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Politica estera

Il nuovo governo fra paure e speranze degli italiani

20 Mag 2008 - Marta Dassù, Pierangelo Isernia - Marta Dassù, Pierangelo Isernia

La relazione tra opinione pubblica e politica estera è sempre stata oggetto di valutazioni controverse. In Italia, come in altri paesi europei, è abbastanza diffusa la convinzione che l’opinione pubblica abbia alla fine scarsa incidenza sulla politica estera. Secondo alcuni, la mancanza di una conoscenza approfondita della realtà internazionale, o anche di un vero interesse per le questioni di politica estera, renderebbe l’opinione pubblica così volatile e umorale da farne una risorsa non solo scarsamente significativa, ma anche totalmente inaffidabile. Esiste d’altra parte l’argomento secondo cui l’opinione pubblica starebbe in realtà diventando meno ininfluente di un tempo: in particolare, il consenso interno alle missioni di peace-keeping può essere considerata una delle condizioni per la loro sostenibilità nel tempo.

Nel caso italiano, l’opinione pubblica sulle scelte di politica estera ha a lungo riflesso le divisioni partitiche, con posizioni radicalmente diverse: da ultimo, con prese di posizioni opposte rispetto all’intervento in Iraq del 2003. Nel corso degli anni più recenti, tuttavia, si è anche potuta registrare una progressiva evoluzione – sia a livello partitico che elettorale – verso un sostanziale consenso rispetto a direttive fondamentali della politica estera nazionale. Se questo vale per gli obiettivi di fondo che l’Italia avrebbe interesse a conseguire, non significa però che esista un uguale consenso sulle strategie e sui mezzi per raggiungere tali obiettivi. Secondo una recente inchiesta – realizzata per il Ministero degli Affari esteri dal Laps, il Laboratorio analisi politiche e sociali dell’Università di Siena – il 58% degli italiani ritiene in ogni caso che la politica estera dell’Italia dovrebbe “essere condotta al di sopra degli schieramenti e dei conflitti partitici” e solo il 29% ritiene che essa debba “riflettere gli indirizzi politici ed ideologici dei governi in carica”.

La Cina come minaccia economica
Il governo Berlusconi si trova sul tavolo un’agenda di politica estera ricca di sfide, in una situazione internazionale peraltro diversa da quella nella quale aveva operato precedentemente. Durante la campagna elettorale, ad esempio, il tema dei rapporti tra l’Italia e la Cina ha assunto un’enfasi più forte che in passato, collegandosi alle sfide economiche internazionali. Ha avuto anche rilievo, ma con toni di segno opposto e in continuità con le scelte del governo precedente, il tema del rapporto con la Russia.

Cosa pensano, al riguardo, gli italiani? Anzitutto, le percezioni dell’opinione pubblica italiana tendono verso una preoccupazione crescente nei riguardi della Cina. Lo strumento del “termometro dei sentimenti”, che misura la simpatia verso un paese su una scala da 0 a 10, colloca la Cina a 4,9, in fondo alla classifica, davanti solo alla Turchia. La maggioranza degli italiani percepisce la Cina come una minaccia economica, ma non politico-militare. Il 58% degli intervistati definisce infatti la Cina una minaccia ai “nostri posti di lavoro e alla nostra sicurezza economica” (erano il 55% nel Transatlantic Trend Survey del giugno 2007) e solo il 27% vede invece nella Cina una opportunità (erano il 30% sempre nel giugno 2007). Che gli italiani siano preoccupati della Cina, emerge anche da un’altra inchiesta, effettuata da Harris Poll per il Financial Times nell’aprile scorso, secondo la quale il 47% degli italiani, a fronte del 35% del pubblico negli altri cinque paesi europei esaminati, ritiene la Cina la maggiore minaccia alla stabilità globale. Può essere interessante notare che, al contrario, il 54% degli intervistati vede l’India come un’opportunità economica e solo il 22% come una minaccia.

