si sa, conta poco, a causa della sua scarsa coesione politica. Ma anche le navi da guerra americane inviate minacciosamente di fronte alle coste del Libano, si sono rivelate più di danno che di aiuto a quelle forze politiche locali che, invece, avrebbero l’intenzione di rafforzare.