IAI
Attività spaziali

Il concetto di spazio militare secondo gli Usa

4 Mar 2008 - Mario Arpino - Mario Arpino

L’interessante articolo di Giovanni Gasparini sull’intercettazione e distruzione di un satellite in orbita declinante da parte di un missile della U.S. Navy mi sollecita a proporre qualche considerazione su quel concetto di “dominio dello spazio” che è ormai parte integrante della dottrina aerospaziale statunitense. Da qui deriva uno stretto rapporto di interdipendenza che lega, negli Stati Uniti, la comunità scientifica aerospaziale a quella più propriamente militare e dell’intelligence, che a sua volta vede nella “militarizzazione” di una fascia dello spazio – nozione di MilSpace – la naturale evoluzione del “potere aerospaziale”.

Dove va la Nasa
L’amministratore della Nasa è attualmente Michael Griffin, esperto di guerre stellari e di scudo spaziale ai tempi di Reagan, mentre il vice, con compiti di carattere eminentemente amministrativi, è Shana Dale, che è subentrata all’astronauta Frederik. D. Gregory nel novembre 2005. Tuttavia, è opinione comune che sia stato Gregory il vero elemento di continuità nella ristrutturazione dell’agenzia, avendo anche svolto le funzioni di amministratore ad interim dopo il ritiro dello sfortunato O’Keefe per l’incidente del Columbia. E’ un pilota dell’Usaf graduato alla scuola per piloti collaudatori della Marina, selezionato come astronauta nel 1978, è stato tre volte nello spazio, come pilota dell’Orbiter Challenger nel 1985 e come comandante delle navicelle Discovery e Atlantis nel 1989 e nel 1993. E’ considerato uno dei più efficaci riformatori della Nasa, riallineata ora secondo concetti convergenti con quelli ispirati dal Dipartimento della Difesa (DoD) e della comunità di intelligence.

C’è chi è convinto che dopo l’incidente Fred Gregory si sia fatto portavoce delle preoccupazioni degli astronauti per quel rilassamento all’interno dell’agenzia che, secondo il Columbia Accident Investigation Board (il cosiddetto Caib Report), potrebbe aver intaccato qualche sub-concetto inerente la sicurezza inaccettabile per la formazione mentale degli astronauti ex militari. Sarebbe stato lui, quindi, uno dei maggiori assertori di quel “cambio di mentalità” che O’Keefe si era dovuto impegnare ad ottenere in sei mesi.

Dopo il discorso di Bush del 2004 sull’esplorazione spaziale, aveva fornito un personale contribuito anche alla stesura della nuova “Vision for Space Exploration”, che la Nasa ha pubblicato già alla fine del mese successivo al discorso di Bush, e alla costruzione di quegli “Exploration Building Blocks” che comprendono le attività da condursi sino al 2020. Importante sembrerebbe anche il contributo dato da Fred Gregory alla ristrutturazione interna dell’agenzia, con l’accorpamento delle sei attività preesistenti nella Exploration Systems Enterprise, responsabile dello sviluppo delle tecnologie per l’esplorazione del sistema solare, la Space Science Enterprise, per le tecnologie robotiche e l’interfaccia umana per Marte, la Luna e le lune esterne, e la Aeronautics Enterprise, erede della vecchia Aerospace Technology. Dopo la sua uscita di scena la Nasa non è più stata oggetto di ristrutturazioni significative e non ha mutato obiettivi.

Dove va il DoD
Dove vada la Nasa sembrerebbe quindi noto, visto che tutto è pubblicato. Ma, nelle attività spaziali americane, la Nasa non è “tutto”, e il suo assetto non è detto sia quello definitivo. Alcune semplici osservazioni, ma anche la presenza al vertice di un esperto di “scudo spaziale”, ci possono forse aiutare a capire qualcosa di più. Si sta ancora dibattendo se la nuova visione sia qualcosa di strettamente legato allo “spazio militare”, o se più semplicemente derivi dall’intendimento di mantenere l’America all’avanguardia anche nell’esplorazione dell’Universo. Un sogno americano, questo, ben coerente con le “grandi idee” dei neoconservatori e, comunque, gradito sia ai repubblicani sia ai democratici.

