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Unione Europea

Dublino vale un Trattato?

14 Giu 2008 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Il numero delle vittime all’indomani del disastroso no di Dublino è piuttosto elevato: dalla presidenza di turno francese, che dovrà modificare drammaticamente l’agenda del prossimo semestre, al progetto appena avviato di revisione della Strategia di Sicurezza di Solana, dalla proposta di Unione per il Mediterraneo ai futuri allargamenti dell’Unione Europea, dalla nuova figura di Alto Rappresentante con estesi poteri nel campo della sicurezza e difesa alla nomina di un Presidente del Consiglio Europeo.

Ma la vittima più illustre è certamente lo stesso Trattato di Lisbona. Dal punto di vista giuridico c’è pochissimo da fare per salvarlo. L’attuale Trattato di Nizza (anno 2000), l’unico valido, non prevede né clausole di recessione volontaria né tanto meno di espulsione dall’Unione in caso di mancata ratifica di nuovi trattati. Lo stesso Trattato di Lisbona non contiene regole di salvataggio particolari, salvo la possibilità in caso di ratifica da parte di almeno i 4/5 degli stati membri, cioè 21 paesi, di investire della questione il Consiglio Europeo, ma senza indicare vie d’uscita. Oggi siamo abbastanza vicini a quella soglia, dato che 18 paesi hanno completato positivamente l’iter (ma non tutti hanno ancora depositato gli strumenti di ratifica, vedi Germania) e ne basterebbero altri tre, fra cui l’Italia, per potere chiedere formalmente che il Consiglio Europeo se ne occupi. Ma a parte il fatto che la questione è del tutto irrilevante, dal momento che già il prossimo Consiglio Europeo del 19 giugno non potrà fare a meno di discuterne, c’è da temere che i processi di ratifica ancora mancanti si fermino in attesa di comprendere quale soluzione escogitare. Il primo in calendario è quello avviato ai Comuni dal premier inglese Gordon Brown, vero test della volontà dei 26 sopravvissuti di salvare Lisbona.

Opting out istituzionale?
Ma anche se, malgrado le ovvie difficoltà politiche di Brown, questo “ottimistico” scenario dovesse verificarsi, quale potrà mai essere la soluzione? È da escludere che l’Irlanda, come fatto con il trattato di Nizza nel 2001, ci ripensi e torni a votare nuovamente. I precedenti dei referendum di Francia e Olanda che hanno affossato, senza riprovarci, il Trattato costituzionale non lo permetterebbero dal punto di vista politico. Si potrebbe quindi chiedere gentilmente, ma molto gentilmente, all’Irlanda di farsi volontariamente da parte, dichiarando un “opt out” dal Trattato: ma, tralasciando le difficoltà politiche di un tale passaggio, lo stesso Trattato di Lisbona prevede di entrare in vigore con la ratifica di tutti e 27 gli stati firmatari, senza eccezione alcuna. Oltretutto, mentre è possibile l’opting out da alcune politiche o da alcuni meccanismi operativi, è difficile immaginare un opting out istituzionale, e cioè dalle nuove procedure decisionali e dai nuovi poteri iscritti nel trattato di Lisbona. La fantasia giuridica che ha contraddistinto la tormentata storia dei successivi trattati sull’Unione è quasi infinita, ma oltre un certo limite a contare veramente sono gli ostacoli politici. Ed è chiaro che dal punto di vista politico gli ultimi due trattati non sono riusciti a rendersi accettabili agli occhi di un’Europa a 27. Forse è quindi meglio non insistere su questa strada.

L’ipotesi franco-tedesca
Si comincia perciò a pensare ad una soluzione radicalmente diversa, che già era stata in qualche modo ventilata all’indomani del fallimento del Trattato costituzionale: una drastica decisione di Parigi e Berlino di dare vita ad un’Unione franco-tedesca, molto avanzata sul piano politico-istituzionale, intorno a cui attrarre i paesi willing and able che non vogliano accontentarsi del Trattato di Nizza. Sembra un progetto campato in aria, ma in tempi di crisi così profonda un soprassalto da parte del vecchio nucleo dell’integrazione potrebbe anche essere immaginabile. D’altronde lo stesso Sarkozy, anticipando qualche giorno fa il possibile no di Dublino, aveva dichiarato la volontà della Francia di trovare una soluzione assieme a Berlino. Tuttavia, bisogna anche riconoscere che il tandem franco tedesco non è più solido come una volta e che, anche se ci fosse un soprassalto di buona volontà, il suo successo non potrebbe prescindere dall’immediata formazione di un nucleo molto più ampio di paesi da legare ad una tale iniziativa. Magari, partendo da gruppi di cooperazione rafforzata già esistenti, Schengen, Euro o Prüm: ma pure in questo caso si intravedono problemi, dal momento che il gruppo più solido e rappresentativo, quello dell’Euro, comprende anche l’Irlanda. La base per ripartire dovrà quindi essere del tutto nuova e richiedere ai paesi che ne volessero fare parte un patto di ferro che li leghi senza riserve ad un’ipotesi di integrazione molto più avanzata dell’attuale.

La Grande Europa non esiste piu?
Malgrado lo shock di questi giorni, una qualche soluzione è probabilmente possibile; ma bisogna partire dalla constatazione che vi è un’altra grande vittima di questa serie di disgraziati referendum, ed è l’idea stessa d’Europa. Nel caso irlandese, e non solo, il dato più clamoroso è la rottura fra elite politiche e popolazione. Nel parlamento di Dublino, infatti, su 166 membri ben 160 erano a favore del nuovo trattato. Solo un piccolo gruppetto di 6 membri del Sinn Fein si è opposto allo spasimo e la maggioranza degli elettori gli ha dato ragione. Lo stesso discorso vale per Francia e Olanda ai tempi del referendum sul Trattato costituzionale. Vi è quindi incomprensione fra classi politiche e popolazioni sul tema dell’Unione europea. La morale da trarre è che oggi in Europa dominano i piccoli interessi, i “piccoli” paesi (compresi quelli grandi), i piccoli pensieri. La Grande Europa ed il suo disegno ideale non esistono più. Il futuro sarà di piccoli passi avanti, di piccoli gruppi a geometria variabile, di piccole politiche comuni. Il grande ideale è ormai un ricordo per le generazioni anziane: le più giovani non danno la sensazione di volersi muovere in questa direzione, ma a farne le spese saranno soprattutto loro.