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America Latina

Crisi andina: né farsa né tragedia, ma tanti dubbi

20 Mar 2008 - Gian Luca Gardini - Gian Luca Gardini

La crisi diplomatica che ha scosso l’America andina nella prima meta di marzo 2008 è esplosa con una virulenza inaspettata nei toni e nei contenuti. Se la componente ideologica ha giocato una parte importante, è altrettanto vero che questa crisi mette in luce almeno tre punti sostanziali per gli equilibri continentali: il ruolo degli Stati Uniti, la posizione da tenere nei confronti della guerriglia eversiva, e il peso del Brasile, ormai vero ago della bilancia non solo regionale ma emisferico. I fatti accertati rimangono pochi e restano di secondaria importanza. I comportamenti dei contendenti, cosi come le reazioni delle organizzazioni regionali e delle potenze locali, inducono a riflettere sulla credibilità di alcuni governanti latinoamericani e della nascitura Unione Sudamericana.

Incursione illegale
Il fattore che ha scatenato la crisi diplomatica tra Colombia, Ecuador e Venezuela è stato un raid militare dell’esercito colombiano in territorio ecuadoregno, al fine di eliminare un leader delle Farc, le milizie guerrigliere colombiane che da anni insanguinano il paese. L’incursione è illegale e rappresenta una violazione del diritto internazionale. Conversamente, le relazioni più o meno velate che i governi venezuelano ed ecuadoregno intrattengono con le Farc sono una ingerenza negli affari interni colombiani e contribuiscono a esacerbare le tensioni nella regione.

L’episodio avrebbe potuto tuttavia essere trattato senza la teatralità che l’ha invece caratterizzato e senza l’interferenza del Venezuela che, pur non essendo parte in causa, è invece assurto a protagonista assoluto. L’escalation di accuse gravissime, di ritorsioni diplomatiche e preparativi militari si è poi conclusa nel giro di una settimana con sorrisi e abbracci fraterni. La crisi, che si è aperta ed è degenerata apparentemente senza ragione, si è conclusa allo stesso modo, senza un chiaro motivo.

L’Ecuador, vittima di una violazione territoriale, paradossalmente ha giocato il ruolo forse meno prominente nella crisi. Il presidente Correa non è riuscito a fornire una spiegazione convincente circa la presenza di guerriglieri delle Farc installati in un campo-base permanente in territorio ecuadoregno. Correa ha asserito che l’Ecuador si prodiga per una soluzione negoziata del problema della guerriglia in Colombia e in quest’ottica vanno viste le relazioni tra il suo governo e le Farc. Resta inesplicitata la motivazione profonda per cui Quito tolleri la presenza delle Farc sul proprio territorio e non sostenga invece più vigorosamente gli sforzi antieversivi della Colombia, almeno nominalmente un alleato all’interno del Patto Andino. Forse i mutamenti nelle alleanze a livello regionale, con l’avvicinamento dell’Ecuador al Venezuala chavista, forniscono una risposta parziale. Ma è davvero conveniente per Quito puntare su Caracas piuttosto che sul pragmatismo dei vicini più moderati e sugli accordi commerciali con Stati Uniti e Unione Europea?

La Colombia ha scatenato la crisi, ritenendo l’attacco in territorio ecuadoregno indispensabile per sconfiggere le Farc, affermando di non poter contare sulla piena cooperazione dei confinanti. Le prove documentali delle collusioni tra i governi di Ecuador e Venezuela e le Farc finora emerse sono ambigue circa la natura dei supposti legami, tuttavia ne stabiliscono l’esistenza, in violazione del principio di non interferenza negli affari interni di uno Stato. In seguito al raid, la Colombia ha evitato misure diplomatiche clamorose, ma non la teatralità del proposito di portare il presidente Chavez di fronte alla Corte penale internazionale per un supposto coinvolgimento in quello che Bogotà definisce il “genocidio” compiuto dalle Farc nei confronti della popolazione colombiana. Quali considerazioni abbiano convinto la Colombia ad effettuare il blitz rimane un punto oscuro. Credeva il presidente Uribe di poter contare sulla passività della parte lesa e della comunità regionale? Su che basi? Oppure la Colombia sta adottando la strategia del pre-emptive strike sul modello dell’alleato Bush? O ancora si è tratatto di una mossa per catturare l’attenzione del candidato democratico Barack Obama, apparentemente tiepido nei confronti dell’impegno di Washington in Colombia? O forse la mossa era volta ad appesantire il clima e forzare una modifica costituzionale che consenta un terzo mandato di Uribe? Qualunque sia la risposta, Bogotà sembra aver mal valutato le possibili conseguenze sulla propria credibilità internazionale e le reazioni sfavorevoli di molte cancellerie europee.

