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La Cina tra Tibet e Taiwan

Tra mercato e valori

28 Mar 2008 - Nicola Casarini - Nicola Casarini

Continua la repressione del governo cinese nei confronti della rivolta tibetana iniziata a Lhasa a metà marzo e ora estesasi alle province vicine del Qinghai, Gansu e Sichuan. I fatti delle ultime settimane rappresentano la più grave crisi d’immagine per la Cina dai tempi del massacro di Piazza Tiananmen nel 1989. I Giochi Olimpici di quest’estate avrebbero dovuto presentare al mondo una Cina nuova e moderna. L’immagine della ritrovata potenza cinese e della sua “ascesa pacifica”. L’attuale gestione della rivolta e delle richieste del popolo tibetano di maggiore autonomia sta rivelando una Cina autoritaria e chiusa sul piano politico. Molto distante da quell’apertura economica che ha trasformato la Cina, negli ultimi decenni, nella seconda economia del mondo e nella prima potenza esportatrice. Un’economia talmente trainante che, nonostante i recenti tumulti in Tibet, ha portato la maggioranza della popolazione taiwanese a scegliere, durante libere elezioni svoltesi sabato 22 marzo, un presidente che si è impegnato a ristabilire relazioni cordiali con la Cina e a metter fine alle continue provocazioni lanciate all’indirizzo di Pechino dal suo predecessore.

Per Pechino, Tibet e Taiwan sono parte integrante della Cina. Di un’unica Cina. Il Tibet essendone una regione autonoma. L’Isola di Taiwan una provincia ribelle che se, non fosse per gli Stati Uniti, che ne garantiscono la sicurezza e l’indipendenza, sarebbe già stata ricongiunta alla madrepatria. Tibet, Taiwan, ma anche lo Xīnjiāng (dove le spinte secessioniste delle popolazioni musulmane di origine turcomanna continuano a essere represse nel sangue) sono questioni di ordine interno per la dirigenza cinese.

Se dunque un paese straniero decide di incontrare il Dalai Lama, invitare un esponente uiguri del movimento indipendentista dello Xīnjiāng, ricevere una delegazione ufficiale taiwanese, si tratta di azioni che vengono considerate indebite ingerenze negli affari interni della Cina e sentite come un’offesa dalla stragrande maggioranza della popolazione Han, il gruppo cinese maggioritario che rappresenta circa il 92% della popolazione. La Cina è un impero multi-etnico, come ben descritto in un recente articolo, dove le spinte di autonomia e libertà continuano a venir represse. Spinte che però trovano ascolto e appoggio tra le opinioni pubbliche e i parlamenti delle democrazie, i cui governi devono però fare i conti con l’impetuosa crescita cinese e le innumerevoli opportunità del suo grande mercato. Una tensione, quella tra interessi economici da una parte e appoggio a rivendicazioni indipendentiste e libertarie dall’altra, che sta caratterizzando sempre più le relazioni della Cina con le democrazie, occidentali e non. E che spiega, in parte, i tentennamenti e le sottigliezze diplomatiche di questi giorni.

Voci in ordine sparso
Dopo due settimane di silenzio dall’inizio della rivolta tibetana, mercoledì 26 marzo è intervenuto il presidente americano George W. Bush. Durante una telefonata al presidente cinese, Hu Jintao, Bush ha invitato Pechino ad impegnarsi in un dialogo sostanziale con i rappresentanti del Dalai Lama e a consentire l’accesso in Tibet a giornalisti e diplomatici stranieri. Precisando, però, che gli Stati Uniti non hanno intenzione di boicottare i Giochi Olimpici, né di disertare la cerimonia di apertura delle Olimpiadi.

Un’iniziativa quest’ultima che è stata, invece, presa in seria considerazione dal Parlamento Europeo durante una seduta straordinaria convocata sul Tibet mercoledì 26 marzo. Il Presidente dell’Europarlamento, Hans-Gert Poettering ha espressamente invitato i capi di Stato e di Governo dell’Ue a considerare un eventuale boicottaggio della cerimonia inaugurale. Un gesto meno forte e offensivo del boicottaggio dei Giochi, ma più mirato sul piano politico. Un’iniziativa che neppure il presidente francese, Nicolas Sarkozy, solitamente attento a non offendere la sensibilità cinese, si è sentito questa volta di escludere. E mentre il primo ministro polacco, Donald Tusk, e il presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Havel, hanno già annunciato che non andranno a Pechino a causa delle repressione cinese in Tibet, Gordon Brown, Primo Ministro britannico, ha ribadito che lui ci andrà. Un’Europa in ordine sparso, dunque.

L’Italia, insieme all’Olanda, è stata tra i primi paesi a reagire alla repressione cinese in Tibet. Il ministro degli Esteri Massimo d’Alema ha convocato l’ambasciatore cinese a Roma alla Farnesina dopo poche ore dall’inizio della repressione cinese. Un’azione seguita da molte altre cancellerie europee e asiatiche. A oriente, voci preoccupate e richieste di chiarimenti riguardo la situazione in Tibet si sono levate da Yasuo Fukuda, primo ministro giapponese, Lee Myung-bak, nuovo presidente sudcoreano, Manmohan Singh, primo ministro indiano e da Kevin Rudd, primo ministro australiano. Quest’ultimo, considerato alquanto filo-cinese, ha promesso di sollevare la questione Tibet durante la sua visita di stato a Pechino dal 9 al 12 aprile.

