IAI
Attività spaziali

Pioggia satellitare e difesa antimissile

27 Feb 2008 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

In un film di Wim Wenders del 1991, dall’evocativo titolo “Fino alla fine del mondo”, si descrive l’umanità in fuga per timore che un satellite nucleare impazzito possa cadere facendo strage. A volte fantasia e realtà finiscono per convergere: un satellite da ricognizione americano fuori controllo si sarebbe dovuto disintegrare il 6 marzo prossimo nell’atmosfera terrestre, con il rischio che alcuni pezzi potessero cadere fino al suolo. Wenders nei fatti si è sbagliato, ma certo non poteva allora immaginare che gli Stati Uniti avrebbero sviluppato e maturato una vasta esperienza tecnologica nel settore delle difesa anti-missile che ha permesso di imporre un esito diverso. Il satellite è stato infatti intercettato da un missile il 21 febbraio, ed è andato in mille pezzi “delle dimensioni non superiori a un pallone da football”, come dichiarato degli americani, la maggior parte dei quali bruceranno al rientro in atmosfera. Tutto bene quel che finisce bene dunque? Non proprio: l’operazione americana ha infastidito altri operatori spaziali, Russia e Cina in testa, e potrebbe avere implicazioni ben al di là del semplice messaggio di “scampato pericolo” fatto filtrare dalla Casa Bianca e dal Pentagono.

Le ragioni americane
Questi paesi hanno immediatamente messo in dubbio la buona fede americana, sostenendo che in realtà l’abbattimento non è giustificato dal pericolo che pezzi del satellite, e in particolare il serbatoio pieno di propellente tossico, l’idrazina, potessero causare danni a cose e persone. In effetti le probabilità che il serbatoio – ancora quasi pieno dato che il satellite non ha mai funzionato sin dal suo lancio nel dicembre 2006 – potesse rimanere intatto e danneggiare aree popolate era piuttosto bassa (fra lo 0,5 e il 3%, secondo gli esperti), e comunque il costo di eventuali risarcimenti sarebbe stato probabilisticamente inferiore ai circa 60 milioni di dollari necessari per l’operazione di abbattimento. Dunque, perché gli Stati Uniti hanno deciso per l’azione, al di là dell’argomento della salvaguardia di vite umane?

La prima ragione risiede nella natura del satellite distrutto: USA-193/NROL-21 (questo era il suo asettico nome in codice) era un satellite da ricognizione di nuova generazione, di taglia media (poco oltre le 2 tonnellate di peso, grande quanto un minivan), pieno di sensori sofisticati destinati a spiare le zone di passaggio e trasmettere i dati a terra. Non si voleva certo correre il rischio che alcune di questi componenti potessero non disintegrarsi al rientro nell’atmosfera, cadendo nelle mani di potenziali concorrenti, come era accaduto nel 2001 nel caso dell’aereo-spia americano costretto ad atterrare in Cina.

La seconda ragione è che si trattava di un’ottima opportunità, soprattutto per la Marina Usa, di condurre un test d’impiego del sistema anti-missile e mostrarne da un lato le potenzialità anti-satellite (Asat), dall’altro l’utilità intrinseca agli occhi del contribuente americano, il quale ha speso diversi miliardi di dollari l’anno negli ultimi venti anni per un sistema la cui utilità ed effettiva performance è tuttora messa in discussione.

Un’occasione perfetta per giustificare la spesa passata, presente e futura nel sistema di difesa, condurre un test aggiuntivo non previsto, a un costo relativamente contenuto, e per di più con una giustificazione etica e politica inattaccabile, come si è affrettato a far notare il segretario alla Difesa Gates, sottolineando la capacità Asat del sistema anti-missile. In effetti, il missile intercettore è una versione modificata del missile SM-3 a testata cinetica (non esplosiva) imbarcato su alcuni incrociatori americani insieme a un sofisticato sistema di individuazione del bersaglio e controllo del tiro che si avvale della fusione di dati provenienti da diverse fonti lontane anche migliaia di chilometri, pensato per riconoscere missili e testate balistiche a corto, medio e (nel caso di un diverso sistema, basato a terra, noto come GBI) lungo raggio.

