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Medio Oriente

L’Iran va alle urne: verso una nuova sconfitta dei radicali?

8 Feb 2008 - Raffaello Matarazzo - Raffaello Matarazzo

TEHERAN – Il prossimo 14 marzo si svolgeranno le elezioni del Majlis, l’Assemblea consultiva islamica che, pur non avendo gli stessi poteri dei parlamenti occidentali, svolge un ruolo non secondario nel sistema istituzionale iraniano. Si tratta di una scadenza molto sentita sia dai cittadini che dalla classe politica del paese. Le previsioni indicano una possibile sconfitta degli ultraconservatori che fanno capo al Presidente della Repubblica Ahmadinejad, in linea con la tendenza già emersa a dicembre 2006 nelle elezioni municipali e dell’Assemblea degli Esperti, (l’ organo che elegge la Guida spirituale del paese ed esercita uno stretto controllo sulle leggi e su tutto l’apparato istituzionale, incluso lo stesso Presidente). In quell’occasione la nascente coalizione tra pragmatici e riformisti guidata dagli ex Presidenti Hashemi Rafsanjani e Mohammad Khatami, è tornata a vincere per la prima volta dalle presidenziali del 2005. La leadership di Ahmadinejad ha subito un ulteriore colpo nel settembre 2007, quando Rafsanjani ha vinto la battaglia contro il candidato del Presidente, l’ayatollah Jannati, per la guida dell’Assemblea degli Esperti.

Un governo debole
L’impopolarità dell’esecutivo ha diverse ragioni di fondo: il governo non ha tenuto fede alla promessa di introdurre nuovi elementi di giustizia sociale attraverso la redistribuzione dei proventi del petrolio, né è riuscito a fornire chiari segni di discontinuità nella lotta alla corruzione interna. Punti su cui i conservatori radicali islamici avevano costruito gran parte del successo del 2005. Dal punto di vista economico, l’inflazione ha raggiunto negli ultimi mesi il 18% su base annua e la disoccupazione è salita dall’11% del 2006 al 15% di quest’anno. L’effetto delle sanzioni internazionali – particolarmente invasivo visto che il 40% delle entrate pubbliche deriva dalle esportazioni petrolifere – ha portato a misure di emergenza come il razionamento della benzina, il cui consumo stava superando del 75% la produzione. La popolazione iraniana, inoltre, è sempre più preoccupata che l’insistenza di Ahmadinejad sul programma nucleare possa condurre a nuove sanzioni se non addirittura ad un attacco militare. Le tesi negazioniste dell’Olocausto non sono sostenute né dalla maggioranza della popolazione né dagli alleati politici, i quali distinguono molto nettamente tra l’opposizione alla politica di Israele e la negazione del genocidio nazista.

Rischio escalation
Dovendo affrontare la campagna elettorale in un contesto così sfavorevole, è del tutto prevedibile che Ahmadinejad torni a far leva sulla retorica populista e nazionalista su cui ha tanto insistito negli ultimi anni, contro il “Grande Satana” americano e per il proseguimento del programma nucleare. Potremmo dunque tornare presto ad assistere ad una serie di provocazioni, anche più gravi di quelle recentemente messe in atto contro le navi americane nello stretto di Hormuz, volte a far salire la tensione e a drammatizzare la minaccia esterna nel tentativo di far recuperare consenso alla maggioranza di governo. Sarà dunque necessario, come è stato recentemente sottolineato su questa rivista, che le autorità internazionali continuino a mantenere i nervi saldi, onde evitare un’escalation di dichiarazioni, se non addirittura di atti, che la leadership iraniana saprebbe abilmente sfruttare a suo favore.

Nel frattempo, la comunità internazionale ha ritrovato la sua compattezza sull’ipotesi di un terzo round di sanzioni se l’Iran non fornirà entro quattro settimane tutte le risposte alle questioni relative alle passate attività nucleari rimaste in sospeso. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha messo a punto una bozza di risoluzione che impone nuove limitazioni al commercio con l’Iran, chiede che si effettuino controlli sui trasporti via cargo per evitare che arrivino all’Iran prodotti utilizzabili per la costruzione della bomba atomica e ribadisce con un linguaggio più duro le misure già varate contro le persone coinvolte nel programma nucleare. Le resistenze di Russia e Cina di fronte ad un possibile terzo round di sanzioni sembrano dunque superate.

