IAI
Politica estera: i programmi dei Partiti

Questa Europa sconosciuta

7 Apr 2008 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

C’è da rimanere allibiti a leggere i programmi ufficiali dei maggiori partiti italiani: sembra che il nostro paese sia ripiegato sul proprio ombelico e che al di fuori dei pur gravi problemi interni non esista null’altro, o quasi. A stupire di più è la mancanza d’Europa. Da anni è ormai noto a tutti, anche ai cittadini più umili alle prese con l’euro, che l’Unione europea è un fattore di politica interna e che le nostre irrisolvibili questioni quotidiane, dalle immondizie all’inflazione, non si risolvono senza un continuo rapporto fra Roma e Bruxelles. Solo il PD nel suo programma si sofferma sull’Europa, ma lo fa nella premessa come cappello a tutto il resto. Il che è in sé corretto, ma ne inficia il messaggio poiché non può scendere nei dettagli, come fa per gli altri capitoli dell’agenda interna. Si limita, in altre parole, a enumerare alcune priorità, dalla ratifica del Trattato di Lisbona alla politica energetica, dalla sicurezza comune all’interessante idea di emissione di euro-bond per la politica di ricerca comune, ma non può soffermarsi sui temi pressanti della futura agenda europea e, soprattutto, sulla posizione che l’Italia dovrebbe assumere per difendere i propri interessi nazionali facendoli combaciare con quelli dell’Ue o, almeno, di un gruppo di riferimento di partner comunitari.

Tutti gli altri partiti, senza eccezione, tacciono pervicacemente sui temi europei: vale in particolare per il PDL, che come maggior partito della passata opposizione dovrebbe considerare la questione europea fra le priorità di un eventuale futuro governo del paese; non si discostano da questo atteggiamento né l’Italia dei Valori, né la Sinistra Arcobaleno, né la formazione di Casini.

Campagna elettorale assai povera
Anche nei dibattiti in campagna elettorale il tema Unione europea entra solo occasionalmente sia che si tratti della diossina nella mozzarella che di ventilati aiuti pubblici all’Alitalia. È un’Europa solitamente vista come inflessibile cane da guardia e non come grande e principale opportunità per l’Italia.

È esattamente il contrario di quanto avviene all’interno della Farnesina, dove un gruppo di riflessione strategica, guidato da Marta Dassù e Maurizio Massari ha compiuto la prima tappa di un esercizio che proietta la politica estera italiana al 2020. Siamo lontani anni luce da questa nostra poverissima campagna elettorale, anche perché nel documento della Farnesina l’Ue è piazzata con convinzione al primo posto fra le priorità dell’Italia ed è anche il tema di fondo di tutti gli altri capitoli. Si comprende, da questo studio, come una grandissima parte della nostra politica interna dipenda sempre più dalle decisioni che vengono negoziate a Bruxelles, ma soprattutto viene messo in chiaro che, come diceva Altiero Spinelli, l’Europa non cade dal cielo, ma richiede, ancora più oggi di ieri, una costante presenza e attivismo del nostro paese nelle istituzioni e nelle politiche comunitarie. Presenza che implica innanzitutto capacità di decisione a Roma, ma anche una grande capacità a dialogare con i nostri partner, a cominciare da quelli più importanti.

Ad esempio, nello studio della Farnesina si avanza la proposta del rafforzamento del Gruppo dei Sei (G6), che di fatto costituisca quindi il cuore dell’Unione europea. Non si tratta dei Sei fondatori della originaria Comunità, ma dei cosiddetti grandi, Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Italia che già ora si incontrano informalmente sui temi di sicurezza interna. Può essere a prima vista un’idea interessante, anche se viene il dubbio che essa serva per sottrarre l’Italia al “dominio” dei Tre Grandi, che già hanno creato non pochi incubi ai nostri governi.

In ogni caso, per rendere praticabile questa formula, l’Italia deve costruire rapporti credibili con gli altri Cinque. In particolare è decisivo il legame con Berlino, che si è cercato faticosamente di ricostruire in questi ultimi anni. Sarebbe questo il momento più favorevole, poiché Angela Merkel si trova in difficoltà sia con l’effervescente Sarkozy sia con il grigio Brown. La Germania rischia di rimanere parzialmente isolata nella sua battaglia europea e può quindi decidersi al salto verso una politica estera sempre più nazionale. Sarebbe quindi importante che l’Italia si concentrasse sui rapporti con Berlino, ma nessuno sembra realmente accorgersene e non sarà facile all’indomani del 13 aprile cominciare a costruire nuovi e più forti legami con la Germania in mancanza di un solido e credibile piano d’azione e di proposte da offrire a quel paese. Come al solito ci affideremo all’improvvisazione e alle idee dell’ultima ora, con il rischio di divenire sempre più fanalino di coda piuttosto che membro del G6.

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