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Africa

Zimbabwe: lotta dura tra Mugabe e Tsvangirai

21 Apr 2008 - Pierluigi Valsecchi - Pierluigi Valsecchi

Lo Zimbabwe ha votato il 29 marzo per rinnovare le due camere del Parlamento e per eleggere il capo dello Stato e queste elezioni si sono trasformate in una crisi senza precedenti del sistema politico nazionale. Novità assoluta nella storia dall’indipendenza, la maggioranza dei seggi parlamentari non è andata – per quanto di stretta misura – al partito dell’ottantaquatrenne presidente Robert Mugabe, leader anti-coloniale, in carica ininterrottamente dal 1980, dopo la fine negoziale della lunga guerra civile, che per la maggioranza nera era stata una lotta di liberazione dal regime razzista bianco di Ian Smith che aveva sostituito nel 1965 il potere britannico.

I risultati relativi alla camera bassa (House of Assembly), resi noti subito dopo la chiusura dei conteggi, hanno attribuito infatti solo 97 seggi su 210 alla forza di Governo, la Zimbabwe African National Union – Patriotic Front (Zanu-Pf), contro i 99 guadagnati dall’opposizione del Movement for Democratic Change (Mdc) di Morgan Tsvangirai, da anni il principale antagonista di Mugabe – dopo essere passato all’opposizione nel 1992 – quando era il principale leader sindacale del paese – risultato sconfitto nelle precedenti elezioni del 2002. Dieci seggi sono poi andati all’altra forza di opposizione, uno a un indipendente e i restanti tre seggi saranno da attribuire attraverso suppletive.

Qualche giorno dopo sono stati resi pubblici i risultati per il Senato: 30 seggi alla Zanu-Pf, 24 all’Mdc di Tsvangirai, 6 all’altra opposizione. Ma la maggioranza in questa camera è una questione più complicata; infatti, in base alla Costituzione, il capo dello Stato ha il diritto di nomina di 10 membri di sua scelta al Senato, mentre altri 10 vengono nominati dai capi tradizionali, che fino ad oggi sono stati espressione del forte consenso delle aree rurali per Mugabe. È quindi evidente che la battaglia per il controllo Senato, che sarà decisa solo dopo l’elezione del nuovo presidente, diviene nel contesto attuale una posta politica assolutamente cruciale e che aiuta a comprendere certe modalità di comportamento dei protagonisti della crisi in atto.

Svolta epocale
Non c’è molto da discutere sul fatto che i dati elettorali finora pubblicati segnano una svolta epocale per lo Zimbabwe che, per la prima volta, non ha votato con stragrande maggioranza a favore di Mugabe, padre fondatore della patria, ma la cui enorme popolarità passata, certo declinata durante anni di autocrazia personalistica, è stata ulteriormente scossa dal vero e proprio tracollo economico che il paese ha subito nel corso dell’ultimo decennio. La crisi ha determinato una vera e propria fuga della disperazione verso le nazioni vicine, che secondo alcune stime coinvolge oggi fino a un terzo della popolazione, causando specialmente al Sud Africa, ma anche agli altri meno floridi confinanti gravi problemi di gestione di questo esodo per fame.

Ma i risultati resi noti a tutt’oggi tratteggiano solo una parte del nuovo quadro politico che, secondo logica di democrazia, dovrebbe emergere dalle elezioni del 29 marzo scorso. L’altra metà del panorama è invece tuttora avvolta da incertezza. Infatti, a più di due settimane dal voto, la commissione elettorale non ha ancora pubblicato i dati delle consultazioni presidenziali. Fonti non ufficiali e osservatori indipendenti sostengono che la gara per la presidenza sarebbe stata persa da Robert Mugabe e che Tsvangirai sarebbe di diritto il nuovo capo dello Stato. Questo è anche ciò che sostiene l’Mdc: Tsvangirai avrebbe ottenuto il 50,3% dei suffragi e Mugabe solo il 42,8%. Anche fonti della stessa Zanu-Pf concedono che Tsvangirai ha effettivamente avuto più voti del presidente in carica, ma non avrebbe comunque superato la soglia del 50%, indispensabile per evitare il ballottaggio elettorale. È appunto su questo tema che si è incentrata la messa in discussione dei risultati da parte della forza di Governo che, denunciando sospetti di broglio e accusando l’Mdc di aver corrotto alcuni membri della Commissione elettorale nazionale, ha chiesto un nuovo conteggio delle schede in alcune circoscrizioni, prefigurando la necessità di andare a un secondo turno elettorale.

