IAI
Il vertice Nato di Bucarest

Lo scudo antimissile della discordia

8 Apr 2008 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Durante l’ultimo vertice Nato è stato raggiunto un accordo sulla questione del sistema di difesa anti-missili balistici che gli Stati Uniti vogliono dislocare in Europa orientale: il dispositivo dovrà essere integrato in un sistema complessivo in grado di proteggere tutti gli Stati membri dell’alleanza atlantica.

Il comunicato finale del vertice riconosce l’esistenza di una minaccia per i paesi membri dell’alleanza costituita dalla proliferazione dei missili balistici, e considera la difesa anti-missile parte della risposta complessiva da mettere in campo. I capi di Stato e di Governo riconoscono inoltre “il sostanziale contributo alla protezione degli Alleati da missili balistici a lungo raggio che sarebbe fornito dalla costruzione di strutture anti-missile americane in basi europee”. Si tratta di un’approvazione piuttosto esplicita del progetto degli Stati Uniti di costruire un’istallazione radar in Repubblica Ceca e una batteria di missili intercettori in Polonia, integrati nel sistema anti-missile statunitense e in teoria capaci di fermare un limitato attacco con missili balistici rivolto al territorio nord europeo e nord americano.

La minaccia degli Stati canaglia
Secondo quanto sostenuto dall’amministrazione americana, la minaccia missilistica potrebbe provenire in un prossimo futuro da “Stati canaglia” asiatici, in primis l’Iran sotto stretta osservazione da Washington per il suo controverso programma nucleare. Il progetto americano avviato nel 2002 ha però sollevato lo scorso anno la dura reazione della Russia, che ha accusato gli Stati Uniti di alterare unilateralmente l’equilibrio strategico nell’area euro-asiatica e di mettere a rischio il deterrente nucleare russo, innescando così una nuova corsa agli armamenti. Come gesto di rappresaglia, ma anche a causa di altri contenziosi aperti con i paesi della Nato, alla fine del 2007 la Russia ha inoltre deciso la moratoria della sua partecipazione al Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (Cfe). Il presidente Putin nei mesi scorsi ha anche proposto agli Stati Uniti la partecipazione di Mosca alla gestione dello scudo anti-missile e l’utilizzo di una base russa in Azerbaigian invece del sito nella Repubblica Ceca, ma l’offerta è stata rifiutata da Washington.

Gli errori della gestione politica americana
Come sottolineato nel saggio di Stephen Larrabee che sarà pubblicato prossimamente su The International Spectator, sono imputabili all’amministrazione Bush diversi errori nella gestione politica della vicenda. In primo luogo, il governo americano avrebbe considerato la questione prevalentemente dal punto di vista tecnologico-militare, sottostimando l’impatto politico dell’iniziativa sull’opinione pubblica dei paesi interessati, sulle capitali europee e sui vertici del Cremlino. Solo in seguito alle forti polemiche scoppiate la diplomazia americana si è impegnata in modo significativo per spiegare ai governi alleati e all’opinione pubblica scopo e caratteristiche del sistema progettato. In secondo luogo, desta forti perplessità la tempistica del programma scelta dall’Amministrazione: i test sull’affidabilità del sistema sono ancora in corso e i risultati finora ottenuti non sono pienamente soddisfacenti; si rischia perciò di utilizzare nei siti europei una tecnologia non ancora matura. Inoltre, stando alla recente analisi delle stesse agenzie di intelligence americane, la minaccia costituita da missili nucleari iraniani non è certo imminente. In terzo luogo, il sistema così com’è non è in grado di difendere da eventuali attacchi missilistici i paesi del fianco sud dell’alleanza, in particolare Italia, Turchia, Grecia e i nuovi stati membri dei Balcani. Tale discriminazione tra alleati contrasta nettamente con il principio dell’indivisibilità della sicurezza europea garantita dalla Nato, cardine della stessa alleanza transatlantica.

La preoccupazione per l’opposizione russa, gli errori politici dell’amministrazione Bush, i dubbi sull’urgenza della minaccia iraniana e la contrarietà a una divaricazione dei livelli di sicurezza offerti agli alleati europei, hanno di certo alimentato lo scetticismo sul programma americano da parte di alcuni paesi dell’Europa continentale. Su tali punti è stato quindi avviato nel corso delle scorse riunioni ministeriali un dialogo politico interno all’alleanza, parallelo ai colloqui bilaterali tra Russia e Stati Uniti, che è sfociato nell’accordo raggiunto al summit di Bucarest.

Il comunicato finale del vertice infatti, dopo aver riconosciuto il contributo sostanziale del piano americano alla difesa alleata da attacchi missilistici, afferma che sono allo studio le modalità per integrare il progetto americano nella difesa anti-missile della Nato, e impegna il Consiglio atlantico a “sviluppare le opzioni per una architettura complessiva della difesa anti-missile che estenda la sua copertura ai territori di tutti gli stati non coperti dal sistema degli Stati Uniti”. Secondo l’obiettivo fissato dal comunicato, tali opzioni dovranno essere valutate nel vertice in programma per il 2009.

Le preoccupazioni di Putin
Una volta ricostruito il consenso degli alleati della Nato sul progetto di difesa anti-missili balistici, resta in ogni caso la questione dell’opposizione di Mosca al progetto americano. Nell’ultimo incontro bilaterale tra Bush e Putin, svoltosi a Soci nei giorni successivi al vertice Nato di Bucarest, i due presidenti uscenti hanno adottato toni dialoganti e costruttivi, discutendo l’ipotesi di un coinvolgimento a pieno titolo del partner russo nel programma americano. Putin in particolare ha dismesso i toni riecheggianti la Guerra Fredda che avevano contraddistinto le sue ultime dichiarazioni sullo scudo anti-missile, toni che stavolta avrebbero dovuto avere come bersaglio anche i 24 paesi europei che hanno esplicitamente appoggiato il piano statunitense.

Nella sostanza, tuttavia, le posizioni tra Stati Uniti e Russia restano distanti. Nonostante Bush abbia ribadito che dimensioni e caratteristiche del sistema-anti missile rendano tecnicamente impossibile una qualsiasi forma di contrasto del deterrente russo, che può contare su migliaia di testate nucleari attive su missili di vario genere, Putin ha riaffermato la propria contrarietà alla costruzione di un sistema del genere in prossimità del territorio russo. Anche perché, secondo le preoccupazioni russe, il dispositivo iniziale potrebbe essere in futuro ampliato e ristrutturato in modo da costituire una seria minaccia anche per il deterrente nucleare russo.

Lo scudo anti-missile sembra dunque destinato a rimanere un elemento di tensione all’interno del triangolo politico Stati Uniti-Europa-Russia, in particolar modo se considerato dall’angolo russo. Al di là infatti del suo effetto reale o potenziale nei confronti del dispositivo militare russo – o di quello iraniano – il progetto americano di fatto rappresenta un elemento importante del processo di integrazione nel sistema di sicurezza euro-atlantico dei paesi dell’ex Patto di Varsavia. Accanto al proposito di accogliere in futuro Ucraina e Georgia nell’alleanza atlantica, anch’esso espresso esplicitamente nel comunicato ufficiale di Bucarest, e alla costruzione di basi americane programmata in Bulgaria o Romania, lo scudo anti-missile rappresenta per Mosca l’ennesima prova di un’avanzata della Nato che tende ad “accerchiare” il territorio russo. Veder scemare la propria influenza sul “vicino estero” non può certo far piacere al Cremlino, anche se forse lo farà ai suoi ex paesi satelliti.

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