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La politica estera della Cina

Le spregiudicatezze di Pechino, dal Tibet agli Stati canaglia

19 Mar 2008 - Carlo Calia - Carlo Calia

La Cina è spesso accusata di appoggiare despoti liberticidi e difendere governi di paesi che favoriscono la proliferazione dell’arma nucleare o che attuano politiche di vero genocidio. Gruppi attivi e documentati attirano l’attenzione sul comportamento del governo cinese in Tibet, specie in questi giorni di sanguinosa repressione delle proteste popolari; oppure sull’appoggio dato alle politiche di sterminio omicida in Sudan e di violenze senza limiti in Birmania. Nelle opinioni pubbliche occidentali si levano così molte voci in questo periodo che chiedono il boicottaggio dei giochi olimpici di Pechino.

Sono richieste fondate su tragici fatti ed è bene che si manifestino. È vero che non si ottengono decisioni di rilievo nella questione della partecipazione ai giochi, né da parte dei governi dei paesi partecipanti alle Olimpiadi, né da quello degli ambienti sportivi desiderosi soprattutto di partecipare al più importante evento sportivo al mondo. È di questi giorni la notizia della cancellazione della Cina dalla lista del Dipartimento di Stato americano dei paesi che violano i diritti umani, quasi sicuramente in preparazione di una visita a Pechino del presidente Bush in occasione appunto dei Giochi. Tuttavia i cinesi non sono indifferenti a queste accuse che contribuiscono al processo di cambiamento in corso in Cina in relazione alle politiche da seguire nei confronti dei paesi più discutibili di quello che un tempo si chiamava Terzo Mondo.

Da Mao a Deng
Dopo l’arrivo nel 1949 di Mao al potere, il Partito Comunista cinese fissò nel 1954 i cinque principi ai quali si sarebbe ispirata la politica estera del nuovo Governo e tra di essi vi erano il rispetto della sovranità dei singoli Stati, l’integrità territoriale e la non interferenza negli affari interni. Erano principi che il nascente e fragile regime comunista voleva vedere applicati soprattutto nei propri confronti, ma che era anche basato sull’esperienza di cento anni di invasioni straniere e perdite territoriali. Successivamente vennero ritenuti comunque convenienti per l’azione in generale della Cina nel mondo e si consolidarono perciò come capisaldi della politica estera cinese.

Solo dopo la morte di Mao nel 1978 e l’arrivo al potere di Deng Xiaoping, vi furono cambiamenti a questa linea. La tesi di fondo di Xiaoping nell’affrontare i problemi del paese era“che non gli importava di che colore fosse un gatto, purché prendesse i topi”, riferendosi naturalmente al colore politico del gatto. Anche nelle relazioni internazionali la politica fece dunque un passo indietro e l’economia un passo avanti. Per tenere conto dello sviluppo economico cinese, le relazioni con molti paesi vennero modificate e i movimenti di guerriglia maoista operanti nel mondo persero i loro finanziamenti, ritenuti improduttivi e fonte di contrasti con importanti partner commerciali. Ma il processo di pragmatica modifica della politica estera si interrompe dopo la repressione a Tienanmen nel 1989 e il collasso dell’Unione sovietica nel 1991.

I dirigenti cinesi erano soprattutto preoccupati da quella che risultava loro essere un’aggressiva politica di espansione anche territoriale del potere degli Stati Uniti e dei suoi alleati occidentali, inizialmente nei paesi ex-comunisti dell’Europa dell’Est, ma poi anche nel Caucaso, sino ai confini della Cina stessa. Quella, cioè, che a Washington era chiamata la dottrina del nuovo “global order”. Tuttavia ci si continua ad attenere ai prudenti principi a suo tempo indicati da Deng nei suoi 24 punti di strategia: “osservare con attenzione, consolidare le proprie posizioni, trattare le questioni con calma, nascondere le proprie capacità e prendere tempo, mantenere con abilità un profilo basso e mai assumere una leadership”.

L’espansione economica
Intanto l’economia cinese entrava in un ciclo di espansione accelerata e continua che comportava nuove necessità. La disponibilità di materie prime e fonti di energia diventa una priorità che detta le linee dalla politica estera nei confronti di quegli Stati che ne sono importanti fornitori. Pechino appoggia così, senza remora alcuna, una serie di “Stati canaglia”, o così definiti, diventando ben presto alleato politico e centrale partner commerciale di Iran, Sudan, Birmania, Zimbabwe e Corea del Nord. Le critiche dei paesi occidentali sono ignorate. Al contrario, la Cina sfrutta sino in fondo i vantaggi commerciali che le permettono le politiche di embargo o di boicottaggio economico applicate contro quei paesi, per estendervi la sua presenza economica. Pechino non si fa in questo campo impressionare dalla politica internazionale di minacce e interventi militari attuata da Washington, dove tra l’altro il presidente George W. Bush, all’opposto del sinofilo suo padre, ascolta spesso la voce di collaboratori che diffidano della Cina.

