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Politica estera

Caveat nazionali e regole d’ingaggio

31 Mag 2008 - Mario Arpino - Mario Arpino

La decisione governativa di aderire a parte delle richieste della Nato per conferire maggiore flessibilità operativa alle nostre forze in Afghanistan porta a nuove riflessioni sul problema ricorrente delle così dette “regole di ingaggio”. E su quello dei discussi, quanto sconosciuti, “caveat nazionali”, che sono cosa separata e diversa. Per chiarire le differenze ed evitare confusioni interpretative è quindi utile ritornare “a caldo” su questo argomento, di cui Affarinternazionali ha già avuto modo di occuparsi.

Regole e caveat
Subito dopo l’insediamento del nuovo governo, fonti governative avevano lasciato trasparire, sebbene con qualche imprecisione di linguaggio, la volontà di modificare le non meglio indicate “regole di ingaggio” (Roe, in inglese rules of engagement) dei nostri contingenti. Per adattarle, si è detto, all’evolversi della situazione politica e, conseguentemente di quella sul terreno. Con ogni evidenza, il riferimento erano i nostri due maggiori contingenti, dislocati rispettivamente in Libano e in Afghanistan. Per quanto riguarda quest’ultimo, in varie occasioni, tra le quali non solo colloqui informali, ma anche a livello di Summit della Nato, era stato auspicato un atteggiamento di maggiore flessibilità da parte del Governo italiano, come pure di quello francese, tedesco e spagnolo. Situazioni assai dissimili l’una dall’altra, ma utili in questo momento per esemplificare, consentendo così di evitare, per il futuro, distorsioni di interpretazione.

Le Roe, lo ricordiamo, sono quelle regole comportamentali che vengono date ai contingenti, ai singoli comandi ed ai singoli soldati per rispondere al meglio ad azioni avversarie o, comunque, per svolgere il compito assegnato in modo sicuramente aderente allo spirito ed al dettato della missione. Diversa cosa sono i così detti caveat nazionali, che sono invece vere e proprie limitazioni di impiego, con le quali il governo che assegna il contingente ad un comando internazionale intende condizionarne in parte l’utilizzabilità. Ne deriva una prima considerazione: i caveat hanno sempre un’origine interna, e quindi sono sempre “controllabili” dal governo che li emette, mentre sulle Roe, la cui matrice è sempre di origine esterna, le possibilità di controllo nazionali, che comunque ci sono, nell’immediato sono certamente meno percorribili, in quanto ciascuna modifica dovrebbe essere concordata a livello di coalizione, o di alleanza.

Libano e Afghanistan
Vale, a questo punto, l’esempio di ciò che avviene presso i nostri due principali contingenti, quello in Libano e quello in Afghanistan. La prima delle due missioni è sotto diretto controllo dell’Onu, per cui le forze di Unifil del generale Graziano operano secondo regole generali che non possono non derivare dal dettato della risoluzione del Consiglio di Sicurezza n° 1701. Quest’ultima prevede in sintesi cosa debba fare l’esercito libanese e cosa debbano o possano invece fare i soldati con il casco blu, il cui compito, lo si può vedere già in una prima lettura del dispositivo, è solo fornire vigilanza, interposizione, cornice di sicurezza e supporto.

La parte attiva, o d’iniziativa, compete ai libanesi e risale quindi alle responsabilità di quel governo. Non spetta quindi ai soldati dell’Onu, e di riflesso a quelli che compongono il nostro contingente, né prendere l’iniziativa per il disarmo di Hezbollah, né quella di rendere impermeabili le frontiere con la Siria. È fuori luogo, quindi, dire, come è stato detto, “cambiremo le regole di ingaggio al contingente”. Primo, perché non si può. Secondo, perché non serve. Terzo, perché, semmai, lo dovrebbe fare il Consiglio di Sicurezza alla cui risoluzione le regole si ispirano. Diverso è il caso dell’Afghanistan, dove è in atto una missione della Nato, l’Isaf, voluta dall’Onu, che sul tema è stato assai prolifico, sufficientemente chiaro e insolitamente precettivo. Le regole di ingaggio sono quelle usuali della Nato, comuni a tutta la coalizione e ben note, da sempre, anche ai nostri soldati. Non sono infatti le regole a rendere di fatto “diversi” alcuni contingenti, tra cui il nostro, ma i caveat nazionali.

Sotto il profilo strettamente operativo, in una coalizione queste riserve non dovrebbero esistere. Come potrebbe il comandante di un teatro complesso e vasto come quello afgano, che si trova ad impiegare contingenti di 35 nazioni, coordinarne le attività e ricavarne delle sinergie se ciascuno opponesse un certo numero di caveat? Sarebbe certamente impossibile, ma per fortuna non è così, perché la maggior parte dei partecipanti alla coalizione non sta ponendo problemi di impiego, ma solo di presenza numerica. In definitiva, le semplificazioni procedurali previste dal nuovo governo, perché solo di questo per ora si tratta, si limitano a prevedere un tempo di preavviso di 6 ore invece che di 72 per valutare un’eventuale richiesta di impegno di nostre truppe fuori dall’area assegnata.

Questo è già un primo passo di avvicinamento comportamentale che incrementa sensibilmente, con la maggiore flessibilità che ne consegue, la validità e l’efficacia di un costoso contributo, che l’Italia si è comunque impegnata a fornire. Resta il fatto che, al momento, i nostri militari possono sparare solo per “autodifesa”, termine assai labile e soggetto a interpretazione anche personale, per cui la preclusione dell’iniziativa in attività “preventiva” non migliora certo la loro condizione in termini di sicurezza. Efficacia e sicurezza verrebbero anche incrementate, diminuendone l’impegno sul terreno, se fosse disponibile quel pur limitato supporto aereo dell’Aeronautica, che lo Stato Maggiore della Difesa aveva a suo tempo reso disponibile.

Altri ritocchi?
Una lettura più completa ed attenta dell’articolo 11 della Costituzione e delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza non sarebbe certo di impedimento a qualche ulteriore ritocco, per aderire senza critiche e con maggiore sicurezza anche per noi, alle richieste dell’Alleanza. Non c’è infatti risoluzione, dalla 1659 del febbraio 2006 alla 1707 del settembre dello stesso anno, fino alla recentissima 1806 del 23 marzo scorso, che non chieda alle nazioni che partecipano all’Isaf o a Enduring Freedom di contrastare, ciascuno per le proprie possibilità, alla minaccia posta contro il popolo afgano “…dai Talebani, da Al-Qaeda, dai gruppi armati illegali, dalle bande criminali e da coloro che sono coinvolti nel narcotraffico”. Altri ritocchi? Con ogni probabilità, nel corso dell’imminente conferenza internazionale di Parigi ne sapremo di più.