Meno rilevante, come prima accennato, è invece la percezione della Cina come minaccia militare, anche se al riguardo va registrata una crescita di incertezza. Sempre secondo l’inchiesta Laps, solo il 37% degli intervistati ritiene che la Cina sia una minaccia militare (erano il 32% nel giugno 2007); il 47% sostiene l’idea opposta (ma erano il 62% nel giugno 2007). Il declino di quelli che non ritengono la Cina una minaccia militare è largamente dovuto alla crescita del numero di incerti e ambivalenti, che costituiscono circa il 15% del campione.

Italia no global?
Questo giudizio sulla Cina è in parte collegato ai crescenti timori nei confronti della globalizzazione. Intesa come la capacità di beni, persone, notizie e denaro di muoversi rapidamente nel mondo, la globalizzazione è valutata in maniera sostanzialmente negativa dalla maggioranza degli italiani. Il 54% degli intervistati ritiene infatti che questo processo abbia effetti negativi, mentre solo il 29% ritiene che abbia effetti positivi e il 12% né positivi né negativi. Tra coloro che valutano negativamente la globalizzazione, il 68% definisce in modo specifico la Cina una minaccia economica; mentre tra quelli che valutano la globalizzazione positivamente, la percentuale di chi considera la Cina una minaccia scende al 50%. Ma, nel giudizio sulla minaccia economica cinese, appare altrettanto importante, o forse ancora più importante, l’orientamento politico dell’intervistato. Il 48% degli elettori di centrosinistra percepisce la Cina come un’opportunità, contro il 19% degli elettori di centrodestra. Una divisione che rispecchia abbastanza fedelmente i diversi messaggi dei leader – sul fattore cinese – dei due schieramenti.

Infine, il giudizio sulla Cina è ispirato, per il pubblico italiano, ad una valutazione molto precisa (e tutto sommato accurata) della posizione economica internazionale del nostro paese. Un paese di trasformazione di prodotti maturi, che quindi soffre in modo particolare la concorrenza cinese. Tra coloro che ritengono che la promozione delle esportazioni italiane nel mondo debba essere una priorità della nostra politica estera (ed il 94% pensa che questo obiettivo sia importante), solo un quarto degli intervistati pensa che la crescita economica della Cina sia una opportunità, mentre il 62% ritiene che sia una minaccia. Al contrario, tra coloro (pochi) che non ritengono la promozione delle esportazioni una priorità, le proporzioni sono esattamente rovesciate.

È evidente che la questione del Tibet non può che avere rafforzato questa latente diffidenza dell’opinione pubblica italiana verso la Cina, eventualmente accrescendo anche la preoccupazione per gli aspetti politici e di sicurezza. Se ne deve concludere che se il governo italiano decidesse di varare una politica favorevole a prese di posizioni negoziali più dure dell’Ue verso la Cina, avrebbe anche una notevole base di consenso interno.

L’amico russo
Al contrario di quanto accade per la Cina, l’opinione degli italiani verso la Russia è complessivamente “rilassata.” Solo il 37% degli intervistati percepisce la Russia come una minaccia militare, contro il 57% che non la ritiene tale. In questo caso poi, diversamente da quanto avviene per la Cina, non si rilevano sostanziali differenze tra elettori di centro-destra ed elettori di centro sinistra, né tra coloro che sono preoccupati degli effetti della globalizzazione e coloro che non lo sono. Il che rispecchia la sostanziale continuità di atteggiamenti che vari governi successivi hanno tenuto nei confronti di Mosca.

Infine, la preoccupazione per la Russia non appare collegata alla nostra dipendenza energetica. Sebbene la dipendenza energetica del nostro paese sia percepita come una priorità nazionale dal 96% degli intervistati e la maggioranza (60%) degli italiani siano favorevoli alla riduzione della dipendenza energetica, questi orientamenti non influiscono sulle opinioni verso la Russia. Il che dimostra, probabilmente, quanto l’opinione pubblica trovi ancora difficoltà a collegare i vari dossier di politica estera.

Nel caso della politica verso la Russia, le difficoltà a mantenere una partnership particolarmente stretta non verrebbero quindi dal versante interno, ma semmai dai vincoli internazionali. In particolare, dalla eventualità che una vittoria elettorale di John McCain, come noto particolarmente freddo verso la Russia attuale, renda difficile conciliare la priorità di un rapporto molto stretto con la Casa Bianca e la priorità di relazioni amichevoli con Mosca.