IAI
La Nato a Bucarest

Un vertice per superare le divisioni

20 Mar 2008 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Il vertice Nato che si terrà il 2-4 aprile a Bucarest tratterà questioni importanti per la sicurezza transatlantica e su alcune è possibile che si realizzino significativi passi in avanti. Si profila un’intesa, in particolare, sull’ingresso di tre nuovi paesi balcanici nell’alleanza. Ma a dominare l’incontro sarà probabilmente la disputa sulla divisione degli oneri e delle responsabilità nel quadro della missione in Afghanistan. Le altre problematiche di ampio respiro – il rapporto tra Nato e Ue, le relazioni con la Russia, le capacità militari e la proiezione globale dell’alleanza – rischiano invece di rimanere sullo sfondo, mancando il consenso necessario per un ripensamento complessivo del ruolo dell’organizzazione.

Quello di Bucarest sarà il primo vertice Nato per nuovi leader europei come Gordon Brown e Nicolas Sarkozy. Nei mesi scorsi quest’ultimo ha suscitato un certo scalpore ipotizzando un reintegro della Francia nel comando militare della Nato, da cui De Gaulle decise di uscire nel 1966. Sarà al tempo stesso l’ultimo vertice per Bush e l’interrogativo è se, essendo ormai a fine mandato e nella condizione della tipica “anatra zoppa”, il presidente americano abbia ancora sufficiente influenza per ottenere nuovi impegni dagli alleati europei che appaiono invece più propensi ad aspettare la nuova Amministrazione per negoziare sulle questioni più importanti.

La missione in Afghanistan
Come nota il recente studio dell’Istituto Affari Internazionali La Nato verso il vertice di Bucarest, il tema dominante del vertice sarà la missione International Security Assistance Force (Isaf), che impegna in Afghanistan oltre 41.000 soldati al fine di creare un ambiente sicuro per la ricostruzione del paese e di addestrare le forze militari afgane. Negli anni scorsi la Nato ha progressivamente esteso l’area sotto la propria responsabilità dalla sola Kabul a tutto il territorio nazionale, il che è di per sé un importante risultato, ma che ha esposto le truppe Isaf agli attacchi della guerriglia talebana operante nel sud e nell’est del paese. Si è posto quindi, con forza, il duplice problema di una più equilibrata ripartizione degli oneri della missione e di un maggiore coordinamento tra gli alleati.

In primo luogo, gli Stati direttamente impegnati nelle operazioni di combattimento nel sud e che hanno sostenuto le maggiori perdite – Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda e Canada – chiedono agli alleati europei di aumentare i contingenti schierati, e di rimuovere i limiti che ne impediscono l’impiego al di fuori delle province settentrionali relativamente tranquille. Come hanno sottolineato i governi americano e inglese, in Afghanistan non è in gioco soltanto il successo della missione Isaf, ma anche la stessa tenuta dell’alleanza. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti ha affermato che una Nato “a due livelli”, con un gruppo di paesi che combatte e un altro che si rifiuta di farlo, mina il vincolo di solidarietà su cui è costruita la stessa organizzazione.

Di fronte agli appelli di Washington e Londra, che nell’ultimo anno hanno aumentato i propri contingenti rispettivamente di 3.200 e 3.400 effettivi, una prima risposta positiva è giunta da Parigi, che ha annunciato l’invio di rinforzi nella provincia meridionale di Kandahar. Già nei mesi scorsi, nel quadro della sua politica di riavvicinamento agli Stati Uniti, Sarkozy aveva deciso lo spostamento della flotta francese di caccia Mirage impiegati in Afghanistan nella base Nato di Kandahar. Gli altri paesi dell’Europa continentale non hanno invece preso nuove decisioni in merito ad un ampliamento delle dimensioni e del mandato dei propri contingenti, ma qualche novità in tal senso potrebbe venire proprio dal vertice di Bucarest.

