IAI
Primarie Usa

Sotto il segno dell’incertezza

21 Feb 2008 - Mattia Toaldo - Mattia Toaldo

Gli Stati Uniti vengono spesso definiti “la più grande democrazia del pianeta”. Non bisogna però dimenticarsi che sono soprattutto una delle più antiche e questo non sempre è un vantaggio. Il caos nell’attribuzione dei delegati delle primarie democratiche evidenzia un sistema in cui ci si deve affidare ai network televisivi per avere un calcolo nazionale dei delegati perché le primarie sono organizzate dai singoli stati con regole ovunque diverse, non dalle strutture nazionali dei due partiti come è successo in Italia. Mancano dati ufficiali nazionali, anche solo sulla partecipazione o sugli aventi diritto al voto.

Chi vota e chi no
L’America è un paese dove la partecipazione al voto tradizionalmente è abbastanza bassa, almeno rispetto agli standard di molti paesi europei. Per votare bisogna registrarsi, indicando in molti casi il partito d’appartenenza, almeno un mese prima. Le elezioni si tengono quasi sempre in giorni feriali e circa il 7% dei cittadini vengono esclusi a priori: o perché detenuti, o perché pregiudicati oppure perché considerati “inattivi” in quanto non hanno risposto a lettere delle autorità locali. In questa maniera, nelle elezioni del 2004 furono per esempio eliminati dalle liste elettorali di Saint Louis, in Missouri, circa 54.000 dei 125.000 elettori registrati. Non stupiscono quindi i dati forniti dallo US Census Bureau, “l’Istat” americano: per le elezioni presidenziali del 2004 su 197 milioni di adulti in età di voto solo il 72% si era registrato. L’affluenza alle urne, pur in notevole crescita rispetto al 2000, aveva riguardato solo poco più del 60% dei cittadini adulti. Affluenze che da noi si registrano alle elezioni provinciali, ma che negli Usa sono altissime se paragonate al misero 46% delle elezioni parlamentari del 2002. Fra i votanti effettivi prevale proporzionalmente, sempre secondo l’US Census Bureau, la parte più anziana, più istruita e più benestante della popolazione: per fare un esempio, va a votare l’81% di chi guadagna più di 100.000 dollari l’anno, mentre la percentuale scende al 48% tra chi è sotto i 20.000 dollari.

L’importanza dell’affluenza
I 15 milioni di votanti in più nelle elezioni presidenziali del 2004 erano stati, secondo alcuni osservatori, una delle chiavi della vittoria di George W. Bush. Questa volta, per le primarie, l’affluenza sembra essere cresciuta molto anche in campo democratico, superando di gran lunga i numeri dell’omonimo partito italiano: a tre quarti del percorso si è già oltre i 20 milioni di votanti. In queste elezioni primarie sta peraltro cambiando un aspetto fondamentale della politica americana: prima si puntava a vincere cercando di cambiare le opinioni di piccolissime porzioni di elettori (i cosiddetti microtarget) negli stati dove si sarebbero tenute le prime, spesso decisive, primarie, come il New Hampshire o l’Iowa. Così, a volte bastava spostare tra i 5 e i 10 mila voti. Ora, invece, vince chi è in grado di trascinare alle urne elettori nuovi con un messaggio nazionale forte e reti sociali che agiscono a livello locale. Ecco perché Barack Obama ha vinto al nord come al sud, in Georgiacome in Minnesota (vedi la cartina).

Alcuni esempi.
Da un’analisi dettagliata del votoin California, in Georgia e in Missouri emerge una buona correlazione tra aumento dell’affluenza alle urne e risultato elettorale. Nel primo stato l’affluenza è aumentata relativamente di poco (il 25%) e ha vinto la Clinton. In Georgia l’affluenza è aumentata notevolmente (65%), ed ha vinto Obama. Infine in Missouri dove l’affluenza è quasi raddoppiata (+96%) si è andati ad un testa a testa che alla fine ha visto prevalere il senatore nero. Nelle cosiddette “primarie del Potomac” la tendenza si è confermata: nel distretto federale di Washington l’affluenza triplicata rispetto al 2004 ha portato alla vittoria di Obama, con numeri simili in Virginia e Maryland dove in termini di affluenza sono stati battuti i record di tutti i tempi.