E’ assai probabile che siano vere entrambe le ipotesi. Prevalenza Usa nel MilSpace, ma anche nell’esplorazione lontana. D’altra parte, la questione spaziale è ancora ben salda nelle mani dell’Esecutivo, visto che il vicepresidente in carica è istituzionalmente anche il presidente del Comitato di dieci saggi che regola la politica spaziale degli Stati Uniti. E’ poi ancora in vigore, nonostante all’autore si sia avvicendato, come capo del Dod, Gates, quel Rapporto sullo Spazio elaborato sotto la guida di Rumsfield, dove si parla esplicitamente di capacità routinaria di distruggere in orbita satelliti altrui e si raccomanda di intraprendere quanto prima sperimentazioni in materia, inclusi “live fire tests in Space”.

Subito, l’Usaf ha avviato su Shriver Afb due gruppi speciali dedicati allo Space Control, uno per studiare tattiche e mezzi di contrasto spaziale, e l’altro per sperimentare modelli e prototipi per la guerra nello Spazio. Non dimentichiamo, infatti, che il Rapporto Rumsfield prevede di conseguire la superiorità militare assoluta nello Spazio attraverso una serie di capacità, grossomodo raggruppabili in Imagery control, Precise location and navigation, Surveillance capabilities, Granted access to Space, Space launch initiative, Refueling of satellites on orbit. In quanto alle estenuanti e antieconomiche gelosie tra forze armate, con un colpo di sciabola Rumsfield aveva tagliato l’onnipresente nodo gordiano delle rivalità senza troppi complimenti per gli esclusi, scegliendo l’organizzazione dell’Usaf come la più idonea a farsi carico di tutte le esigenze aerospaziali militari, mentre un Sottosegretario per l’Air Force, che mantiene anche l’incarico di Direttore del National Reconnaissance Office, era stato nominato “agente unico per il procurement aerospaziale”.

La politica spaziale statunitense
Ciò detto, la politica spaziale statunitense sembra assumere più nitidi contorni, nel senso che appare evidente una suddivisione strategica di responsabilità, i cui limiti andranno meglio delineandosi nel futuro, tra la comunità scientifica che fa capo alla Nasa, che resterà comunque sotto tutela, e quella di carattere più marcatamente militare che fa capo al DoD ed all’Intelligence. La proposizione, per il futuro, potrebbe essere del tipo: “ampio mandato alla Nasa per riguadagnare la leadership mondiale nel campo dell’esplorazione scientifica dello Spazio lontano, e pieno controllo del DoD e della comunità intelligence per l’accesso, l’utilizzazione e la popolazione dello spazio vicino, in questo comprendendo le orbite terrestri basse, medie e geostazionarie”.

Ci sarebbe, ovviamente, un periodo intermedio di una decina d’anni in cui la “saldatura” delle due anime della politica spaziale statunitense si otterrebbe con un forte controllo sulla Nasa da parte di personale proveniente dal DoD/Usaf o della Nsa/Cia, (National Security Agency), come di fatto sta avvenendo. Non dimentichiamo, tra l’altro, che tutti i comandanti delle navette sono piloti militari dell’Usaf, della Navy o dell’Usmc (Marines) e che tutto il sistema di comunicazioni spaziali è controllato dall’Usaf.

Di tutto ciò, potrebbero far fede le future nomine. In effetti, il periodo intermedio servirebbe a coprire il completamento del ritiro della Nasa dalle attività spaziali umane nello spazio vicino, con la fine dello Shuttle entro il 2010 e l’abbandono, dopo il telescopio Hubble (al momento da rivitalizzare), anche della Stazione Spaziale internazionale entro il 2016. Nel frattempo il DoD, attraverso un ruolo preminente dell’Agenzia militare Darpa, completerebbe l’assunzione in proprio del controllo delle attività scientifiche relative al trasporto spaziale (Rlv, Reusable Launch Vehicle), alle tecnologie orbitali ed alle costellazioni satellitari per le telecomunicazioni avanzate (Transformational Satellites, TS) e per la sorveglianza radar dello Spazio (Space Based Radar, Sbr). Il vantaggio di questa “doppia strategia” per lo spazio vicino e lontano avrebbe anche lo scopo di incanalare le nazioni “spazialmente” significative (i paesi Bric e cioè Brasile, Russia, India e Cina, oltre che la Ue) verso costosi sforzi di collaborazione con la Nasa per l’esplorazione scientifica lontana, lasciando così libero il campo agli Usa per i problemi di sicurezza e difesa nello spazio vicino.

Mario Arpino, già capo di Sma e di Smd, è presidente e Ceo di Vitrociset S.p.A. (tecnologie avanzate, spazio e ingegneria logistica). Giornalista pubblicista, è membro del comitato direttivo dell’Istituto Affari Internazionali.