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Medio Oriente

Il difficile compito del prossimo presidente Usa

3 Apr 2008 - Akiva Eldar - Akiva Eldar

Il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha battuto il proprio record. Ormai è andata e tornata tra Gerusalemme e Ramallah per ben tre volte negli ultimi quattro mesi. E sembra del tutto determinata a moltiplicare gli sforzi in direzione di un accordo di pace permanente che sono rimasti congelati dal febbraio del 2001. Disgraziatamente, i violenti scontri tra Israele e Hamas, e tra il governo di Hamas a Gaza e quello di Fatah a Ramallah, hanno portato a una situazione di stallo il processo lanciato lo scorso novembre ad Annapolis. E, mentre il tempo passa, i sondaggi che si conducono a ripetizione mostrano che una crescente maggioranza di israeliani e di palestinesi stanno perdendo fiducia sulle possibilità di un accordo di pace. E questi sondaggi prevedono che si dovrà fare i conti con la vittoria delle forze nazional-religiose.

Una dichiarazione di principi
Il processo di Annapolis è basato sull’idea che Ehud Olmert e Mahmud Abbas presentino al presidente americano George Bush una dichiarazione di principi entro la fine dell’anno. La tragica situazione militare che prevale a Gaza e nel sud d’Israele rende tale obiettivo alquanto fantasioso. Per consentire una svolta nel processo di pace il nuovo Presidente dovrà iniziare cercando di ricrere un clima pacifico nella zona. Ciò significa rinunciare alle ambizioni di Bush di poter determinare un cambio di regime nei territori palestinesi come parte della politica estera americana dopo l’11 settembre.

È alquanto chiaro oggi che se Hamas non avrà un ruolo centrale nella soluzione del problema, resterà la parte centrale di tale problema. L’ultima dichiarazione di Khaled Meshal, capo del politburo di Hamas, a sostegno della creazione di uno Stato sovrano palestinese all’interno delle frontiere del 1967 (in un’intervista al quotidiano palestinese Al-Ayam del 2 aprile) apre la strada a un confronto politico con tale organizzazione. Meshal ha dichiarato che Hamas si è impegnata verso una soluzione di tipo politico e ha sottolineato che la sua posizione ha ricevuto un voto di consenso e risulta accettabile per il mondo arabo nel suo insieme.

La domanda è: sta bleffando? È possibile, ma non lo si saprà mai se non si inizierà a parlare. Se gli Usa e Israele hanno dei problemi a farlo direttamente, una terza parte – un governo arabo o europeo – dovrebbe avere l’opportunità di raggiungere un terreno di comprensione con Hamas. Il primo accordo da concludere deve prevedere la fine del boicottaggio su Gaza e l’autorizzazione all’Autorità palestinese e ad Israele di condurre un serio negoziato conclusivo sullo stato dei territori. Se si scoprirà che Meshal parla seriamente, un dialogo con Hamas potrebbe mettere nell’angolo la fazione più radicale nell’organizzazione e provocare più di un imbarazzo nel campo dell’estremismo islamico.

Approccio regionale
Supponendo che nei pochi mesi che mancano al momento in cui lascerà la Casa Bianca il presidente Bush non compia gesti clamorosi in termini di politica mediorientale, la prossima Amministrazione erediterà un grosso problema nella regione. Al di là del conflitto israelo-palestinese, troverà il solito caos in Iraq, un’instabilità cronica in Libano e una diffusa penetrazione di Al Qaeda un po’ ovunque. Più a lungo termine, il prossimo presidente dovrà correggere l’opinione diffusa in larghi strati dell’opinione pubblica americana che tutti gli islamici in Medio Oriente sono nemici dell’Occidente.

Israele ha un interesse nel rafforzamento della posizione americana nella regione e nella relative capacità di costruire delle ampie coalizioni. Ciò non si può fare senza accostare il conflitto Israele-Paesi arabi in modo diverso da come è stato trattato finora, e cioè assumendo un punto di vista nel quale la minaccia dell’egemonia dell’Iran e di Al Qaeda venga considerata un tema di politica estera e non di politica interna.

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