Mentre l’opposizione si è appellata subito all’Alta corte dello Zimbabwe perché ordinasse la pubblicazione immediata dei dati delle presidenziali, il 12 aprile il Governo ha ordinato un nuovo conteggio delle schede per le presidenziali e la House of Assembly in 23 circoscrizioni, invitando osservatori interni e internazionali.

Solo il 14 aprile l’Alta corte finalmente si pronuncia sulla richiesta dell’Mdc con una sentenza che l’opposizione definisce “ridicola”, decretando che la pubblicazione dei dati delle presidenziali potrà avvenire solo dopo che sarà stata appurata la consistenza delle irregolarità denunciate dalla Zanu-Pf: vale a dire dopo il nuovo conteggio parziale ordinato dal Governo a partire dal 19 aprile. La massima istanza giudiziaria del paese riesce insomma a garantire al gruppo di potere un congruo lasso di tempo, che ne sta corposamente accrescendo i margini di manovra e la possibilità di ridefinire in maniera sostanziale i termini del confronto con l’opposizione, andando a un secondo turno di spareggio sulla presidenza se non addirittura, come temono alcuni, dichiarare puramente e semplicemente la vittoria di Mugabe attraverso una manipolazione dei dati.

Schiaffo alla democrazia
Tsvangirai si è detto indisponibile a cedere a quello che definisce un palese schiaffo non solo ai suoi diritti di candidato, ma a tutto il paese e alla democrazia, ma tuttavia la strategia del Governo è chiaramente efficace. Le dilazioni sistematiche hanno già sortito l’effetto di sgonfiare l’aspetto di urgenza mostrato dalla crisi nella sua prima settimana. La via della mediazione da parte dei governi della Southern Africa Development Community (Sadc), in primo luogo il Sud Africa e lo Zambia – del resto già seguita senza alcun successo nei mesi precedenti le elezioni – non ha fino ad ora sortito effetti tangibili, se non quello di rafforzare un certo credito internazionale di Tsvangirai, fornendogli importanti palcoscenici, con la sua visita al presidente sudafricano Thabo Mbeki e con la sua presenza al summit Sadc di Lusaka.

La linea di Mugabe è stata quella di continuare a sottrarsi agli appelli al confronto e alla trattativa, ad esempio mancando l’appuntamento istituzionale di Lusaka, resistendo alle pressioni sudafricane e, anzi, rinfacciando al governo di Mbeki i rapporti con il suo avversario. Nell’immediato questa tattica ha certamente avuto un certo successo: il Sud Africa dell’Anc non pare disposto a rompere i rapporti col suo antico amico e alleato di Harare. Nella riunione dei capi di Stato della regione convocata presso il Consiglio di sicurezza dell’Onu proprio dal Sud Africa, nella sua qualità di Presidente di turno, Thabo Mbeki, di fronte alle richieste preoccupate di pubblicazione urgente dei risultati elettorali rivolte al governo dello Zimbabwe da Ban-Ki-Moon, da Londra, da Washington e dai leader dei paesi confinanti, ha invece del tutto smorzato i giudizi sulla gravità e l’urgenza della crisi in Zimbabwe. Ciò ha suscitato da un lato la reazione di Tsvangirai, che ha chiesto alla Sadc di sollevare il governo di Pretoria dal ruolo di mediazione fin qui svolto e, d’altra parte, sostanzialmente riconsegnandone per parte sua la soluzione a un percorso di appeasement nazionale.

Del resto è proprio sul piano interno che si giocano i rapporti di forza che contano veramente in questo conflitto. Una spia chiara della situazione è data dal fatto che le espressioni di protesta sono state finora tutto sommato limitate. Lo sciopero generale proclamato dall’Mdc per il 15 aprile è del tutto fallito e sembra che tutta quella vastissima sezione della stessa popolazione della capitale e dei principali centri urbani che non ha accesso alla rete non fosse nemmeno informata dell’avvenimento.

