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La politica estera di Bush

Caduta senza fine

7 Apr 2008 - Carlo Calia - Carlo Calia

Tutti i presidenti americani, non rieleggibili alla fine del secondo mandato, sono “anatre zoppe” dal punto di vista della loro diretta capacità di comando, ma conservano una più o meno grande aurea di prestigio, una eredità di politiche e di idee da continuare in toto o da cambiare solo in parte, riconosciute come tali almeno nell’ambito del partito di cui sono espressione. Il caso del presidente Bush è eccezionale. Nessuno ha avuto come lui un consenso del 90% dell’opinione pubblica americana, nessuno ha conservato per vari anni livelli altissimi di appoggio popolare e nessuno, come lui è poi caduto alla fine del suo mandato a un livello così basso di discredito personale e di rifiuto delle sue politiche.

La crisi economica di questi mesi gioca un ruolo in questo fenomeno. Forse ingiustamente, perché il Presidente non è stato il solo a non esercitare controlli sul rispetto delle regole del mercato. Ma è l’attacco terroristico a New York, percepito dalla stupefatta società americana come una seconda Pearl Harbor, la chiave di comprensione del caso Bush. Dopo di esso il Presidente tutto ha potuto per qualche anno: ha deciso di portare il paese in guerra prima in Afghanistan e poi in Medio Oriente. In questa ultima regione, secondo la maggioranza degli americani, è stato sconfitto e questa sconfitta è poi stata la causa principale di tante altre minori o maggiori, diplomatiche o militari, in Asia, in Africa, in America Latina, con l’Iran, la Russia o con altri attori di più basso livello internazionale.

Le successive tesi di politiche estera
Sono ancora previsti molti viaggi all’estero del Presidente nei prossimi mesi, ma in America Bush è adesso ritenuto essere un anatra proprio senza gambe, piuttosto che semplicemente zoppa. I libri sulla sua presidenza che escono in questo periodo, esprimono giudizi negativi senza riserve, anche quelli di ex-collaboratori che oltre la sequenza degli eventi conoscono i ragionamenti alla base delle sue decisioni. Alcuni di essi forniscono interessanti informazioni su come si siano formate.

Inizialmente la politica estera del Presidente Bush, è stata quella definita unipolar realism, basata sul rifiuto dell’internazionalismo liberale di Clinton. Il tono del nuovo Presidente era diverso e duro con Arafat, con i cinesi, sul protocollo di Kioto, sul trattato Abm etc., tuttavia non c’era ancora un rifiuto completo del realismo del padre. I collaboratori di quest’ultimo, Baker e Scowcroft erano stati allontanati, ma Colin Powell e Condoleezza Rice erano stati loro pupilli o seguaci.

Successivamente, il giorno stesso dell’attacco terroristico a Manhattan, nasce la nuova dottrina, quella del with us or against us. Il vice-presidente Cheney, il Segretario di Stato per la Difesa, Rumsfeld, e i neo-conservatori balzano in primo piano. Una dottrina “di guerra” si sviluppa partendo da una psicologia di pericolo imminente e mortale che si installa definitivamente a Washington a seguito dell’attacco terroristico aereo, ma anche dei tentativi di avvelenamento con antrace nelle istituzioni statali americane. Esplode allora il timore di attacchi con altri virus. Si fanno simulazioni di guerra, Cheney ed il suo capo di Gabinetto, Lewis Libby, contro il parere del massimo epidemiologo americano, Henderson, tentano di convincere Bush a recuperare il virus del vaiolo dal suo deposito e vaccinare l’intera cittadinanza americana. Dopo l’eliminazione della malattia negli anni Settanta, solo gli Stati Uniti e la Russia conservano il campione di virus, ma Cheney era convinto che anche altri paesi disponessero di quel virus e potessero o volessero utilizzarlo come arma. Tra di essi L’Iraq. Questi episodi sono meno noti della più pubblicizzata campagna sul pericolo delle Armi di Distruzioni di Massa, comunque tutti questi eventi portano il vertice americano a dare “un duro sguardo nell’abisso”, seconda la formula riportato da uno dei biografi del Presidente, e trarne conseguenze drammatiche.

La vaccinazione generale avrebbe creato un panico generale e comportava di per sé un numero elevato di morti o persone menomate per delle semplice ragioni statistiche. L’operazione fu giudicata politicamente pericolosa da Bush e ci si limitò a vaccinare tutti gli appartenenti alle forze armate e gli addetti all’assistenza medica, comunque più di mezzo milione di persone. E se con la dottrina del with us or against us era stato deciso l’intervento in Afghanistan, dal gennaio 2002 al giugno 2003, la preemption diviene la tesi di politica estera americana che presiede all’invasione dell’Iraq.

