IAI
Politica estera

Per una nuova politica di difesa

21 Apr 2008 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

Verso metà maggio si insedierà a Palazzo Baracchini un nuovo ministro della Difesa; il compito che lo aspetta nel prossimo quinquennio di legislatura è delicato e cruciale: sostenere l’impegno internazionale del paese all’estero e riformare lo strumento della difesa, ponendolo definitivamente su un percorso di efficienza ed efficacia sostenibili nel lungo periodo. Dalla sua avrà una maggioranza larga e non particolarmente frammentata, nonché un Parlamento in cui non sono rappresentate forze pregiudizialmente ostili alle Forze Armate.

Inoltre, potrà avvalersi della competenza di un Capo di Stato Maggiore della Difesa (il Generale Camporini) particolarmente abile e convinto della necessità di una riforma, di fresca nomina e quindi potenzialmente un buon compagno di viaggio per il quinquennio.

A remare contro potrebbero intervenire la situazione economica generale e dei conti pubblici, nonché le resistenze burocratiche tipiche delle strutture sottoposte a riforme importanti. Ma quali dovrebbero essere le decisioni chiave dell’agenda del prossimo ministro?

Il posizionamento internazionale e le missioni
Iniziamo dal quadro internazionale di riferimento; la situazione impone di scegliere e pianificare in un contesto altamente volatile, cui deve corrispondere una solidità delle scelte strategiche di fondo coniugata con un’elevata flessibilità dello strumento difensivo. Il posizionamento euro-atlantico dell’Italia non dovrebbe essere in discussione, ma ciò non basta a definire il quadro strategico; i punti di riferimento del paese restano inevitabilmente definiti dal mix di rapporti con la Nato, l’Unione Europea e il rapporto bilaterale con gli Stati Uniti. I pesi relativi di queste variabili sono inevitabilmente destinati a mutare nel tempo, anche in funzione della maggioranza di Governo e della personalità del ministro, nonché delle leadership e delle politiche via via espresse da questi attori.

Alla luce della crisi della Nato e dell’incerta leadership americana, le prospettive migliori paiono i pur lenti avanzamenti dell’Ue verso un progressivo coordinamento e integrazione delle forze disperse in ambito nazionale, sfruttando gli strumenti dell’Agenzia europea di difesa (Eda) e della cooperazione strutturata permanente prevista dal Trattato di Lisbona.

L’espressione più immediata della partecipazione italiana alla produzione di sicurezza internazionale risiede nelle missioni di stabilizzazione all’estero; il quadro per il 2008 è già definito dalle decisioni parlamentari di febbraio (vedi articolo) e sarebbe dannoso per la credibilità del paese non tener fronte a quegli impegni, peraltro votati a larghissima maggioranza. Vi sarà però da decidere la partecipazione a nuove missioni, soprattutto in ambito europeo; sarebbe pertanto opportuno chiarire a priori i criteri in base ai quali stabilire l’impegno nazionale, il quadro di coordinamento necessario con le altre amministrazioni dello Stato concorrenti (Esteri, Cooperazione…) e le finalità rispetto a cui valutare l’efficacia degli sforzi intrapresi.

Le modalità d’impegno nelle missioni già in corso potrebbe inoltre essere modificata nel senso di una maggiore partecipazione, soprattutto in Afghanistan, come richiesto dal recente vertice Nato, a condizione però che a tale maggior impegno corrispondano anche più ampie responsabilità di guida politica e partecipazione alla definizione della strategia di riferimento. Il ritorno di forze militari in Iraq, oggetto di una rapida e mal concepita discussione in campagna elettorale, non è al momento auspicabile, al di là dell’attuale (limitata) permanenza nel quadro di una missione di addestramento guidata dalla Nato.

La partecipazione alla missione in Libano non dovrebbe essere posta in discussione, così come il profilo della missione e le sue regole d’ingaggio generali, peraltro decise in contesti internazionali; al limite, si potrebbe (su richiesta del comandante del contingente nazionale) provvedere all’invio di dotazioni più congrue e all’applicazione più permissiva dei caveat nazionali.