Il ruolo ambiguo di ChavezIl Venezuela ha fatto propria una crisi con cui poco o nulla aveva a che vedere. Il presidente Chavez si è erto a protettore dell’Ecuador e del diritto internazionale in modo unilaterale e senza consultarsi con i partner regionali. L’interruzione delle relazioni diplomatiche con Bogotà, la mobilitazione di alcune divisioni corazzate e le accuse ad Uribe di comportamento mafioso per conto dell’imperialismo nordamericano hanno aggravato il quadro. Tanto più che le relazioni pericolose con le Farc collocano anche Caracas in violazione del diritto internazionale. Chavez potrebbe aver usato l’episodio in chiave anti-americana. Bogotà è ormai l’ultimo fedele alleato sudamericano di Washington. Altre motivazioni potrebbero essere legate al proprio rafforzamento interno dopo i recenti problemi referendari e al consolidamento regionale di un disegno alternativo sia ai piani geopolitici brasiliani che a quelli statunitensi. Resta da chiedersi tuttavia fino a che punto una eventuale destabilizzazione della Colombia possa effettivamente giocare a favore di Caracas e non finire invece con lo spazientire tanto i partner internazionali che quelli regionali, tanto più che l’accesso del Venezuela al Mercosur è ancora in attesa di ratifica.

Questa crisi, consumatasi e risoltasi nel giro di una settimana, non è stata né una farsa (a dispetto dei tratti parossistici) né una tragedia (il rischio di conflitto armato non è mai esistito realmente). Nasconde però almeno tre questioni importanti per il futuro del contiente. Primo, è in gioco la posizione del subcontinente nei confronti degli Stati Uniti, in bilico tra due possibili approcci: relazioni pragmatiche e, idealmente, bilanciate oppure ostracismo a tutto campo alla ricerca di una utopica, e forse anche sconveniente, esclusione di Washington dagli affari latinoamericani. Secondo, le modalità di risoluzione della questione della guerriglia eversiva; l’alternativa è tra il negoziare con i guerriglieri oppure usare la tolleranza zero. Mentre la maggioranza dei paesi latinoamericani, inclusi i moderati, appoggia la prima soluzione, la Colombia sostiene, non senza ragioni, che la seconda opzione è l’unica ad avere dato risultati. Terzo, resta il nodo di chi conti sul serio nella direzione degli affari continentali.

Gli Stati Uniti non sembrano aver avuto un ruolo determinante nella crisi. Le organizzazioni regionali sono state attori marginali. Il Mercosur non ha potuto o saputo arginare le iniziative di Chavez. L’Organizzazione degli Stati americani ha mostrato quanto sia difficile raggiungere un consenso continentale su temi controversi. Il Gruppo di Rio, in seno al quale si è consumata la riappacificazione, non ha fornito apporti sostanziali. Resta il Brasile. L’invito alla moderazione di Celso Amorim è forse quello che più ha toccato i contendenti, tutti in un modo o nell’altro preoccupati di dispiacere a Brasilia più che a Washington o Bruxelles.

Mancanza di equilibrio
La conseguenza più duratura di questa crisi lampo potrebbe essere la perdita di credibilità di alcuni governi della regione. Come hanno potuto questi ultimi lasciarsi trascinare in un vortice di ripicche e reazioni eccessive, fuori dai canoni della diplomazia e della correttezza politica internazionale? La mancanza di equilibrio dimostrata colpisce l’immagine non solo dei governi, ma dei paesi coinvolti in quanto tali, ponendo questioni di rielievo agli investitori internazionali e ai partner commerciali circa l’affidabilità e la prevedibilità di tali paesi. La nascitura Unione (?) sudamericana dovrà accogliere nella propria agenda politica almeno i tre nodi sostanziali che questa crisi ha lasciato in eredità e rinsaldare la fiducia e credibilità internazionale della regione andina e forse non solo.

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