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Iran

Le elezioni che Ahmadinejad non ha vinto

26 Mar 2008 - Nicola Pedde - Nicola Pedde

La prima fase delle elezioni per il rinnovo del parlamento iraniano si è conclusa. E si sono sopiti temporaneamente nel paese anche i commenti sull’esito delle elezioni, nella tradizionale lunga pausa che segue nowruz, il capodanno persiano. Come ampiamente previsto le forze conservatrici hanno dominato le elezioni, ottenendo la maggioranza dei seggi e annullando ogni speranza di riscossa per la sempre più debole e disorientata compagine dei riformisti.

In attesa del 25 aprile, giorno in cui si terrà il ballottaggio che deve assegnare i 30 seggi ancora incerti sul totale di 290, è opportuno qualificare con maggiore precisione la compagine dei conservatori e per comprendere se – come gran parte della stampa occidentale non ha tardato a riportare – si sia trattato veramente di una vittoria per le forze vicine al presidente Ahmadinejad.

Il mosaico politico iraniano
Lo scorso 14 marzo si sono presentate alle elezioni per il rinnovo del parlamento iraniano un considerevole numero di sigle, ma a dominare la scena pre-elettorale sono state in realtà tre aggregazioni di partiti, a loro volta portatori degli interessi delle tre principali anime del sistema politico iraniano.

I riformisti, definitivamente tramontati i fasti che caratterizzarono per otto anni il doppio mandato presidenziale di Khatami, sono oggi una forza eterogenea e alquanto fragile politicamente. La loro debolezza è il frutto essenzialmente di tre fattori. La leadership del movimento – che raggruppa in sé più partiti – è stata oggetto di pesanti critiche e aperte accuse, non solo in relazione ai mancati risultati del doppio mandato presidenziale riformista, ma anche e soprattutto per la corruzione che ne ha caratterizzato l’operato. In secondo luogo ha pesato sulle possibilità del movimento il costante e sistematico accanimento del Consiglio dei Guardiani, che dal 2004 a oggi ha provveduto a squalificare un gran numero di candidati nelle varie tornate elettorali, dalle provinciali alle presidenziali. Ultimo, ma non meno importante, i riformisti hanno pagato in modo maggiore rispetto ai conservatori la disaffezione dell’elettorato che serpeggia soprattutto nelle generazioni più giovani.

Nelle elezioni del 2008 si sono presentati insieme ai riformisti nella maggior parte dei seggi anche i candidati cosiddetti “pragmatici”, ovvero quelli della destra modernista storicamente riconducibile all’ex presidente Hashemi Rafsanjani. Anche questa formazione, potenzialmente interessante in termini di risultati elettorali, paga il prezzo di una leadership spesso accusata di essere non solo complice del sistema di potere, ma anche artefice della grande corruzione e malgoverno che ha determinato i nefasti ritorni economici e sociali del paese. Come hanno dimostrato anche le elezioni presidenziali del 2005, Rafsanjani non è riuscito a riemergere quale leader politico moderato, utile a una transizione modernista del paese. È stato, infatti, sconfitto sistematicamente dai voti dell’elettorato giovane e costretto dagli eventi a fungere sempre più da pedina di stabilità per l’establishment clericale in funzione anti-fondamentalista.

Il fronte conservatore
Non mancano le novità, e le contraddizioni, anche nel gruppo dei conservatori. L’alleanza che obtorto collo aveva garantito i successi elettorali delle amministrative del 2003, delle parlamentari del 2004 e delle presidenziali del 2005, è definitivamente tramontata. Dell’originaria compagine esistono oggi almeno tre grandi correnti, due delle quali si sono apertamente fronteggiate nelle ultime elezioni parlamentari.

La destra fondamentalista di Ahmadinejad, di chiara ispirazione mahdista interventista, dopo le ultime elezioni presidenziali non ha saputo reggere all’interno della coalizione conservatrice per più di un anno. Ciò che aveva determinato il successo di questa formazione era da un lato il supporto della Guida, interessata ad assicurarsi una sicura vittoria sui candidati moderati, e poi la componente intellettuale radicale dell’Abadgaran, da sempre impegnata in un processo politico orientato alla riscoperta dei valori originari della rivoluzione e del primo khomeinismo. Questo sodalizio, tuttavia, è durato molto poco.

L’avventata politica estera, la mancanza di un razionale piano di gestione dell’economia e la visionaria posizione mahdista vagamente riconducibile al disegno che fu dell’Hojjatieh (gruppo laico anti-bahai storicamente incline a una posizione di sostegno per la separazione tra religione e politica) e, non ultimo, una mai celata devozione spirituale per l’Ayatollah Mesbah Yazdi, determinarono già nel novembre del 2006 la perdita del sostegno dell’Abadgaran (con il disastroso risultato elettorale alle elezioni amministrative del dicembre 2006) e la progressiva ascesa in ambito conservatore di gruppi ostili al presidente.

Dalla disgregazione della componente politica conservatrice che si è presentata compatta sino alle elezioni presidenziali del 2005 è sorta, quindi, una tripartizione disomogenea essenzialmente composta oggi dal gruppo fondamentalista, da quello tradizionalista e da quello intellettuale. Il primo, quello più vicino al presidente Ahmadinejad, si ispira essenzialmente a una visione messianica del ritorno ai fondamenti islamici e rivoluzionari, e si caratterizza per interventismo e, di fatto, per la condanna della decadenza religiosa, politica e morale venutasi a determinare nel paese.