Nel corso del 2005, tuttavia, l’America si impantana seriamente in Iraq, mostrando i limiti delle sue capacità belliche. In aggiunta Washington precipita, per ragioni di cambi e bilancia commerciale, in una situazione di debolezza economica nei confronti di Pechino, mentre rileva la necessità di ottenere l’appoggio o almeno la neutralità cinese per fare avanzare i suoi dossier negli organismi internazionali, il cui ruolo è ritenuto di nuovo indispensabile. Contemporaneamente in segmenti importanti delle opinioni pubbliche occidentali aumentano le campagne anticinesi o gli appelli alla collaborazione della Cina per porre fine almeno alle politiche più sanguinose o più dure attuate dai regimi al potere in Sudan ed in Birmania.

La tensione con la Corea del nord
Pechino non rimane indifferente al mutamento della politica americana nei suoi confronti. Cessati dunque i timori di accerchiamento, il Presidente cinese Hu Jintao visita Washington nel 2006, mentre si moltiplicano i segnali di cambiamenti e anche qualche effettiva collaborazione in materia di Stati canaglia. Per la verità nella riunione il medesimo anno a Pechino dei sei paesi che trattano il problema dell’armamento nucleare del Nord-Corea, i cinesi si limitano ancora a fare da ospiti. Ma in ottobre giunge lo shock del test nucleare nella Corea del nord, evento di cui il Presidente Hu ha notizia solo 20 minuti prima, mentre presiede il Plenum annuale del Partito. L’episodio scuote le opinioni e gli equilibri tra le diverse componenti della dirigenza cinese in materia di rapporti con l’estero. Il caso mostra infatti platealmente che il semplice fence-sittingnon è sempre adeguato al nuovo ruolo di grande potenza.

Gli altri paesi problematici
Alla condanna del test nucleare nordcoreano segue una politica di mediazione cinese che porta a nuovi accordi sulla questione. La Cina inoltre appoggia la creazione ed il dispiegamento di una forza congiunta Nazioni Unite-Unione africana in Darfur, vota all’Onu risoluzioni sulle sanzioni all’Iran e si pronuncia contro i metodi repressivi utilizzati dal governo birmano. Intanto in Africa, dove Pechino esercita una politica di penetrazione economica senza regole e senza scrupoli, i cinesi incontrano ostacoli e fronteggiano problemi inaspettati. In Sudan, opinioni occidentali o meno, gli interessi cinesi stessi sono minacciati dall’allargarsi del conflitto in Ciad, dove la Cina ha degli investimenti e molte speranze nel settore petrolifero. Soprattutto la politica di riaffermazione della superiorità del gruppo dominante arabo su tutte le altre componenti regionale o etniche del paese rischia di portare alla ripresa della guerriglia nel Sud. Infatti gli accordi di pace del 2005, che hanno chiuso quel conflitto, non vengono rispettati e conflitti in questa regione mettono a rischio la regolare continuazione della produzione di petrolio del paese. In Zimbabwe il collasso economico e finanziario ha portato allo stallo dei convenienti contratti di commercio lì stipulati, in Angola grandi progetti sono stati silenziosamente sospesi per difficoltà e inadempienze locali etc. Questi eventi hanno effetto sul pensiero politico dei cinesi.

Molto è possibile fare per accompagnare questa evoluzione. Certo, i valori fondamentali sui quali si basa la politica cinese non sono quelli dei diritti umani o della democrazia. Ma la Cina attuale è un mondo non monolitico, in grande e caotico cambiamento. Condanne e richieste di collaborazione vanno dunque avanzate senza ostilità. Utile è percorrere i canali non politici e incoraggiare i contatti dei responsabili cinesi anche con gli esponenti delle opposizioni dei paesi in discussione. Occorre infine servirsi a fondo delle Organizzazioni internazionali o di altri organismi multilaterali, valorizzati molto dalla Cina e che le permettono anche di partecipare ad azioni comuni senza apparire vassalla degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali.

Tutto ciò non avrà sfortunatamente effetto sulla questione Tibet, considerata dal Governo e dalla quasi totalità della popolazione cinese un problema inesistente. Al contrario, maggiori saranno i problemi internazionali originati dalla espansione cinese in quella regione, maggiori saranno le remore ad accettare il principio che non tutto può essere considerato interno nel giudicare le azioni di alcuni Stati.

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