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Politica estera Usa

L’Iraq aspetta il nuovo presidente americano

19 Mag 2008 - Carlo Calia - Carlo Calia

Nel dicembre 1967 il generale Westmoreland informava un pubblico americano inquieto che la situazione militare in Vietnam stava evolvendo molto positivamente. Ma il 31 gennaio del 1968, in coincidenza con la festa vietnamita del Tet, i vietcong lanciarono una offensiva generale impegnando nell’operazione 80.000 soldati e prendendo di sorpresa sia l’esercito che la popolazione americana. Dopo l’iniziale sbandamento, la reazione Usa sul terreno fu micidiale, la metà addirittura degli attaccanti vennero uccisi; ciononostante quello fu il giorno a cominciare dal quale gli Stati Uniti iniziarono inesorabilmente a perdere la guerra. Da allora, infatti, l’opposizione a quel conflitto in America aumentò ogni giorno di più e quella importante vittoria tattica si tramutò in una completa sconfitta strategica.

Il generale David Petraeus, che ha preso un dottorato a Princeton con il lavoro “The American Military and the lessons of Vietnam”, ha profondamente interiorizzato la lezione di non creare aspettative impossibili. E recentemente ha di nuovo affermato al Congresso che la situazione della sicurezza in Iraq migliora, ma si aspettano ancora prove durissime e tempi lunghi. “We haven’t yet see any ligths at the end of the tunnel”, ha precisato.

La situazione militare
Comunque nel secondo semestre del 2007 l’operazione “Surge”, l’aumento delle forze statunitense sul campo, ha avuto successo. Il merito è senza dubbio dello stesso generale Petraeus e dei suoi colleghi al Pentagono, i quali non solo hanno fornito a uno screditato presidente Bush una nuova base politica per poter inviare in Iraq alcune decine di migliaia di preziosi soldati in più, ma hanno anche introdotto grandi cambiamenti nella loro utilizzazione. I militari americani non sono più rinchiusi in trinceratissimi campi, isolati dalla popolazione, ma sono usciti nei campi e nelle strade con nuove direttive e dotati di mezzi per fornire aiuti diretti alla popolazione e alle milizie locali alleate.

Petraeus stesso ha curato la redazione di un nuovo manuale di comportamento con i civili, al quale i disciplinati militari americani cercano di obbedire. Gli ufficiali operanti sul terreno, già dal grado di capitano, sono stati dotati di somme elevate di cui disporre liberamente per costruire infrastrutture civili e militari e costruirsi la propria rete di intelligence. Una “territorializzazione” di tale successo da generare un nuovo problema: abbandono dell’Esercito da parte di ufficiali di grado intermedio richiesti da imprese civili alla ricerca di persone capaci di importanti decisioni autonome.

Ma soprattutto Petraeus ha ignorato tutta l’ideologia che aveva diretto la politica statunitense in Iraq sino ad allora, ha cioè accettato il paese per quello che è, non per quello che Washington avrebbe voluto che fosse. Alla ricerca di un ordine accettabile, Petraeus si è alleato con chiunque poteva aiutarlo a raggiungere questo obiettivo. Nella regione di Anbar, per combattere efficacemente le forze di Al Quaeda è nata un’alleanza con i capi locali sunniti, invece di cercare di utilizzare le forze armate irachene, composte in grande maggioranza di sciiti e curdi. Col tempo si è addirittura creato un aggiuntivo miniesercito sunnita di 90.000 miliziani addestrati, pagati e diretti dallo stesso comando Usa, indipendentemente dal governo a Bagdad.

Al nord l’autonomia curda è stata rafforzata, piuttosto che semplicemente confermata, e nel sud sciita è stato abbandonata l’idea di un governo imparziale e si è fatto una scelta in favore delle forze dello “Islamic Supreme Council of Iraq” (Isci) diretto daAbdul Aziz al-Hakim. Le sue “Badr Brigades” sono anche favorite come fonte da cui attingere truppe per l’esercito nazionale. Ma pure con le forze rivali sciite, quelle della Muqtada al-Sadr Mahdi Army, Petraeus ha raggiunto degli accordi, tanto che a Bagdad le forze statunitensi cercano di colpire solo le forze “criminali” della Mahdi Army, quelle cioè sfuggite al controllo di al-Sadr, al quale si è tacitamente lasciato il controllo di molte aree sciite della capitale.