Le origini storiche
Non è detto però che le primarie, anche se molto partecipate, aiutino i democratici a selezionare il migliore candidato possibile per la Casa Bianca. Questo metodo di elezione fu inventato alla fine dell’Ottocento dal movimento progressista, con l’obiettivo di ridurre il potere delle macchine di partito che avevano pervaso ogni aspetto della vita pubblica. Il primo stato ad adottarle fu l’Oregon nel 1910, ma l’espansione non fu rapida: tra il 1936 ed il 1968 non più di una quindicina di stati costringeva i delegati alle convention nazionali a rispettare il voto dato dai cittadini. Questo vincolo venne introdotto per la prima volta dai democratici dopo le elezioni del 1968. Da allora il partito dell’asinello ha conquistato la Casa Bianca solo tre volte: con Carter dopo lo scandalo Watergate; con Clinton nel 1992 grazie anche alla presenza del terzo incomodo Ross Perot; di nuovo con Clinton nel 1996, ma senza che il Presidente uscente avesse un vero sfidante nelle primarie.

Un sistema distorto
Il sistema delle primarie ha una prima distorsione: ogni stato ha un numero di delegati calcolato in base non solo alla popolazione, ma anche ai risultati elettorali del partito. Questo ovviamente dà più delegati a stati dove il partito va già bene. Nelle presidenziali però i “grandi elettori” di ogni stato vengono assegnati al candidato che prende anche solo un voto in più degli altri. Un candidato può quindi prevalere nelle primarie perché va bene laddove il partito va già bene (e dove quindi ci sono più delegati), ma poi perdere nelle presidenziali perché non riesce a sfondare negli stati in bilico.

Come può andare a finire
In campo democratico, poi, c’è un’ulteriore particolarità. I repubblicani lasciano libertà di scelta agli stati su come attribuire i delegati ai vari candidati, ma prevale il sistema maggioritario: è così che McCain si è aggiudicato 158 dei 164 delegati della California ed è per questo che ha un grande vantaggio sui suoi inseguitori. I democratici usano invece dovunque un sistema proporzionale “corretto” che, almeno nel “supermartedì”, ha penalizzato Hillary Clinton: con il metodo repubblicano in California (dove ha vinto) avrebbe preso 316 delegati, invece ne ha ottenuti solo 207. In una situazione in cui i due candidati democratici dovessero arrivare pari o quasi nel voto popolare a decidere potrebbero essere i 796 “superdelegati” (il 20% della convention): parlamentari, amministratori locali, membri della direzione del partito. La ratioche sta dietro a questo sistema è duplice: se un candidato ottiene un’ampia maggioranza nel voto popolare, i superdelegati possono contribuire a rafforzarla ulteriormente, facilitando la riunificazione del partito; se invece non emerge un chiaro vincitore, hanno un ruolo importante da giocare nella definizione di un accordo che eviti drammatiche spaccature.

Cambia la campagna elettorale
La politica americana sta cambiando anche in altri fattori chiave, come l’affluenza alle urne e le tecniche della campagna elettorale. Due fattori si sono dimostrati più importanti a questo riguardo: il “super-super” martedì, che ha concentrato per la prima volta la scelta di circa metà dei delegati in un’unica giornata elettorale, che è diventata di fatto un appuntamento di portata nazionale; la crescente importanza di internet (sia per la raccolta fondi che per la mobilitazione dei blogger) che, insieme con le radio locali egemonizzate dai conservatori, ha in parte sostituito la tv come media più importante per la campagna.

A parte alcune evoluzioni tecniche, il sistema americano sembra peraltro aver recuperato quella politica del porta a porta e della costruzione di reti sociali locali che erano una caratteristica del modo di fare politica europeo nel Novecento. Un fenomeno che convive con regole complicate e con una partecipazione al voto ancora bassa anche se in forte aumento.