Controllo assoluto
La realtà è che il quadro di controllo di cui può disporre il regime di Mugabe sullo Stato e sul territorio è effettivamente di grado inusitato nella maggior parte dei paesi africani. La fedeltà delle forze armate al Governo sembra per ora saldissima e propiziata da una serie di significative attenzioni dal presidente, come la recente decisione di quintuplicare gli stipendi di alcune categorie di ufficiali dell’esercito. Le aree rurali gli hanno tradizionalmente garantito una base di consenso compatta, specialmente le regioni di lingua shona, ma anche parti importanti delle campagne abitate dal gruppo ndebele. In questo quadro, la questione dell’acquisizione del controllo governativo sulle grandi aziende agricole di proprietà dei coloni bianchi – prevista e regolata negli accordi di pace di Lancaster House, del 1979, che chiusero la lunga guerra civile aprendo la via all’indipendenza dello Zimbabwe – ha rivestito ovviamente un’importanza cruciale.

Lo “zoccolo duro” dei sostenitori di Mugabe è tradizionalmente formato dai cosiddetti “veterani” della guerra di liberazione (molti in realtà sono figli, discendenti e famigliari dei combattenti di tre o quattro decenni fa), destinatari privilegiati della redistribuzione delle terre espropriate ai bianchi. Anche se oggi, il processo di restituzione è sulla via del completamento (i “farmer” bianchi che ancora rimangono nel paese non sono più di 400 contro i 6 mila del passato), questa fascia della società garantisce ancora un serbatoio di mobilitazione fondamentale per il regime.

A fronte di questo quadro, i maggiori consensi per l’opposizione sono venuti fino ad oggi dalla popolazione delle aree urbane, strozzata nel suo complesso dalla disastrosa recessione economica, dai dati tremendi della disoccupazione, dall’inflazione a sei zeri. Politiche recenti del regime hanno ulteriormente colpito le fasce sociali inferiori della capitale, come quando, nel 2005, il governo ha deciso la “ripulitura” – ma in realtà la distruzione – delle grandi bidonville di Harare: di fatto privando dell’abitazione forse 700 mila persone, che sono state espulse verso le campagne o che hanno preso la via dell’emigrazione oltre-confine. Questa misura, abbastanza chiaramente diretta a colpire una componente della società che sfugge per larga parte al controllo del regime, ha anche inflitto un colpo drammatico all’enorme settore di economia sommersa che consente la sopravvivenza a una larga fetta della popolazione urbana.

Tuttavia la “ripulitura” ha avuto anche il l’effetto di aggravare le condizioni di vita nelle zone rurali che hanno dovuto assorbire il trasferimento di popolazione. È appunto il peggioramento della situazione delle campagne che, per la prima volta, ha determinato uno spostamento sensibile verso l’opposizione all’interno dell’elettorato rurale: un segnale evidente di erosione della principale base sociale di consenso del regime e un campanello d’allarme chiarissimo circa le reali possibilità dell’opposizione di Tsvangirai, finora fondamentalmente urbana e radicata nelle fasce medie e medio-basse – impoverite – di Harare e degli altri centri maggiori, di costituirsi una vera base nazionale.

La crisi elettorale che lo Zimbabwe sta attraversando non è se non la manifestazione contingente – e la più eclatante – di un’ormai annosa impasse nella politica nazionale. Il bandolo del conflitto, è chiaro a tutti, risiede nell’incapacità o impossibilità del gruppo dirigente del paese di formulare al proprio interno un’alternativa credibile al sistema di potere personale costruito dal presidente Robert Mugabe. Si sono fino ad oggi sempre dimostrate infondate le ipotesi circa la designazione di possibili eredi da parte del leader, che invece si è mostrato in grado di tenere saldamente nelle proprie mani il controllo del potere. La candidatura nelle elezioni di marzo di Simba Makoni, un ex ministro e alto esponente del gruppo di vertice, presentatosi come alternativa d’opposizione a Tsvangirai si è tradotta in pratica in un flop elettorale.

In questo senso la crisi elettorale dello Zimbabwe – sistema politico che non è ancora riuscito a riconciliarsi con la logica della necessità di un’alternanza al potere – è ben diversa da quella attraversata nei mesi scorsi dal Kenya, espressione di un conflitto – per quanto dirompente e gravido di conseguenze minacciose – in un sistema abbastanza consolidato – istituzionalmente e in termini di cultura politica condivisa – di rotazione al vertice per vie democratiche all’interno di un gruppo dirigente sufficientemente articolato e relativamente aperto.

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