IAI
Le missioni all’estero

Il costo della presenza internazionale dell’Italia

13 Mar 2008 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

Come previsto, il Parlamento ha approvato definitivamente la conversione in Legge del Decreto che garantisce la copertura finanziaria della partecipazione italiana alle missioni internazionali di stabilizzazione all’estero. A differenza delle volte precedenti, il voto è passato sotto relativo silenzio, dal momento che la sopravvivenza del Governo non dipendeva più dalla coesione della maggioranza ormai implosa, e questo ha pertanto ridotto ogni elemento di pathos.

La sinistra pacifista ad ogni costo, libera dai vincoli di coalizione, non ha dovuto votare a favore di un provvedimento sostanzialmente non condiviso per ragioni ideologiche, mentre diversi esponenti di centro-destra che erano pronti ad affossare il provvedimento pur di giungere alle dimissioni del Governo Prodi, hanno potuto associarsi serenamente. Ma resta l’esigenza di una classe politica che sia in grado di assumersi responsabilità internazionali di lungo periodo, secondo una logica che privilegi continuità, credibilità e bene comune del Paese. È auspicabile che responsabilità dirette di governo non ricadano nelle mani di politici pronti a mettere in secondo piano la politica estera e di difesa italiana per ottenere un ritorno immediato in termini di politica interna (in un’intervista del 9 gennaio persino l’ex ministro della difesa Antonio Martino prefigurava un voto negativo sulle missioni al solo scopo di far cadere il governo Prodi).

L’analisi del provvedimento
Il saldo complessivo del fondo per le missioni per l’anno 2008 è di 1.020 milioni di Euro, di cui circa 850 dedicati agli interventi delle Forze Armate, 30 alle forze di Polizia e alla Guardia di Finanza, e i rimanenti 130 milioni per la diplomazia, la cooperazione e le azioni di stabilizzazione civili e di cooperazione civile-militare d’urgenza (ulteriori 10 milioni). La Legge richiede per essere letta uno sforzo di riclassificazione, dal quale emergono diversi elementi interessanti relativi all’effettivo impiego delle Forze Armate e di Polizia (Economia e industria della difesa: tabelle e grafici).

In termini geografici, la missione in Afghanistan (quella della Nato, Isaf e quella dell’Ue, Eupol) assorbe 341 milioni di euro, segue l’impegno in Libano (Unifil II, Euromarfor, assistenza alle Forze Armate libanesi) con 301 milioni, ed infine i Balcani, con sei voci di spesa per un totale di 191 milioni. A queste macro-aree d’intervento ormai “tradizionale” si affiancano i pur minori, ma politicamente significativi ed in ascesa impegni in Africa, con quattro missioni per un totale di 16 milioni, e in Medio Oriente (Iraq, Libia, Israele e Palestina) per un totale di 17 milioni.

Come si può notare, si tratta di una dispersione notevole in una molteplicità di teatri, legata all’esigenza di “fare la nostra parte” in numerose missioni internazionali di diversa natura. Si va infatti da missioni di carattere prevalentemente civile o di supporto di polizia, ad operazioni in teatri difficili e ad intensità medio-alta, con conseguenti profili di rischio differenziati. In generale, prevale un carattere “misto” ed integrato dell’operato nazionale ed internazionale, comprendente sia forze militari che di polizia che di amministrazione civile ed aiuto allo sviluppo, oramai sempre più necessario.

La copertura giuridica ed istituzionale delle missioni è anch’essa variegata, e richiama a diverso titolo decisioni comuni a livello dell’Unione Europea, Nato e Nazioni Unite. Dei circa 850 milioni disponibili per la Difesa, si stima che il 70% (600 milioni) finiscano in spese per le indennità di missione del personale, mentre il restante coprano almeno in parte le spese vive delle operazioni.

Al di là degli elementi di fondo del provvedimento, vale la pena di notare come rispetto al Decreto presentato dal Governo siano stati introdotti anche due interessanti emendamenti: il primo configura un supporto “ad personam”, mentre il secondo interviene “ad societatem”. Al capoverso 6 del secondo articolo si autorizza la spesa di 275.710 euro (ne erano previsti originariamente 103.500) per un solo “funzionario diplomatico con l’incarico di assistere la presenza italiana in Kurdistan”, incarico che può suscitare non poche perplessità. Al comma 6-ter dell’articolo 1 invece “si provvede all’organizzazione in Afghanistan o in un Paese limitrofo, di una conferenza di pace regionale della società civile, in collaborazione con la rete di organizzazioni non governative .” Ciò significa che parte della somma prevista per la cooperazione finirà a un raggruppamento di associazioni dall’orientamento marcatamente pacifista per un’iniziativa che rischia di rivelarsi tanto ambiziosa quanto inutile.

Considerazioni
Il primo aspetto riguarda la sostanziale scarsa leggibilità del provvedimento, in cui i fondi sono suddivisi in una quarantina di capitoli di spesa suddivisi per ente e area, anziché per missione. Ciò permette anche l’introduzione di provvedimenti impropri come indicato sopra, e non favorisce una reale comprensione dell’effettivo costo dell’intervento. Inoltre, il fondo missioni è destinato a coprire alcuni costi vivi delle operazioni, ma non indica certamente quale sia l’effettivo impegno complessivo, in quanto omette di specificare una serie di costi assai importanti e significativi, quali la maggior usura dei mezzi impiegati e le lavorazioni in economia od effettuate grazie ai fondi ordinari del Ministero della Difesa. Per di più, i fondi previsti per la cooperazione non sono certo l’effettivo valore di riferimento per stimare l’impegno non militare dell’Italia nelle operazioni, in quanto tali fondi sono previsti in altri dicasteri o tramite la nostra partecipazione alle iniziative delle principali Organizzazioni Internazionali, quali la Banca Mondiale.

L’impegno dell’Italia nelle missioni internazionali di stabilizzazione è un elemento essenziale ed in continua crescita della politica estera del paese e meriterebbe un’attenzione e una dotazione economica maggiore, poiché da essa dipende sempre più lo “standing” internazionale italiano, la sicurezza dei cittadini e la possibilità dello sviluppo economico e sociale globale.