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Presidenziali Usa

McCain: la politica estera di un falco pragmatico

18 Feb 2008 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Cosa dovrebbero aspettarsi gli europei da una presidenza McCain? Ora che il senatore dell’Arizona sembra inesorabilmente lanciato verso la nomination repubblicana l’interrogativo sta acquisendo una crescente attualità. Su alcune questioni di politica estera che hanno diviso Usa ed Europa, ad esempio la prigione di Guantanamo e il riscaldamento climatico, McCain ha preso posizioni che si discostano significativamente da quelle di Bush, ma su altre, come l’atteggiamento verso l’Iran o la Russia, ha un approccio da “falco” che darebbe presumibilmente non pochi grattacapi agli europei.

Il nodo dell’Iraq
La posizione più nota e controversa è quella sull’Iraq. McCain si dice convinto della necessità di stabilizzare il paese per evitare che una sua implosione getti nel caos la regione, rafforzi Iran e Siria e metta a rischio la sicurezza di Israele. Il candidato repubblicano si è sempre opposto all’ipotesi di ritirare le truppe americane. In un’intervista a “The New York Times” dell’aprile 2007, sosteneva che di fronte alla minaccia terrorista non è possibile un ritiro dall’Iraq come quello effettuato dal Vietnam, “perché se ci ritiriamo, loro ci seguiranno, e avremo una nuova serie di pericoli per la sicurezza nazionale”. Sin dal 2003 McCain ha anzi sostenuto la necessità di aumentare le truppe nel paese e di adottare una strategia di controguerriglia finalizzata al controllo del territorio, criticando duramente l’amministrazione Bush per aver sottovalutato i rischi della fase successiva al rovesciamento di Saddam Hussein. Oggi che tale strategia – il cosiddetto “surge” attuato dal generale Petraeus – ha migliorato la situazione della sicurezza in Iraq (gennaio è stato il mese che ha registrato meno vittime americane da due anni a questa parte), McCain insiste sul mantenimento della presenza militare, sull’addestramento delle forze armate irachene, e sulla riconciliazione politica indispensabile per la stabilizzazione del paese.

La posizione sull’Iraq è ovviamente la più contestata dai democratici, che invece hanno condiviso con il senatore repubblicano una linea su due importanti temi: la prigione di Guantanamo e l’utilizzo da parte della Cia di metodi di interrogatorio assimilabili a tortura. McCain, che è stato profondamente segnato dalla sua esperienza di prigioniero dei vietcong per cinque anni, ha recentemente affermato che il carcere cubano deve essere chiuso e i detenuti trasferiti in adeguate prigioni negli Stati Uniti e trattati in conformità alla Convenzione di Ginevra. Inoltre, nel 2005 ha promosso l’approvazione bipartisan al Senato del “Detainee Treatment Act”, che proibisce “trattamenti e punizioni crudeli, inumani o degradanti” e limita le tecniche di interrogatorio utilizzabili dalle agenzie americane alle diciannove elencate nell’Army Manual Field.

McCain ha però appoggiato nel 2006 il “Military Commission Act”, che autorizza il presidente a permettere alla Cia l’utilizzo di metodi di interrogatorio più duri purché non violino la Convenzione di Ginevra. Il tema dell’immagine americana nel mondo e dell’equilibrio tra sicurezza nazionale e diritti umani è tornato alla ribalta con la vicenda del “waterboarding”, la tecnica di interrogatorio della Cia considerata dai democratici e da McCain illegale perché assimilabile a tortura. Lo scorso 14 febbraio la maggioranza democratica in Congresso ha approvato un provvedimento che vieta il waterboarding e altre dure tecniche di interrogatorio, ma in questa occasione il senatore dell’Arizona ha votato contro accusando la legge di essere troppo restrittiva per l’intelligence americana, e di indebolire così la sua capacità di reperire informazioni.

Questione ambientale
Un altro tema che vede McCain discostarsi nettamente dalla linea dell’amministrazione Bush è il riscaldamento climatico. Partendo dal presupposto, in verità ancora controverso in America, che l’aumento della temperatura mondiale sia una minaccia reale dovuta anche all’emissione di gas serra, McCain si è detto pronto a valutare la partecipazione degli Stati Uniti al protocollo di Kyoto a patto che vi partecipino anche i maggiori paesi produttori di emissioni come Cina e India. Nel 2007 ha inoltre appoggiato in Senato un disegno di legge volto a introdurre negli Stati Uniti un sistema obbligatorio di limitazione e commercio delle emissioni simile a quello europeo.

