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Libano

Che guerra (non) sia

10 Mar 2008 - Lorenzo Trombetta - Lorenzo Trombetta

Nessuna nuova guerra su larga scala coinvolgerà a breve il Libano, anche se per le strade di Beirut e nei villaggi del sud del paese la parola “guerra” è sulla bocca di tutti. Quando lo scorso 29 febbraio si è diffusa la notizia dell’imminente arrivo, al largo delle coste libanesi e siriane, dell’incrociatore statunitense Uss-Cole, la paura di esser sull’orlo di un nuovo conflitto si è impossessata di gran parte dell’opinione pubblica libanese. È dall’agosto 2006, dall’interruzione delle ostilità dopo 34 giorni di conflitto tra Israele e il movimento sciita Hezbollah, che in Libano si parla infatti di una “ripresa della guerra”.

Allarmi e no
Gli scenari di guerra nelle ultime settimane sono tornati attuali, in particolare dopo la proclamazione di “guerra aperta”, rivolta a Israele lo scorso 14 febbraio dal leader di Hezbollah, sayyid Hasan Nasrallah, dopo l’uccisione, due giorni prima a Damasco in un attentato attribuito ai servizi israeliani, di Imad Mughniye, capo militare del Partito di Dio. L’allerta militare israeliana che ne è seguita e l’annuncio, mai confermato, da parte di due giornali di Beirut vicini a Hezbollah (al-Akhbar e as-Safir) della “mobilitazione di 50.000 combattenti” del Partito di Dio “pronti a resistere contro una nuova aggressione israeliana”, hanno contribuito a tenere alto l’allarme “guerra”. I vertici della forza Onu schierata nel sud del Libano (Unifil) sono stati invece gli unici a gettare acqua sul fuoco, dichiarando più volte che non vi sono per ora ragioni di pensare ad un inasprimento della tensione lungo la Linea Blu di demarcazione tra Libano e Israele.

Altri segnali preoccupanti sono però giunti da Beirut: alla fine di febbraio e in meno di una settimana, prima il Kuwait poi l’Arabia Saudita hanno sconsigliato ai loro cittadini di recarsi in Libano e hanno invitato quelli già presenti a lasciare il Paese. Due settimane prima, il governo del Qatar aveva ritirato i suoi caschi blu dell’Unifil (l’unico contingente arabo della forza Onu) ufficialmente “per conclusione del mandato”; ma alcuni osservatori libanesi non hanno escluso che la decisione di Doha sia stata presa per timore di attentati terroristici (il Qatar ospita la più importante base militare americana del Golfo e intrattiene rapporti politico-economici con Israele) o di un’imminente escalation nel sud del Paese. E a guardare la cronologia degli episodi di violenza verificatisi dalla fine di gennaio e per quasi tutto il mese di febbraio a Beirut e in altre zone del Libano, non si può dare troppo torto alle preoccupate cancellerie del Golfo.

Venti di guerra…
Il Paese è spaccato in due tra maggioranza parlamentare (sostenuta da Usa, Ue e paesi arabi del Golfo) e opposizione guidata da Hezbollah (appoggiato da Iran e Siria), e continua a esser paralizzato dall’interminabile crisi politico-istituzionale: da cinque mesi il Parlamento non è in grado di eleggere il presidente della Repubblica. In questo contesto, l’incidente più drammatico è avvenuto il 27 gennaio, nella periferia sud della capitale, dove durante una manifestazione antigovernativa sette seguaci sciiti dell’opposizione sono rimasti uccisi da colpi di arma da fuoco sparati dall’esercito e da “ignoti” (secondo i primi risultati dell’inchiesta diffusi i primi di febbraio).

Da allora, quasi ogni giorno si sono registrati altri episodi minori di violenza nella capitale, al nord e nella valle orientale della Beqaa, coinvolgendo non solo seguaci dei due schieramenti, ma anche gli stessi soldati dell’esercito, istituzione fino ad oggi considerata imparziale e il cui comandante in capo, il generale maronita Michel Suleiman, è ancora indicato come il “candidato di consenso” di maggioranza e opposizione per occupare il seggio presidenziale, vacante dal 24 novembre scorso.