Tutte queste voci, sebbene importanti in quanto provenienti dai massimi livelli, non sembrano però voler prendere una chiara posizione su eventuali ritorsioni e/o pressioni sul governo cinese. E questo perché il mercato cinese e i suoi capitali sono diventati una componente troppo importante per l’economia mondiale. Quali paesi, soprattutto ora in una fase caratterizzata da bassa crescita e preoccupazioni legate al peggioramento del tenore di vita di ampie fasce della popolazione, potrebbero permettersi serie ritorsioni diplomatiche nei confronti di Pechino senza temere contraccolpi sulla loro bilancia commerciale?

Taiwan: tra indipendenza e riconciliazione
Questa tensione, tra opportunità del mercato cinese (e dei suoi capitali) e richiamo ai valori, si è fatta sentire prepotentemente anche nelle scelte elettorali della provincia “ribelle” di Taiwan. Mentre la gestione della rivolta tibetana sta causando seri danni d’immagine a Pechino, l’attrattività del mercato cinese ha spostato gli equilibri a Taiwan. Dopo otto anni di opposizione, il Kuomintang, il vecchio partito dei Nazionalisti di Chiang Kai-shek, ha riconquistato il potere sull’isola. Ma Ying-jeou, l’ex sindaco di Taipei, si è aggiudicato una schiacciante maggioranza, oltre il 58%, nelle elezioni presidenziali di sabato 22 marzo.

In campagna elettorale, Ma aveva promesso di ristabilire relazioni cordiali con la Cina in maniera da rilanciare i legami economici tra l’isola e la madrepatria e trarre profitto dalla crescita cinese. Questo nuovo corso non deve però indurre a pensare a un inizio di riunificazione con la madrepatria. Al contrario, come sottolineato da alcuni osservatori, un processo di elaborazione dell’identità nazionale taiwanese ha attecchito anche all’interno del Kuomintang, tradizionalmente meno sensibile ai richiami indipendentisti. Inoltre, Ma si è preoccupato di sottolineare, all’indomani dell’esito elettorale, di essere disponibile a riprendere subito i negoziati di pace con la Cina a patto che “Pechino ritiri i missili puntati su Taiwan”.

Sotto la continua minaccia delle testate cinesi puntate su Formosa, alla fine la maggioranza degli elettori taiwanesi non si è lasciata neppure influenzare più di tanto dagli eventi tibetani e ha scelto la strada della riconciliazione con Pechino. Rifiutando l’equazione Tibet-Taiwan fatta propria dal candidato del Partito Democratico Progressista (Pdp), Frank Chang-ting Hsieh, durante gli ultimi giorni della campagna elettorale. Hsieh aveva infatti cercato di cavalcare i tragici eventi di Lhasa a favore della linea indipendentista del Pdp arrivando a dichiarare che se “faremo la pace con la Cina, Taiwan farà la fine del Tibet”. Una linea in sintonia con il suo predecessore, Chen Shui-bian, presidente dell’isola dal 2000 al 2008 le cui continue provocazioni all’indirizzo di Pechino hanno caratterizzato i suoi otto anni al potere.

L’ultima “provocazione” di Chen sono stati due referendum consultativi anti-cinese, tenutisi in concomitanza con le elezioni presidenziali di sabato, nei quali si chiedeva agli elettori se avessero voluto sostenere la candidatura dell’isola per un seggio alle Nazioni Unite. Una chiara provocazione nei confronti di Pechino e una deviazione dal principio cardine che sulla faccia della terra esiste una sola e indivisibile Cina. Solo poco più del 36% degli elettori è andato a votare per i referendum i quali, non avendo raggiunto il quorum del 50%, sono falliti. E questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo non solo a Pechino, ma nelle cancellerie di tutto il mondo. Risolvendo la tensione tra valori indipendentisti e libertari e l’attrazione del mercato cinese a favore di quest’ultimo. Per il momento. Perché tale tensione continuerà a persistere nelle relazioni tra Cina e democrazie. E a riguardare tutti noi.

L’interesse nazionale italiano
Per L’Italia sarebbe opportuno cominciare una serie riflessione strategica su questi temi. Chiedendosi dove sta l’interesse nazionale di fronte alle violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali. In un momento storico che vede l’ascesa del gigante cinese e la prospettiva di enormi opportunità per il nostro sistema paese e delle imprese. Trovare forme e modi di conciliare il mercato e i valori nel nostro rapporto con la Cina contribuirebbe non solo a rilanciare la politica estera italiana, ma anche a mandare un messaggio forte a quanti, dentro e fuori la Cina, lottano perché a fianco della crescita economica e della lotta alla povertà, ci possa anche essere maggiore libertà.

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