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La questione tibetana

Un banco di prova per l’intransigenza cinese

20 Mar 2008 - Eva Pföstl - Eva Pföstl

Di fronte al coro di proteste internazionali per la repressione in Tibet, il governo centrale di Pechino risponde che “La Repubblica popolare difenderà risolutamente la sua sovranità nazionale e la sua integrità territoriale”, confermando che la sovranità rimane componente essenziale del nazionalismo cinese. Questa trova le sue basi intellettuali nel pensiero di Liang Qichao, le cui concezioni dello Stato, del sistema mondiale e della collocazione della Cina in quest’ultimo sono ancora presenti nell’immaginario nazionale cinese. È vero che queste formulazioni originarie sono state riviste in virtù dell’introduzione del marxismo-leninismo e dell’interpretazione di Marx fornita da Mao, così come dal «socialismo con caratteristiche cinesi» di Deng Xiaoping e, infine, dal contributo ideologico di Jiang Zemin al pensiero dei «tre rappresentanti». Tuttavia, la sovranità nell’interpretazione datane dai primi nazionalisti è rimasta il nucleo della politica cinese e Pechino continua a definire il Tibet una questione relativa alla sovranità cinese. E, che si accetti o meno la base normativa su cui tale tesi poggia, essa pone dei vincoli molto chiari al novero di possibili soluzioni al conflitto sino-tibetano.

Le minoranze etniche in Cina
La Repubblica Popolare Cinese è un paese multi-etnico; la sua popolazione ammonta a circa 1,3 miliardi di persone, di cui circa il 91,96% appartiene al gruppo cinese Han, mentre l’8,04% appartiene a 57 gruppi etnici diversi. Dall’avvento al potere del comunismo nel 1949, il governo cinese ha varato una serie di provvedimenti in materia di autonomia, comprendenti in particolare il Programma comune della Conferenza politica consultiva del popolo cinese del 1949 (con le successive modifiche approvate tra il 1954 ed il 1978) e il Programma generale per l’attuazione dell’autonomia regionale delle nazionalità del 1952. Tali leggi sono state poi superate dalla Costituzione della Repubblica Popolare Cinese del 1982 e dalla legge del 1984 sull’Autonomia regionale delle nazionalità, ovvero la principale legge sull’attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di autonomia (con le successive modifiche del 2001). Le norme sull’autonomia vigenti in Cina, si applicano alle cinque zone ad autonomia etnica – Inner Mongolia (creata nel 1947), Xinjiang (1955) Guangxi (creata nel 1958), Ningxia (1958) Tibet (1965) – così come a 30 prefetture autonome e 124 distretti autonomi, sul cui territorio risiedono nazionalità di minore consistenza.

Si tratta di forme di autonomia piuttosto di facciata, perché sia la costituzione, sia la legge del 1984, anche nella sua versione rivista, insistono in maniera esplicita sull’unità della Cina e sul fatto che le aree etniche costituiscono tutte parte integrali del territorio cinese.. Il nucleo persistente della politica cinese sulle minoranze è la promozione e il mantenimento dell’unità nazionale e della stabilità politica. Questa politica viene condotta in primo luogo in maniera persuasiva, tramite la concessione di autonomia regionale e governo autonomo alle regioni di minoranza, fornendole di trattamenti favorevoli e preferenziali; in secondo luogo, essa viene attuata in maniera coercitiva, quando lo si ritiene necessario, con misure molto severe nei confronti delle rivendicazioni separatiste..

È per questo che negli ultimi 50 anni, in parallelo con politiche di ricompensa per le minoranze, si è continuato a sopprimere le espressioni di dissenso. Il risultato di questo è che la diversa situazione delle minoranze etniche della Cina è ormai divenuta evidente. Molte di esse, specialmente quelle che risiedono nelle regioni centrali e sud-orientali, hanno mostrato uno stabile atteggiamento di coesistenza pacifica con gli Han, e fra di loro. Ma a differenza delle minoranze del sud-est, lo Xinjiang e il Tibet sono due regioni dove il senso d’indipendenza è stato tradizionalmente forte.

La questione tibetana
Per quanto riguarda il Tibet, che de facto storicamente è stato indipendente, la nascita della “questione tibetana” risale all’esodo del Dalai Lama dal Tibet in India, dopo la fallita ribellione all’autorità cinese a Lhasa nel 1959. In più di due decenni di colloqui continui, Pechino e Dharamsala sono rimasti in disaccordo su che cosa sia – o dovrebbe essere – in discussione. La dirigenza tibetana in esilio ha sempre avanzato due richieste essenziali: l’unificazione di tutte le aree abitate da tibetani e una «reale autonomia». Da parte sua, Pechino è stata chiarissima ed esplicita sul fatto che non c’è alcuna «questione tibetana» da discutere. Piuttosto, da parte loro la disputa è stata descritta esclusivamente come la questione relativa al ritorno personale del Dalai Lama.

Sulla prima questione, a partire dall’inizio degli anni ‘50, i tibetani hanno richiesto di unificare tutte le aree abitate da tibetani in una unità singola dal punto di vista amministrativo e politico: il Tibet comprenderebbe tutto l’altopiano, incluse le aree tradizionalmente tibetane di U-Tsang, Kham e Amdo, un’area che equivale ad un quarto del territorio della Repubblica popolare cinese. Oltre alla Regione autonoma del Tibet, il «grande Tibet» includerebbe la maggior parte della provincia di Qinghai e parti di Gansu, Sichuan e Yunnan, aree dove il 53 per cento dei tibetani della Repubblica popolare vivono in mezzo a cinesi han e altri gruppi etnici.

