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Russia

Medvedev e l’economia: la fragilità rimane

3 Mar 2008 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

L’economia russa continuerà a crescere nei prossimi anni in un quadro di sostanziale continuità col passato più recente. Ma i suoi punti deboli aumenteranno e in uno scenario a più lungo termine si spingerà verso il ristagno economico. L’economia potrebbe così trasformarsi in un fattore di destabilizzazione e riproporre con forza una secca alternativa tra centralismo autoritario e riforme democratiche.

L’espansione economica degli ultimi anni
Da più di un quinquennio l’economia russa attraversa una fase di forte crescita (7% in media all’anno). Soprattutto grazie agli aumenti a ripetizione dei prezzi dell’energia. Due terzi delle entrate e circa la metà del bilancio dello stato russo sono legati alle vendite di petrolio e gas. Il reddito pro capite è rimasto comunque molto basso ed è oggi mediamente pari al 35% di quello dell’Ue (15) e al 25% di quello americano (in termini di PPP).

La crescita ha consentito di realizzare un imponente programma di stabilizzazione macroeconomica e finanziaria: è stato creato un ingente fondo di riserva statale (12% del Pil russo); è stato accumulato un considerevole di ammontare di oro e valuta estera (450 miliardi di dollari); sono state ripagate puntualmente al Fondo Monetario Internazionale le tranche del debito estero.

La fragilità di fondo dell’economia resta l’estrema dipendenza dal petrolio e dal gas. Il processo di diversificazione economica non ha fatto veri progressi in questi anni e l’industria manifatturiera continua a manifestare, in sue importanti componenti, preoccupanti segnali di debolezza e, in taluni casi, di avanzato declino.

Riforme e proprietà pubblica
A monte di questi andamenti vi è il blocco dei processi di riforma verificatosi in molte aree chiave dell’attività economica e amministrativa. I ritardi più evidenti, rispetto all’ambizioso programma avviato lo scorso decennio, riguardano il processo di ammodernamento della macchina amministrativa e la lotta alla corruzione e alla criminalità. Queste ultime in forte aumento in tutti i gangli istituzionali più importanti del paese.

Al posto delle liberalizzazioni si è avuto il rilancio dell’invadente presenza dello Stato in economia che oggi ostacola lo sviluppo del settore privato e la diversificazione della base produttiva. La proprietà pubblica nel comparto dell’energia è fortemente cresciuta in questi ultimi anni, passando dal 18% nel 2004 a più del 50% nel 2007. Crescenti acquisizioni statali si sono altresì avute nel settore bancario, dell’estrazione dei metalli, e delle grandi opere.

Negli anni Novanta erano diffuse nei paesi occidentali aspettative assai ottimistiche sulla Russia. Si pensava che la libertà economica avrebbe prodotto nel tempo anche crescenti spazi di libertà politica. Un’economia russa liberalizzata avrebbe sprigionato nuove forze e tensioni fino a minare la stessa sopravvivenza di un regime politico autoritario.

L’era Putin ha brutalmente sconfessato tutte queste attese. Si è avuta una drastica sterzata autoritaria e centralistica nel modello politico accompagnata da un crescente controllo pubblico di alcune leve fondamentali dell’economia. Al consenso basato sulla graduale estensione della democrazia si è sostituito quello imperniato sul mix di un rilancio del nazionalismo e della crescita economica. Una combinazione vincente se si guarda al passato più recente. Ma per il futuro?

Scenario dell’economia favorevole nei prossimi anni
Se guardiamo ai prossimi anni e alla fase di avvio della Presidenza Medvedev tutto lascia presagire una sostanziale continuità col passato. Ci sarà Putin, d’altra parte, ad agire da garante. Il potere economico rimarrà concentrato, com’è oggi, nelle mani di pochi potenti gruppi di interesse. Di conseguenza, un grado elevato di monopolio e inefficienza complessiva continuerà a caratterizzare l’economia russa in una pluralità di comparti. Allo stesso tempo le opportunità di nuovi business resteranno settorialmente elevate e l’economia russa dovrebbe poter continuare ad attrarre consistenti investimenti dall’estero; le imprese e i fondi russi, a loro volta, saranno in grado di investire parte delle ingenti somme accumulate sui principali mercati e paesi dell’area avanzata.

Anche la crescita economica dovrebbe mantenere nei prossimi anni una dinamica positiva, pur se inferiore ai ritmi degli ultimi anni (5% annuo è la previsione per i prossimi quattro anni). Naturalmente, vista la dipendenza dagli elevati e crescenti prezzi del petrolio, i rischi maggiori potrebbero sempre venire da qui e da una inversione di tendenza verso il basso dei prezzi dell’energia. Anche nell’eventualità di ribassi, tuttavia, si può ipotizzare che gli inevitabili effetti di rallentamento della crescita potrebbero essere efficacemente contrastati attingendo alle ingenti risorse accumulate in questi anni e facendo ricorso ad aumenti della spesa pubblica e, in particolare, degli investimenti pubblici. Resta, comunque, l’incognita di una inflazione che ha rialzato la testa in questo ultimo periodo e potrebbe arrivare a minacciare anche a breve il sentiero di crescita dell’economia russa.

Economia problematica a lungo termine
Se si guarda, tuttavia, ad un arco temporale più a lungo termine lo scenario cambia sensibilmente tanto da far diventare l’economia un possibile fattore di destabilizzazione degli attuali assetti di potere. Il mix di autoritarismo politico e inefficiente struttura burocratico-amministrativa oggi dominante finirà inevitabilmente per deprimere le potenzialità di crescita economica della Russia allorché sarà venuto meno l’attuale andamento estremamente favorevole dei prezzi dell’energia. Tanto più che anche i fattori demografici si muoveranno negativamente di qui a venti anni: la popolazione russa diminuirà e diverrà più vecchia, con una riduzione della quota in età da lavoro.

A quel punto, se si vorranno contrastare le tendenze al rallentamento e al ristagno dell’economia servirà mobilitare nuove rinnovate energie e risorse nella società, tornando a favorire i processi di liberalizzazione economica e un relativo pluralismo politico. Lo statalismo e centralismo autoritario di questi anni diverranno così sempre più ingombranti. E potrebbero tornare d’attualità i temi che erano al centro dell’agenda delle riforme disegnata negli anni Novanta e che sono stati poi lasciati cadere da Putin e che verranno lasciati nel cassetto – come tutto lascia prevedere – anche dal Presidente Medvedev.

Anche Il rilancio di un processo di graduale democratizzazione potrebbe allora riprendere vigore e trovare crescenti sostenitori all’interno della società, soprattutto in una classe media che sarà diventata più numerosa, più ricca e più esigente.