La componente intellettuale condivide molte delle posizioni del gruppo fondamentalista, ma non è in alcun modo caratterizzata da una posizione interventista e non intende porre in discussione in alcun modo il modello politico e religioso voluto dall’Ayatollah Khomeini, il velayat-e faqih. Gli intellettuali si richiamano in buona sostanza alla purezza spirituale e politica del modello khomeinista, e lungo questo percorso ritengono sia opportuno mantenere i destini dell’Iran. Il gruppo tradizionalista – spesso definito anche moderato, ma che è in realtà largamente composto anche da ultra-conservatori – è caratterizzato da un programma politico orientato alla difesa della continuità politica dell’attuale leadership, in funzione di una graduale e naturale sostituzione nel sistema politico e una difesa dei tradizionali interessi strategici ed economici del paese.

Quello che in realtà costituisce il centro del problema nel sistema politico iraniano, ma che apertamente non è ancora oggetto di aperto dibattito, è la transizione generazionale di fatto già in atto e che, da qui a dieci anni, vedrà drasticamente modificata la composizione delle élite del paese.

Il “clero combattente”, quello che fece la rivoluzione e che oggi governa il paese attraverso la cerchia dei “patriarchi”, non ha in realtà né progenitori né eredi. Non esiste una nuova leva clericale di successione a quella di comando, e la generazione degli eredi spirituali e politici della Repubblica Islamica è in realtà composta da esponenti non clericali provenienti quasi esclusivamente dai ranghi del Pasdaran, il complesso militare, politico ed economico di controllo della Repubblica Islamica dell’Iran.

Una generazione non clericale, quindi, che si trova oggi a gestire, ed in un futuro ormai prossimo anche a governare, un paese impostato su un modello teocratico, dove al vertice non v’è spazio per un laico. La transizione che interesserà l’Iran del prossimo decennio sarà quindi di natura costituzionale, e con ogni probabilità punterà ad un riassetto istituzionale che consenta questa epocale transizione, aprendo ad una generale ridefinizione delle prerogative del potere e facendo salvi i principi religiosi e rivoluzionari.

Chi ha vinto le elezioni?
Dei 290 seggi parlamentari, a eccezione dei 30 che verranno decisi dal ballottaggio del 25 aprile, 163 sono stati vinti dalle coalizioni conservatrici, 40 da candidati riformisti e 47 da quelli indipendenti. Indubbiamente hanno pesato sulle elezioni le pesanti squalifiche operate dal Consiglio dei Guardiani su numerosi candidati del gruppo riformista, del gruppo indipendente ed anche della destra modernista di Rafsanjani, ma anche la decisione riformista del presentare due distinte sigle politiche ha certamente contribuito a confondere l’elettorato. In tal modo sia la Coalizione Riformista vicina a Khatami, che il Partito di Fiducia Nazionale di Mehdi Kharrubi hanno ottenuto un modesto risultato, rispettivamente 23 e 17 seggi, aggravato dalla perdita di un numero decisamente elevato di candidati a causa delle squalifiche.

Anche in seno alle forze conservatrici, tuttavia, gli schieramenti alle elezioni erano in realtà rappresentati da due distinte coalizioni. Ma in questo caso l’elettorato sapeva sin dapprincipio che l’una era più vicina al presidente Ahmadinejad, il Fronte Unito Fondamentalista, e l’altra nettamente in opposizione allo stesso e rappresentata al vertice da elementi di spicco della componente tradizionalista come Ali Larijani, Baqer Qalibaf e Mohsen Rezai. Quest’ultima formazione, denominata Coalizione Allargata Fondamentalista, ha ottenuto 88 seggi mentre il Fronte Unito Fondamentalista se ne è assicurati 75.Appare adesso con chiarezza l’impossibilità di formare un gruppo di maggioranza interno al Parlamento e peseranno quindi una complessa lista di variabili all’avvio della prossima legislatura. Ci sarà prima di tutto da vedere a quale schieramento andranno i 30 seggi ancora da assegnare, e poi si avvieranno le consultazioni per cercare di coinvolgere in uno dei due schieramenti conservatori il maggior numero di candidati indipendenti. La Coalizione Allargata Fondamentalista potrà con ogni probabilità contare anche su un certo numero di voti riformisti, ma non è da escludere che al suo interno ci possa essere una fronda che si opponga a tale adesione, o anche singoli franchi tiratori disposti a concedere il proprio appoggio solo su un numero limitato di questioni.

Come sempre il Majilis iraniano offrirà un’immagine estremamente composita ed eterogenea del panorama politico, ma è al momento alquanto improbabile che la prossima legislatura si apra con un contesto favorevole e cordiale nei confronti del presidente.

E se, come confermato in passato, le elezioni parlamentari offrono un’anticipazione sulle prossime elezioni presidenziali, quello che ci attende per il 2009 è una probabile vittoria delle medesime forze in quelle che si apprestano a divenire le più importanti elezioni presidenziali dell’intera storia dell’Iran post-rivoluzionario.

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