Il governo della Repubblica ha detto con chiarezza che il «grande Tibet» è un’entità astorica e irrealizzabile, anche a causa della vastità del territorio in questione e dei differenti stadi socio-economici delle varie aree tibetane. Sulla seconda questione, dal 1988 il Dalai Lama ha rinunciato all’indipendenza in cambio di una “sostanziale autonomia” con un controllo politico effettivo sui propri affari interni, specialmente in campo culturale, riservando alla Repubblica popolare il controllo della difesa del Tibet e degli affari esteri, preservando così la propria integrità territoriale.

Pechino e il governo tibetano in esilio
Senza dubbio, uno dei fattori chiave che hanno influenzato le relazioni fra Pechino e il Dalai Lama sono state le pressioni internazionali. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare stando alla letteratura teorica sulla diffusione delle norme, come anche tenendo conto delle intenzioni di chi preme sulla Cina per mutare la politica cinese in Tibet (Ong, governi stranieri, il governo tibetano in esilio), le pressioni esterne hanno avuto la tendenza a prolungare l’intransigenza cinese a questo riguardo (rendendo più profondi i timori relativi alla perdita della sovranità cinese sul Tibet) e si può pensare che esse abbiano finito per impedire l’attuazione di una politica più flessibile.

Data la sensibilità di Pechino all’influenza straniera nei propri affari interni, per qualsiasi dirigente cinese sarebbe una mossa pessima, dal punto di vista politico, aprire colloqui con il Dalai Lama solo a causa della censura occidentale. Inoltre, la critica internazionale della politica sul Tibet costituisce tutto sommato solo un elemento di disturbo minimo nelle relazioni cinesi con i governi stranieri. Al contrario, in quanto potenza in ascesa, la Cina si è guadagnata il sostegno della comunità internazionale per il mantenimento dei suoi confini territoriali riconosciuti. Nondimeno, la critica proveniente dall’estero tocca un nervo importante della dirigenza cinese. Così, perché il processo di dialogo continui e progredisca, la pressione internazionale su Pechino deve protrarsi.

Un altro fattore da non sottovalutare è rappresentato dall’incertezza sulla sostenibilità delle attuali condizioni in Tibet. La stabilità della regione tibetana è stata assicurata a un costo straordinariamente elevato, e Pechino sa che quest’investimento indotto per ragioni politiche ha liberato un insieme complesso di forze sociali ed economiche le cui ripercussioni sono ancora sconosciute.

Fattori di complicazione sono anche i mutamenti in corso nell’equilibrio strategico regionale. In particolare, la crescente preminenza indiana nell’Asia meridionale probabilmente influenzerà la strategia cinese in Tibet. Dopo l’istituzione del governo tibetano in esilio in India, nel 1959, il significato del Tibet nelle relazioni sino-indiane si è accresciuto drammaticamente, producendo un conflitto di confine nel 1962. Per quanto l’India abbia da molto tempo riconosciuto la sovranità cinese sul Tibet e fornito ripetutamente assicurazioni formali che «nessuna attività politica anti-cinese» sarà permessa in India, la presenza del governo tibetano in esilio a Dharamsala fornisce all’India un certo peso nelle sue relazioni con la Cina. Nel 2003, il governo indiano, ha riconosciuto che la regione autonoma del Tibet è parte della Cina. In cambio, la Cina ha riconosciuto il Sikkim come parte dell’India.

Accanto a questo miglioramento delle relazioni sino-indiane, c’è stato l’enorme accrescimento della posizione dell’India come potenza regionale. La crescente statura dell’India ha portato a una riconsiderazione della posizione strategica della Cina nell’Asia meridionale. Nonostante la recente espansione dei legami diplomatici, militari e commerciali fra India e Cina, queste due nazioni sono sempre più in competizione per la preminenza politica, economica e strategica nella regione. Che l’India si allei con gli Usa «per la causa della democrazia» contro la Cina, o con la Cina in una «alleanza geostrategica de facto per contenere l’Occidente», è chiaro che il mutamento di relazioni fra i due competitori nella regione avrà un ruolo centrale nel prossimo decennio. È probabile che aumenti, dunque, anche per questo aspetto, la necessità per Pechino di trovare una soluzione duratura alla questione del Tibet.

Quale futuro per il Tibet?
Se si guarda agli sviluppi recenti nel mondo, è evidente che lo status quo non prevale sempre e che il cambiamento è possibile. Il centro dell’ordine mondiale non sarà più lo Stato nazione con finalità onnipervasive tipico del passato, ma piuttosto una pluralità di livelli molteplici di governo, profondamente interconnessi fra loro. In questa nuova prospettiva, la questione tibetana potrebbe trovare anch’essa una soluzione positiva. Infatti, il Tibet rappresenterebbe un banco di prova ideale per l’attuazione di una “reale autonomia” all’interno della Repubblica popolare cinese. In virtù del carattere distintivo conferitogli dalla sua storia come Stato-civiltà separata, emersa parallelamente, ma indipendentemente, rispetto al mondo culturale cinese, il Tibet è un’entità sui generis all’interno della Cina moderna.

Se non si potrà sviluppare una misura di vera autonomia per il Tibet, allora è difficile credere che un principio di governo locale si possa significativamente istituire nel resto della Cina. Una genuina autonomia, inoltre, porrebbe fine alle violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei tibetani. Promuoverebbe anche la pace e la sicurezza internazionale, perché, anche se la Repubblica controllerebbe ancora la difesa del Tibet, una regione tibetana che si autogoverna fornirebbe una regione economicamente e socialmente più stabile di quella esistente adesso, in un punto di confine fra Cina, India e Pakistan. L’autonomia, probabilmente, preverrebbe l’insorgenza di un movimento secessionista più violento che invece potrebbe essere un esito possibile se la Repubblica continuerà a frustrare ogni autodeterminazione del popolo tibetano.

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