L’altro problema cruciale della missione Isaf è la mancanza di coordinamento tra gli alleati nelle attività di addestramento delle forze afgane, di ricostruzione del sistema giudiziario e di contrasto alla produzione di oppio con cui si finanzia la guerriglia talebana. Come evidenziato da uno studio dell’ European Council of Foreign Relation, questa mancanza di coordinamento ha ostacolato l’azione complessiva di ricostruzione materiale ed istituzionale dell’Afghanistan, che pure ha fatto passi in avanti non trascurabili. Tale problema si ricollega all’annosa questione del rapporto tra Nato ed Ue, fra cui sembra esservi spesso più competizione che cooperazione. Più in generale, manca una strategia condivisa per raggiungere l’obiettivo di stabilizzare l’Afghanistan ed evitare così che torni ad essere un santuario per il terrorismo islamico. Mentre gli Stati Uniti pongono l’accento sulla necessità di sconfiggere militarmente i talebani per ottenere il pieno controllo del territorio, i paesi europei insistono sull’importanza della ricostruzione economica per conquistarne il consenso della popolazione afgana. Si tratta in un certo senso di due facce della stessa medaglia, ma nella pratica è difficile calibrare l’azione della Nato in modo da ottenere sia la vittoria militare sia l’appoggio della popolazione civile.

Molti paesi europei hanno criticato i bombardamenti aerei Nato che, provocando vittime civili, tendono a ridurre il sostegno degli afgani alla missione. Gli Stati Uniti, dal canto loro, sostengono che i raid sono resi indispensabili proprio dalla mancanza delle truppe necessarie per controllare il territorio. È evidente che la missione in Afghanistan necessiterebbe sia di un maggiore impegno militare ed economico dei paesi europei, sia della disponibilità americana a delineare insieme agli alleati una nuova strategia complessiva. A Bucarest se ne discuterà, ma grandi passi avanti su questo fronte non sembrano in vista.

I nuovi membri
Alla missione Isaf, come a quella in Kosovo, partecipano anche stati non membri della Nato, ma che sono inseriti in una rete di partenariati, come Ucraina, Georgia e i paesi dei Balcani occidentali. Tra questi ultimi Croazia, Albania e Macedonia sono parte da anni del Membership Action Plan (Map), il programma di assistenza Nato al processo di riforma delle forze armate e delle istituzioni politiche ed economiche dei paesi partner, volto a prepararne l’ingresso nell’alleanza. Al vertice di Bucarest si valuterà se i tre paesi, o alcuni di essi, siano pronti per essere invitati a far parte della Nato. Da un lato molti governi, in primis quello americano, spingono per un ingresso che estenda anche ai Balcani quell’effetto stabilizzatore registrato in Europa orientale con l’allargamento ad est della Nato. Dall’altro lato alcuni paesi europei ritengono che Albania e Macedonia non rispettino ancora tutti i requisiti necessari per entrare a pieno titolo nell’alleanza. Tuttavia un accordo che consenta di invitare i tre paesi ad aderire all’alleanza sembra a portata di mano.

Divergenze ben maggiori si registrano invece sulla proposta americana di avviare programmi Map di sostegno all’adesione anche con Ucraina e Georgia. Nonostante i due paesi siano da anni partner della Nato, sono forti infatti le perplessità tra gli alleati europei sulle condizioni politiche ed economiche di Kiev e Tbilisi. Sull’ingresso dei due paesi nella Nato pesa inoltre la strenua opposizione della Russia, che non vuole un’estensione dell’influenza occidentale in quello che considera il suo “vicino estero”. In un momento di tensione con la Russia su altre questioni rilevanti – lo scudo anti-missili balistici in Polonia e Repubblica Ceca, il Trattato sulle forze convenzionali in Europa e il riconoscimento del Kosovo – prevale fra gli europei un atteggiamento di cautela nei confronti di un rafforzamento della cooperazione con Ucraina e Georgia.

In conclusione, a parte la probabile decisione sull’allargamento ai Balcani, il vertice di Bucarest servirà soprattutto come occasione per attenuare i contrasti fra gli alleati su questioni, come la missione in Afghanistan, cruciali non solo per la credibilità dell’alleanza, ma per il suo stesso futuro.

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