Su altri grandi temi della politica estera americana l’approccio del senatore è quello realista della tradizione repubblicana, privo delle connotazioni ideologiche dei neo-conservatori. In merito alla questione del nucleare iraniano, la via maestra da seguire, secondo McCain, è quella della pressione politica ed economica nei confronti di Teheran, attraverso sanzioni da adottare nel Consiglio di Sicurezza, o se ciò non fosse possibile tramite un accordo con l’Europa. L’anno scorso il senatore dell’Arizona ha sostenuto, assieme ad altri settanta colleghi repubblicani e democratici tra cui Hillary Clinton, un disegno di legge per inasprire le sanzioni economiche contro l’Iran. In seguito ha anche appoggiato una risoluzione non vincolante,votata anch’essa da diversi democratici compresa la senatrice di New York, per chiedere al Dipartimento di Stato americano di includere le Guardie rivoluzionarie iraniane nella lista nera dei gruppi terroristici.

McCain ha inoltre escluso una trattativa ad alto livello e senza pre-condizioni con l’Iran, dichiarando però di voler mantenere aperti i canali di comunicazione con Teheran contemporaneamente all’incremento della pressione internazionale. Secondo il senatore repubblicano, l’uso della forza rimane l’opzione estrema ma non può essere esclusa a priori perché, ha sottolineato più volte, va in ogni caso impedito all’Iran di dotarsi dell’arma atomica.

Rimanendo ancora nell’ambito mediorientale, McCain sostiene sull’Afghanistan una posizione simile agli altri candidati alla Casa Bianca : ha infatti chiesto agli alleati europei della Nato più truppe e meno restrizioni al loro impiego, oltre a un maggiore impegno nell’addestramento dell’esercito afgano e nell’assistenza alle istituzioni giudiziarie e di polizia. Il senatore dell’Arizona ha più volte ribadito che quella in Afghanistan è una battaglia cruciale nella campagna contro Al Qaeda, e che una presenza militare permanente degli Stati Uniti nella regione è vitale per la sicurezza nazionale americana.

I rapporti con la Russia
Quanto al rapporto con la Russia McCain, che è abbastanza in là con gli anni da ricordare bene i tempi della Guerra Fredda, sostiene una posizione estremamente dura nei confronti dell’attuale leadership russa. In primo luogo, ha denunciato apertamente l’uso politico da parte russa delle forniture energetiche all’Europa e le restrizioni alle libertà politiche attuate da quella che ha definito, senza mezzi termini, la “cricca di ex agenti dei servizi segreti” oggi al potere al Cremlino. Convinto che occorra un nuovo approccio occidentale al “revanscismo russo”, McCain si è spinto sino a chiedere l’esclusione di Mosca dal G8 – dove vorrebbe invece che fossero rappresentati Brasile e India – per restaurare l’originaria natura democratica del vertice. Il senatore repubblicano, inoltre, si è schierato con decisione a favore della costruzione dello scudo anti-missili balistici in Europa orientale, progetto fortemente avversato dai russi. Infine, in un recente articolo su Foreign Affairs ha ribadito che la Nato deve restare aperta all’ingresso di altri paesi impegnati nella difesa dei valori di libertà e democrazia, con un chiaro riferimento all’adesione di Ucraina e Georgia che Mosca vede con il fumo negli occhi. Una linea del genere, se McCain fosse eletto presidente, porterebbe probabilmente a una crisi delle relazioni con la Russia e metterebbe in seria difficoltà i paesi europei, che cogenti ragioni geografiche ed economiche spingono alla cautela nei rapporti con Mosca.

La Lega delle democrazie
Un’altra posizione di McCain che potrebbe creare difficoltà agli europei, ma anche spingerli ad assumersi le proprie responsabilità nell’arena internazionale, è quella relativa all’Onu e alla cosiddetta “Lega delle democrazie”. Da un lato infatti il senatore repubblicano conferma che gli Stati Uniti devono mantenere il loro impegno politico, economico e militare nelle Nazioni Unite, dall’altro pone l’esigenza di un coordinamento delle democrazie del mondo per promuovere i valori comuni di libertà e democrazia. In quest’ottica lancia la proposta di una Lega delle democrazie, che sia complementare e non sostitutiva delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni internazionali esistenti: dovrebbe funzionare come un forum nel quale gli Stati democratici potrebbero ad esempio coordinare la pressione internazionale su dittature come quella birmana o gli aiuti alle forze democratiche serbe e ucraine. Coerentemente con tale impostazione, McCain chiede ai paesi europei un maggiore impegno nel mantenere la stabilità internazionale, e guarda con favore agli sforzi dell’Unione Europea di parlare con una sola voce in politica estera. A proposito del rapporto transatlantico, infine, afferma che, per esercitare la propria leadership mondiale, gli Stati Uniti devono essere prima di tutto un buon alleato, cioè “devono impegnarsi a convincere i paesi amici delle proprie ragioni ed essere disponibili ad essere convinti dalle loro”: un atteggiamento che appare tendenzialmente più aperto e cooperativo di quello dell’amministrazione Bush e che potrebbe effettivamente rivelarsi più efficace nel sollecitare gli europei a maggiori assunzioni di responsabilità sia al livello transatlantico che al livello globale.