La guerra aperta – che sia “civile” oppure tra Israele e Hezbollah, o addirittura una sovrapposizione di entrambe – sembrerebbe in questo quadro l’esito più naturale per un Libano da troppo tempo sottoposto a pressioni esterne e tensioni intestine.

…a bassa intensità
Perché la guerra “a bassa intensità” in corso in Libano si trasformi in un conflitto su più larga scala (non esclusivamente territoriale), si devono però verificare alcune condizioni sul terreno e sul piano politico-diplomatico che per, il momento, non sussistono. I due principali attori coinvolti non sono ancora pronti per il “secondo round”: a dispetto delle parole infuocate di Hezbollah e dei proclami bellicosi israeliani, i due rivali hanno da poco finito di leccarsi le ferite e stanno lavorando sodo per non ripetere gli errori del passato e per ottenere migliori risultati in vista del prossimo scontro. Questo, secondo esperti militari interrogati a Beirut, non potrà avvenire prima dei prossimi due anni. Israele sta esaminando tutti gli scenari ed è ben cosciente che, se vuole annientare la capacità di Hezbollah di lanciare razzi sulla Galilea, deve invadere massicciamente con truppe di terra (si parla di circa 40.000 uomini) il sud del Libano e parte della Beqaa in un’operazione che non sarà un blitz.

Il Partito di Dio sta rinforzando dal canto suo le posizioni nelle retrovie, a nord del fiume Litani (che segna il confine settentrionale dell’area di responsabilità dell’Unifil), e sta ricostruendo, sottoforma di edifici civili, le sue postazioni militari e di lancio a ridosso della Linea Blu. Al di là della retorica del “fronte interno” del movimento sciita, a Beirut sono trapelate notizie di molte famiglie libanesi, sciite, ma anche sunnite e cristiane residenti lungo il confine, che avrebbero iniziato a vendere le loro terre al Partito di Dio e che starebbero cercando di emigrare all’estero o di trasferirsi altrove, in regioni del Paese che si spera non verranno spazzate via dal “secondo round”.

I vertici dell’Unifil, anche quando vengono interpellati in via confidenziale, smentiscono che nei prossimi mesi i loro uomini possano trovarsi nel mezzo di un nuovo conflitto. E anche se così fosse, fonti ben informate assicurano che sono già pronti sia i piani d’evacuazione via mare, sia gli ordini di rinchiudersi nei propri compound in attesa che passi la tempesta.

Sul piano politico-diplomatico regionale inoltre, una serie di constatazioni rendono improbabile un imminente “secondo round”. Sullo sfondo delle elezioni presidenziali statunitensi, l’amministrazione Usa uscente non sembra desiderosa di appoggiare una nuova guerra israeliana in Libano dagli esiti e dai tempi incerti. Il conflitto potrebbe inoltre coinvolgere questa volta anche gli altri attori regionali: oltre l’Iran anche la Siria (che tradizionalmente fa di tutto per evitare il confronto diretto con Israele), ma anche l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Giordania, alleati degli Stati Uniti e che avrebbero solo da perdere da uno scontro su larga scala, soprattutto in termini di stabilità interna.

In Libano la stabilità interna è invece da tempo compromessa e c’è chi intravede nell’imminente formazione ufficiale del tribunale internazionale per l’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, un ulteriore elemento di tensione. La Siria è da tre anni indicata da più parti come responsabile dell’attentato del 14 febbraio 2005, e gli Stati Uniti e la Francia da allora tentano di evitare che Damasco possa tornare a imporre la sua politica nel Paese dei Cedri. Ma l’attuale “guerra a bassa intensità” potrebbe non trasformarsi in guerra aperta, almeno fino all’elezioni legislative libanesi previste per la metà del 2009, perché nessuno degli attori più direttamente coinvolti (Siria e Israele in primis) preferisce il caos totale all’attuale caos limitato.