È un segnale importante, anche alla luce del fatto che la Guida suprema Ali Khamenei ha garantito all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) la piena disponibilità del paese a collaborare, pur rimanendo irremovibile sul diritto dell’Iran di produrre uranio arricchito destinato alle centrali nucleari. Anche l’ayatollah Khamenei, in passato schierato con Ahmadinejad, ha iniziato a prendere le distanze dal Presidente, dando adito all’ipotesi di un suo riposizionamento in vista della possibile sconfitta elettorale dei radicali.

Una comune strategia transatlantica
Le forti pressioni internazionali degli ultimi mesi stanno dunque iniziando a dare i loro frutti. Ma sarà necessario proseguire con grande fermezza su questa strada. L’amministrazione americana ha recentemente aperto due tavoli importanti in Medio Oriente, in parziale sintonia con le conclusioni dell’Iraq Study Group del novembre 2006: uno con l’Iran, per discutere delle ipotetiche interferenze iraniane nel conflitto interno dell’Iraq; l’altro con la Siria, con cui invece sembra orientata ad affrontare questioni politiche più di fondo. Elementi che hanno positivamente fatto da sfondo sia ai lavori della Conferenza di Annapolis di fine novembre sul Medio Oriente, sia alla recente visita di Bush nell’area.

L’indebolimento degli ultraconservatori in Iran può costituire un fatto positivo per le prospettive del Medio Oriente. Le elezioni presidenziali iraniane che si terranno il prossimo anno potrebbero vedere un ritorno al potere dei riformisti, la cui politica estera è sempre stata relativamente più aperta. La strategia delle sanzioni internazionali, da più parti accusata di inefficacia, sta in realtà avendo un impatto sulla situazione interna del paese, anche se al prezzo di un aggravamento delle condizioni di vita della popolazione.

Tuttavia, Europa e Stati Uniti non hanno ancora raggiunto un punto di vista comune su un aspetto cruciale: come rispondere nel modo più efficace alle ambizioni regionali dell’Iran. Nel suo piano per lo sviluppo energetico, delineato nel documento “Prospettiva a venti anni”, l’Iran si pone l’esplicito obiettivo di diventare la potenza regionale leader in termini di capacità economica, scientifica e tecnologica entro il 2025. Le mire egemoniche iraniane sulla regione hanno per altro origini antiche, esistono fin dai tempi dello Scià e costituiscono dunque un problema di lungo periodo. Anche per questo la prospettiva di un Iran nucleare è difficilmente accettabile: verrebbe percepito come una chiara minaccia dagli altri stati della regione. L’arma nucleare in mano a Teheran sarebbe vista come uno strumento di coercizione verso gli stati più deboli e, come è già stato sottolineato su AffarInternazionali, rischierebbe pertanto di innescare una pericolosissima corsa agli armamenti – anche di armi non convenzionali – in molti stati della regione.

Se, come ritengono anche molti analisti americani, con l’Iran si vorrà avviare un’iniziativa diplomatica più consistente di quella perseguita fino ad oggi, Europa e Stati Uniti dovranno fornire rassicurazioni su tre ineludibili questioni di fondo: che non si sta puntando ad un cambiamento del regime iraniano con la forza; che non si sta pianificando un intervento militare; che si è pronti a riconoscere al paese un concreto ruolo nella gestione degli affari regionali. Finché questi tre punti non saranno chiariti e posti al centro di una rinnovata e comune strategia transatlantica, l’Iran continuerà a costituire il cuore del “security dilemma” che oggi paralizza il Medio Oriente.

Su questo tema vedi anche:

Vali Nasr: Europa e Stati Uniti investano di più nel dialogo con gli sciiti, di Raffaello Matarazzo

Iran: troppa ideologia può scatenare una guerra, di Emiliano Alessandri

Iran: Opzioni militari e saggezza mafiosa, di Cesare Merlini