A tal proposito, la legislatura precedente, nonostante l’impegno particolare dell’onorevole Pinotti, Presidente pro-tempore della Commissione Difesa della Camera, non è riuscita a varare un provvedimento di cui si avverte da tempo la necessità: una legge che regoli la partecipazione delle Forze Armate alle missioni estere che non rientrano nell’ormai desueta categoria di “guerra”. Si potrebbe ripartire affinando e completando il lavoro già condotto e giungere rapidamente all’adozione di una legge condivisa da tutte le forze politiche parlamentari (vedi studio di N. Ronzitti).

Modello di difesa, mezzi e risorse
Le decisioni strategiche in ambito internazionale devono riflettersi necessariamente in ambito interno nella predisposizione di uno strumento di difesa adeguato alle sfide presenti e future.L’Italia necessita di un nuovo modello di difesa: quello attuale non è sostenibile e risulta inefficiente e inefficace. Si dovrebbero predisporre, quindi, nei tempi più rapidi possibili due documenti di riferimento complementari da aggiornare regolarmente: un Libro Verde che fotografi la situazione dello strumento della difesa di anno in anno e un Libro Bianco adottato dal ministro che indichi i provvedimenti politici e le linee guida di attuazione del nuovo modello di difesa, da far discutere e approvare in Consiglio dei ministri e al Parlamento. Un terzo documento, di natura economico-contabile, dovrebbe invece strutturare la pianificazione delle risorse finanziarie per un periodo di 5 anni, impegnando Governo e Parlamento. Ma quali potrebbero essere i contenuti di questa nuova impostazione della difesa?

Il nuovo modello di difesa dovrebbe puntare, per quanto possibile, all’integrazione progressiva della politica di difesa italiana nel contesto europeo, tramite la messa in comune di capacità, pianificazioni e specializzazioni complementari nel contesto della cooperazione strutturata permanente guidata dall’Eda. Da ciò discende uno strumento numericamente ridotto ma totalmente “expeditionary”: entro la fine del quinquennio il 100% delle Forze Armate devono essere proiettabili: di forze non proiettabili si può fare a meno e quindi possono essere tagliate.

In termini numerici, vanno ridotti gli organici, ribilanciando la piramide dei gradi, troppo “panciuta” per l’eccesso di sottufficiali e con troppi comandi e “teste” di ufficiali di grado superiore, ma dalle gambe rachitiche per l’assenza di truppa. Si parla di numeri notevoli, all’incirca 20.000 marescialli e 3.000 ufficiali in meno, a tutto vantaggio di una riduzione della spesa per il personale. Non si può attendere che il fenomeno si risolva “fisiologicamente” nel giro di “soli” 13 anni (secondo le stime più credibili); urge un provvedimento straordinario concordato con tutta la Pubblica Amministrazione e il ministero dell’Economia.

Una decisione di grande valore simbolico, oltre che fonte di risparmi notevoli, sarebbe l’accentramento dei diversi Stati Maggiori e uffici centrali in un unico luogo a Roma, sviluppando così un vero spirito interforze. Il fronte più duro rimane comunque quello delle risorse economiche: uno strumento capace e ben oliato richiede investimenti e fondi di esercizio certi e in aumento. Dato l’impegno internazionale, la spesa per l’esercizio complessiva non può essere inferiore a 5 miliardi di euro per anno, mentre per mantenere un tasso di capitalizzazione accettabile delle forze si devono prevedere investimenti nell’ordine dei 5 miliardi di euro per anno, cui aggiungere un miliardo per ricerca e sviluppo. Se a questo si aggiunge la spesa per il personale, riducibile a 8 miliardi grazie alle misure sopra indicate, si giunge a un saldo complessivo per la funzione difesa di circa 20 miliardi annui.

Il precedente governo Berlusconi aveva tagliato pesantemente i fondi per la Difesa, soprattutto per gli investimenti e l’esercizio, e la “cura” impostata dal ministro Parisi ha permesso solo un recupero parziale dei “buchi” creati. Ci auguriamo che il prossimo ministro della Difesa sappia impostare coraggiosamente la sua necessaria e attesa azione di riforma, convincendo il Parlamento, la compagine governativa e la “macchina” della Difesa a supportare la sua azione. Così facendo diverrebbe un ministro da ricordare, fatto di cui si avverte un gran bisogno.

.