In questo caso si trattava di un bersaglio ben diverso e relativamente facile, dal momento che se ne conosceva la traiettoria, le dimensioni e le caratteristiche: un bersaglio cooperativo, una “sitting duck”, una paperella nello stagno come si dice in gergo. Sparare sulla Croce Rossa, diremmo noi; con la differenza che si tratta pur sempre di colpire un oggetto (il satellite) che vola ad alcuni chilometri al secondo con un altro oggetto (il missile e la sua testata cinetica) che vola ad una velocità simile, contando sul fatto che uno scontro a una velocità relativa attorno ai 30.000 chilometri all’ora possa ridurre in pezzettini qualunque cosa. E così è stato.

Secondo alcuni analisti russi, abituati per natura che “a pensar male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca”, e soprattutto memori di alcune imprese sovietiche, fra cui la caduta di un satellite a pila atomica in Canada, vi sarebbe un terzo motivo: il satellite non avrebbe mai dispiegato i suoi pannelli solari di alimentazione perché non ne avrebbe avuto bisogno, in quando alimentato non da un serbatoio di idrazina e da energia solare, ma da una pila atomica. Si tratta di supposizioni non provate, ma che ben rappresentano il clima di sfiducia reciproca oggi prevalente.

La reazione internazionale
Il dato più preoccupante di tutta questa storia risiede proprio qui, nelle implicazioni internazionali dell’operato americano. Se la missione dal punto di vista dell’opinione pubblica Usa appare più che giustificata, le altre potenze spaziali hanno interpretato l’abbattimento come una dimostrazione di forza nello spazio. In realtà gli Stati Uniti avevano già mostrato più di 20 anni fa di avere la capacità di distruggere satelliti, con un test condotto da un missile lanciato da un aereo F-15, per poi abbandonare il programma secondo un tacito accordo con i sovietici.È comunque piuttosto curioso che a lamentarsi siano i russi, che dispongono tuttora di un sistema antimissile e anti-satellite piuttosto grossolano, basato su missili dotati di testata nucleare, con conseguenze devastanti in caso di utilizzo. Così come i cinesi, che non più tardi di un anno fa hanno senza notifica condotto un esperimento antisatellite, colpendo un proprio satellite meteorologico e inquinando lo spazio con migliaia di pericolosi detriti.

Inoltre, l’abbattimento avviene quasi in contemporanea con la risposta negativa Usa alla proposta russo-cinese di un nuovo trattato che limiti l’impiego militare dello spazio, respinto per due ordini di ragioni: da un lato l’avversione dell’amministrazione Bush a firmare trattati, ritenuti in genere “non verificabili”, dall’altro il fondato timore che l’obiettivo dei due grandi concorrenti spaziali, lanciati in una rincorsa al dominio spaziale americano stimabile in un vantaggio di una ventina d’anni, sia quello di rallentare lo sviluppo tecnologico americano per poterlo raggiungere.

Regolare l’uso dello spazio
Il clima di sfiducia venutosi a creare negli ultimi anni fra le potenze capaci di inviare oggetti nello spazio, il cui numero è in costante crescita, non è sostenibile nel lungo periodo, se non a costi molto elevati per tutti gli operatori, inclusi gli europei, i quali sono sempre più legati a un uso intenso dello spazio per fini militari, di sicurezza e di sviluppo economico.

L’impiego in funzione anti-satellite di missili e sistemi di difesa antimissile crea una serie di problemi strategici difficilmente risolvibili senza un impegno esplicito e sottoscritto (anche se non necessariamente in forma di trattato), per stabilire delle regole di gestione dello spazio che rendano i comportamenti degli attori prevedibili e quindi favoriscano un clima di fiducia reciproca.

L’Europa può fare la sua parte, mediando fra gli attori e salvaguardando i suoi importanti interessi spaziali, con un approccio pragmatico supportato da investimenti chiave, quali un sistema di sorveglianza spaziale che consenta di valutare rischi e minacce, in un contesto di cooperazione internazionale e di dissuasione dei potenziali aggressori tramite la loro individuazione.