L’invasione dell’Iraq
È noto che i neo conservatori hanno giocato un ruolo importante in questa decisione, anche se alcune loro motivazioni erano diverse. In particolare il numero due al Pentagono, Paul Wolfowitz, pensava che un Iraq democratico, a parte la guerra al terrorismo, avrebbe cambiato l’atmosfera politica dell’intero Medio Oriente e portato gli Stati arabi ad accettare l’esistenza dello Stato ebraico: la cosiddetta via irachena alla soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Tuttavia in una società come quella americana la colpa suprema per un uomo politico è quella di avere mentito e in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa. Per giustificare la guerra si passa dunque alla quarta teoria di politica estera, quella della Democracy in the Middle East. Finalmente si era in presenza di una Great Vision, quella che il Presidente cercava, quella che era mancata a suo padre, democratizzare il mondo arabo, un chiaro obiettivo morale i cui risultati avrebbero resa sicura l’America, anzi il mondo intero. Ma in Iraq niente va come previsto, per cui tra il 2005 ed il 2006 si rilancia la campagna per la democrazia con la quinta tesi di politica estera del Presidente, quella del Freedom Everywhere, abolire l’oppressione nel modo intero.

Di tutte le teorie di politica estera di Bush, quest’ultima è quella che ha fallito nel tempo più breve. Dopo un anno nessuno nell’Amministrazione americana ne parla più, al punto che per la prima volta vicepresidente e Dipartimento di Stato trovano un punto di accordo nel ritenerla un sogno irrealizzabile. A Washington si consolida l’opinione che George W Bush sia un leader ingenuo e testardo, portato regolarmente dalle certezze morali e dalla tendenza a negare gli ostacoli a rilanciare le sue politiche, piuttosto che riconoscere di aver sbagliato e modificarle. Nell’opinione pubblica americana si estende l’opposizione alla guerra in Iraq, i responsabili politici sbandano e la confusione si installa nella politica estera del paese.

I militari aiutano Bush nella questione del restare in Iraq, ma ormai dettano loro le regole da seguire sul terreno, anche in questioni strategiche, come quella se attaccare o meno gli impianti atomici iraniani. La Rice, da parte sua, abbandonati i grandi piani si concentra sul compito di far ritornare arabi, palestinesi e israeliani al tavolo dei negoziati. Il Presidente, che tanto voleva comandare, si limita adesso a seguire le direttive di altri, consolandosi con l’idea caratteristica di quasi tutti gli uomini politici che hanno fallito, quella che un giorno la storia gli darà ragione.

Bush padre e Bush figlio
Ma perché in tutti questi anni il Presidente Bush non ha reagito in modo più elastico alle differenti situazioni? Già precedentemente come manager, malgrado i suoi studi di Business Administration egli sottolineava la necessità di mostrare leadership e decisionismo, piuttosto che preparazione e conoscenza. Delegava molto, ma non controllava i risultati e sanzionava responsabilità in caso di insuccesso solo in casi estremi. In politica internazionale il padre con una più vasta esperienza di governo riteneva che in quel campo si agisce con un margine di conoscenze e probabilità di successo tra il 49 ed il 51 %, l’importante era quindi assicurarsi di essere sul lato del 51%. Bush figlio, al contrario, non apprezzava i dibattiti senza definitive conclusioni.

Qui si tocca quella che molti ritengono essere stata la motivazione centrale nell’azione del presidente George W. Bush: il sentimento di non essere stato apprezzato dalla famiglia nel dovuto modo, con il desiderio ansioso di portare a termine quello che un giudizio sbagliato dell’elettorato aveva impedito al padre di fare, contemporaneamente provando con ferme determinazioni che egli era altrettanto bravo di lui, anzi migliore. L’ironia finale in materia è quella che invece più egli falliva, più l’apprezzamento nei confronti dell’azione del padre aumentava. Non “finire il lavoro” in Iraq nel 1991 diveniva un atto di saggezza, non assumere una attitudine trionfalistica al momento del crollo del muro di Berlino, appariva aver favorito la causa della democrazia in Europa molto più di discorsi provocatori e così via. Anche il biografo tendenzialmente a lui meno ostile, Timothy Naftali, conclude il suo lavoro dicendo che mentre la sua presidenza avanza zoppicando verso la fine, moltissimi rimpiangono il realismo di Bush padre, la sua prudenza e la sua diplomazia.

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