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Dopo il no irlandese

Arrivederci Irlanda. E grazie

18 Giu 2008 - Federiga Bindi - Federiga Bindi

Gli elettori irlandesi hanno respinto il trattato di Lisbona 53,4% a 46,6%. Solo due delle 43 circoscrizioni irlandesi – Dublino Sud e Clare – hanno votato a favore del Trattato di Lisbona. La popolazione irlandese rappresenta l’1% della popolazione europea, l’affluenza alle urne è stata del 40% – in Italia il referendum sarebbe stato considerato nullo. In altre parole, lo 0,2% della popolazione europea impedirebbe al Trattato di Lisbona di entrare in vigore. Ciò è chiaramente insostenibile.

Non bloccare tutto
Diciotto Stati membri hanno già approvato il Trattato, e il Presidente della Commissione europea José Manuel Durão Barroso – seguito da numerosi leader europei – ha subito giustamente affermato che il processo di ratifica deve continuare. Bloccare il tutto va contro qualsiasi semplice principio di rappresentanza democratica e, aggiungerei, di buon senso. Quindi, la soluzione può essere solo una: uscita, o meglio, secessione.

Ci sono infatti fondamentalmente tre possibilità: abbandonare il Trattato; modificarlo e ricominciare tutto daccapo; secessione dall’Unione dell’Irlanda.

La prima opzione – abbandonare il Trattato – non è una soluzione praticabile in quanto costituirebbe un suicidio politico per gli europei. L’Unione dei 27 funziona ancora in base ai dispositivi istituzionali della Cee dei sei e questo sta diventando sempre più insostenibile, sia a livello nazionale che internazionale. Non che il trattato di Lisbona sia la panacea, ma introduce una serie di importanti modifiche che farebbero la differenza. Solo per ricordarne alcune, a livello domestico, semplificherebbe la struttura dell’Unione e renderebbe più facile il processo decisionale grazie al maggiore ricorso al voto a maggioranza qualificata e ponendo fine alla distinzione tra politiche comunitarie e intergovernative, ad esempio negli affari interni e di giustizia. Consentirebbe inoltre una maggiore trasparenza in quanto il Consiglio si riunirebbe a porte aperte quando legifera. Esternamente, il ruolo dell’Unione europea nel mondo sarebbe facilitato dall’attribuzione all’Unione europea della personalità giuridica, e dall’introduzione del nuovo Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, del Presidente del Consiglio europeo e del Servizio europeo di azione esterna.

La seconda opzione – modificare il Trattato e iniziare daccapo – è altrettanto un opzione non contemplabile seriamente, pena la completa ridicolizzazione delle autorità politiche europee (inclusi i 27 governi nazionali). Del resto, cosa mai potrebbe essere cambiato ancora? E vogliamo davvero credere che ulteriori cambiamenti farebbero la differenza per i cittadini? Non credo, a meno che, naturalmente, non stiamo parlando di “opt-out” come nel 1992. Ma ci sono già troppe politiche europee a geometria variabile e estenderle ulteriormente rischia seriamente di compromettere il tutto. Allo stesso modo, pensare che un “nocciolo duro” di paesi possa ricominciare da capo non è un’alternativa seriamente considerabile.

Ipotesi secessione
Pertanto, rimane la terza opzione: uscita o, sarebbe più corretto dire, secessione. Da un punto di vista strettamente legale, l’attuale trattato non prevede la secessione – una possibilità che per ironia della sorte sarebbe introdotta proprio dal Trattato di Lisbona.

Tuttavia, vi è in parte l’esempio della Norvegia, la quale, dopo aver negoziato l’adesione alla Cee nel 1972 non ratificò il trattato proprio a causa di un voto negativo al referendum. La Norvegia ha così negoziato un accordo di libero scambio con la Cee e fa parte di numerosi programmi europei. In termini giuridici, sarebbe tuttavia impossibile avere l’Irlanda membro della CE e il resto dei paesi membri dell’Unione europea.

La secessione della Groenlandia dalla Cee nel 1982 offre un’altro esempio. In Groenlandia, una volta ottenuta la semi-indipendenza dalla Danimarca nel 1979, fu organizzato un referendum sulla permanenza nella Cee in seguito al quale essa recedette dalle Comunità (1982). Anche se le circostanze sono diverse, questo fatto dimostra che la secessione è una possibilità prevedibile anche in assenza di specifiche disposizioni nel trattato.

Essere membro dell’Unione europea comporta la cessione di una quota di sovranità, e questo non è negoziabile. Tuttavia, non è obbligatorio appartenere alla Ue. Si può essere membri associati e vivere felici. Norvegia, Islanda, Svizzera, Liechtenstein, Andorra, Monaco, Città del Vaticano, San Marino ne sono tutti esempi. Se gli irlandesi – o gli inglesi che verosimilmente saranno i prossimi a porre il problema – ritengono di poter meglio realizzare i loro obiettivi essendo al di fuori dell’Unione europea, che ciò sia. Ma è impensabile e irresponsabile che uno 0,2% della popolazione dell’Unione europea impedisca al resto di andare oltre.

Hic Rhodus, hic salta
L’Unione europea è stata una faro ed un ancoraggio per le neodemocrazie del sud d’Europa negli anni cinquanta e negli anni settanta, così come per i paesi dell’Europea centrale ed orientale negli anni novanta. Altri paesi, nei Balcani, sperano di aderire presto. L’Irlanda non può distruggere tutto – perché, intendiamoci, un’ulteriore battuta d’arresto oggi rischia seriamente di distruggere tutto.

L’Irlanda – e gli altri paesi euroscettici – hanno il dovere morale di agire in modo responsabile e decidere cosa vogliono fare da grandi. Al tempo (1974), i pragmatici inglesi, all’ora del dunque, decisero di restare. Ma se si resta, si va avanti, non indietro. D’altro canto, i paesi pro-europei ed in particolare l’Italia hanno il dovere di smettere di fare la politica del pendolo e di agire con decisione. L’Europa è stata un campo di battaglia fino a 65 anni fa, non ce ne dimentichiamo. Con tutti i suoi difetti, l’integrazione europea è ancora la cosa migliore che il Vecchio Continente abbia prodotto.