Le perdite militari e civili in Iraq sono sempre alte e accanto ai miglioramenti nella situazione militare non si vede alcun progresso in quella politica. Tuttavia il Congresso, ascoltati Petraeus e l’ambasciatore a Bagdad Ryan Cook, ha in pratica approvato in aprile questo nuovo corso. In realtà i membri del Congresso sono divisi tra falchi e colombe e hanno rimandato ogni ulteriore decisione a dopo l’elezione del nuovo presidente.

I tre candidati presidenziali
Nella campagna presidenziale il problema dell’Iraq è stato posto in secondo piano dalle preoccupazioni economiche e le considerazioni tattiche su chi e quali argomenti siano i più adatti a garantire un vittoria elettorale. Ma nello sfondo esso è sempre presente e riaffiora quando il numero dei morti americani ritorna a livelli elevati, come nel caso dei 50 soldati caduti in aprile. Le posizioni sulla questione possono essere schematicamente così riassunte: il repubblicano McCain insiste sulla necessità di una vittoria militare, la Clinton parla di un ritiro delle truppe nei modi e nei tempi dettati dalle circostanze, Obama su di un ritiro le cui caratteristiche siano preventivamente annunciate. Ma naturalmente la crisi irachena è collegata a tutta la difficile situazione del Medio Oriente. Su questo argomento tutti e tre i candidati non si sentono legati dalle decisioni prese dal presidente Bush, tuttavia il candidato repubblicano ha ripetutamente manifestato la sua ostilità a un politica di appeasement nei confronti dell’Iran.

Comunque non è affatto scontato che il nuovo presidente segua poi quanto detto ora. Infatti, a latere della campagna elettorale, il dibattito è intenso tra chi sottolinea l’impossibilità strategica di ritirarsi lasciando il paese nel caos e chi ricorda che la “guerra lunga” si auto-perpetua per la violenta opposizione locale alla presenza di truppe straniere. Fenomeno accentuato nel mondo musulmano sulla base di una tesi religiosa, da applicare all’area che fu il cuore del dominio musulmano, come predicato da Osama Bin Laden, mentore del terrorismo internazionale contro gli americani perché mantenevano delle basi in Arabia saudita. Non manca inoltre chi insiste sulla necessità di impegnarsi nuovamente in Afghanistan, invece che in Iraq. Al Pentagono, infine, sono forti le preoccupazioni per l’usura a cui è sottoposto l’esercito in Iraq, con la conseguente riduzione delle capacità belliche americane in altre parti del mondo.

Le forze armate americane
Nel caso del Vietnam il collasso politico e morale che colpì la società americana si riflesse integralmente nelle sue forze armate. In Iraq niente di tutto questo si è verificato. I militari, sottoposti sul terreno a prove terribili, hanno tenuto bene, anzi hanno finito per imporre tacitamente a Washington la “loro” politica, perfino quella estera, quando si è trattato di impedire un allargamento del conflitto all’Iran. Ma l’esercito americano non è quello che si è battuto in Vietnam e ancor meno quello della seconda guerra mondiale, che aveva coinvolto, per numero e per necessità materiali, l’intera popolazione degli Stati Uniti. Non c’è più un esercito di coscritti, ma un esercito di volontari, di professionisti se la parola “mercenari” è ritenuta inappropriata, comunque niente a che vedere con quella di cittadini-soldati che era stata precedentemente la sua caratteristica.

In effetti il presidente Bush, appelli alla nazione e al mondo a parte, ha sempre avuto politicamente ben chiaro che l’appoggio del pubblico americano alla guerra in Iraq era condizionato al non chiedere una partecipazione pubblica diretta, né finanziaria né ancor meno personale. La spesa della guerra è così stata enorme, ma pagata con debiti e svalutazioni, e nessuno ha dovuto fuggire all’estero per non fare il servizio militare. L’America è dunque formalmente una nazione in guerra in Iraq, ma in realtà è una nazione nella quale solo i suoi militari sono in guerra.

Questo rivoluzionario cambiamento non mette in pericolo il solido regime democratico americano, ma ha introdotto un elemento nuovo che non potrà essere ignorato dal nuovo presidente. Lo studioso americano Fouad Ajami ha affermato, in una intervista ad “AffarInternazionali”, che il pubblico americano detesta la prospettiva di una sconfitta militare più di quella di un protrarsi della guerra. Forse questa opinione non è esatta per gli americani in generale. Ma lo è certamente per l’establishment militare, e questi gode attualmente di un appoggio altissimo nella popolazione americana, sentimento basato anche sul suo senso di colpa per avere delegato ad “altri” il compito di morire per loro.

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