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Russia

Le difficili scelte del presidente Medvedev

3 Mar 2008 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Quale sarà la Russia di Dimitri Medvedev? Molti sostengono che sarà sempre quella di Vladimir Putin, che lo ha condotto per mano sino al Cremlino e che si appresta a divenire il suo potentissimo Primo Ministro, sconvolgendo così a suo favore gli equilibri costituzionali da lui stesso creati. Altri invece pensano che Medvedev potrebbe avere lo stesso sorprendente destino di tanti altri che, prima di lui, vennero fatti ascendere al Cremlino perché ritenuti deboli o malleabili e che poi si rivelarono durissimi padroni. Fu il caso di Leonid Breznev e di Nikita Krusciov, ad esempio, ma fu anche quello dello stesso Putin, prescelto da Boris Eltsin e dalla sua cricca, per scoprirsi poi duramente allontanati dal potere.

La differenza, in questo caso, è che Putin è ancora al vertice del suo potere, ed è l’unico possibile arbitro delle lotte tra i vari gruppi che si contendono la supremazia in Russia. Gli alleati stretti della macchina amministrativa (che hanno sin dall’inizio appoggiato Medvedev), i grandi capi delle imprese pubbliche e i nuovi miliardari, e naturalmente il potente gruppo degli ex del Kgb, ormai presenti a tutti i livelli dello Stato e dell’economia (ma di cui Medvedev non fa parte).

I segreti del potere russo
Non è certo un caso se, in questa situazione, alcuni pronosticano la rinascita di quella antica arte divinatoria che, negli anni dell’Unione Sovietica e del Pcus, veniva chiamata “cremlinologia”, e che si sforzava di comprendere i segreti di quella fortezza del potere studiando l’allineamento dei gerarchi nelle foto ufficiali, andando alla ricerca di piccole “sviste” nel protocollo, o studiando testi noiosissimi, lunghi e ripetitivi, sperando di individuare una millimetrica variazione, l’abbandono di un aggettivo o l’uso di una parola diversa dal solito. Se questo diventerà lo scenario, però, i costi per la nuova Russia saranno probabilmente molto alti, forse anche più alti di quanto non siano stati quelli infine pagati dalla vecchia Urss.

La prima domanda che ci dobbiamo porre è dunque se la Russia e il suo nuovo Presidente (cui apparentemente si attribuiscono sentimenti e principi “liberali”) si chiuderanno nuovamente in se stessi, rifiutando ogni processo di integrazione che, agli occhi di una dirigenza ossessionata dal concetto di potere e controllo, potrebbe apparire come una diminuzione e una perdita di libertà d’azione. E’ una questione di particolare interesse per l’Unione Europea, a cui conviene stabilire uno stretto rapporto di collaborazione con questo suo grande vicino, non solo per quel che riguarda l’energia, ma anche il controllo delle crisi e gli equilibri globali. Ma è evidente che ciò non sarà possibile senza un’analoga generosa e sincera apertura anche da parte di Mosca.

La questione immediatamente successiva è quella relativa al “vicino prossimo” della Russia, dalle repubbliche del Caucaso all’Ucraina e agli altri Stati nati dalla dissoluzione dell’Urss. Sino ad oggi Putin ha mostrato di considerare più stretti rapporti dell’Occidente con questi paesi come una minaccia (quanto meno indiretta) alla sicurezza della Russia che, a suo avviso, richiede quanto meno una forma di controllo e di diritto di ingerenza del Cremlino. Per quanto la posizione del Presidente russo possa essere stata suggerita anche da un eccesso di iniziativa, non sempre felice, di Washington in queste regioni, la posizione dell’Ue è molto diversa e dovrebbe essere apprezzata nel suo giusto valore a Mosca, soprattutto se il nuovo Presidente vorrà evitare che l’Ue sia infine obbligata a schierarsi con i falchi, poiché la Russia non vuole o non sa rispondere.

Il banco di prova del Kosovo
Putin ha inviato in questi giorni Medvedev a Belgrado, come per condizionarne i movimenti in anticipo sulla questione, politicamente sensibile, del Kosovo. E’ evidente che questa crisi potrà divenire uno dei banchi di prova iniziali della nuova presidenza, non tanto su sollecitazione europea, ma in possibile risposta a pressioni politiche interne russe e ad altre spinte ideologiche. Ogni nuovo Presidente deve dimostrare di non essere un debole, ma tutti ci auguriamo che Medvedev, pur senza rinunciare alle posizioni formalmente assunte dalla Russia, riesca a non soffiare sul fuoco.

Equilibri interni e politica internazionale si incrociano in più punti. Anche per questo sarebbe sbagliato augurarsi che al Cremlino scoppi una nuova lotta di potere tra il vecchio e il nuovo Presidente: ciò potrebbe portare l’uno e l’altro ad assumere posizioni rigide o pericolose il cui costo ricadrebbe su tutti, Europa compresa. Tuttavia sarebbe anche un peccato se si finisse per non comprendere più chi comanda al Cremlino, perché questo renderebbe più difficile ogni iniziativa positiva, anche in presenza di situazioni difficili che potrebbero facilmente evolvere dalla crisi irachena, da quella nord coreana o da molte altre ancora.

La situazione mondiale è oggi resa meno governabile dalla mancanza di cooperazione tra le grandi potenze presenti nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La domanda che tutti si pongono è se Medvedev riuscirà a mutare questo stato di stallo e di non governo.