IAI
Intervista a Benita Ferrero Waldner

In Medio Oriente l’Europa sta facendo la sua parte

21 Feb 2008 - Daniele Marchesi, Raffaello Matarazzo - Daniele Marchesi, Raffaello Matarazzo

BRUXELLES – È tempo di cambiamenti per la politica estera europea. Se verrà ratificato, il trattato di Lisbona introdurrà una serie di riforme nelle relazioni esterne dell’Unione europea che trasformeranno il complesso equilibrio istituzionale di questo settore. Ne parliamo con il commissario europeo alle Relazioni esterne Benita Ferrero Waldner partendo da ciò che l’Ue sta concretamente facendo sul fronte più caldo della politica internazionale, il Medio Oriente.

Commissario, lo scorso novembre lei ha partecipato al vertice di Annapolis sul processo di pace in Medio Oriente. Il Presidente George W. Bush ha fatto appello a un accordo negoziato entro la fine del 2008, ma a molti questo è sembrato solo un tentativo dell’ultima ora di recuperare il tempo perduto in questi anni. Quale è il suo parere sul presente e il futuro in Palestina?
Non bisogna mai dimenticare che la chiave della soluzione del conflitto sta nella volontà politica delle due parti: israeliani e palestinesi. Nessun appoggio esterno sarà mai sufficiente a trovare una soluzione senza quest’elemento determinante. Quelli iniziati in Maryland sono i primi colloqui di pace in sette anni: questo risultato da solo è già significativo. Ora dobbiamo afferrare le opportunità forniteci da Annapolis e dalla successiva conferenza dei donatori a Parigi. Non ci sarà un’altra opportunità simile nei prossimi mesi. Per quanto mi riguarda, sono determinata a continuare a contribuire agli sforzi delle parti per raggiungere un accordo. Certamente, perché il negoziato abbia successo, entrambe le parti dovranno accettare dei compromessi difficili, soprattutto per quanto riguarda le questioni dello status.

Crede che ciò sia ancora possibile alla luce di quello che sta succedendo a Gaza?
Gli eventi recenti a Gaza hanno dimostrato senza dubbio i livelli d’emergenza sia a Gaza che in Israele. Voglio essere chiara: condanno con forza gli attacchi con razzi da Gaza contro Israele e riconosco il diritto di Israele a difendere i propri cittadini. Tuttavia, bisogna garantire un flusso efficiente di merci e di forniture, nel rispetto della sicurezza degli israeliani e dei palestinesi. Isolare la popolazione di Gaza da risorse essenziali quali l’elettricità, i prodotti alimentari e le medicine contribuisce solo a rafforzare coloro che mirano a far deragliare l’attuale processo negoziale. Oltre a fornire un sostegno politico, la comunità internazionale può facilitare i negoziati in corso anche migliorando la situazione sul posto. Questo per noi è un imperativo politico. La popolazione deve poter credere che è possibile ottenere miglioramenti tangibili e che i palestinesi e gli israeliani possono convivere in pace.

Quale sarà il ruolo della Commissione nei prossimi mesi? Dopo la vittoria di Hamas alle elezioni del 2006 la Commissione ha lanciato il Meccanismo Internazionale Temporaneo – TIM per cercare di isolare Hamas senza creare una catastrofe umanitaria per il popolo palestinese
Nel corso degli anni, la Commissione europea è diventata il primo donatore verso l’Autorità palestinese: dal 2006 abbiamo convogliato 600 milioni di euro tramite il nostro meccanismo internazionale temporaneo per assistere il popolo palestinese nei suoi sforzi di state-building e per le esigenze umanitarie urgenti. Forniamo anche ulteriore assistenza tramite l’Unwra ed altre agenzie dell’Onu.

Come valuta l’apporto di questo strumento finanziario dopo due anni e cosa intendono fare l’UE e la Commissione in questa fase?
Nelle ultime settimane però abbiamo lanciato uno strumento nuovo, il Meccanismo palestino-europeo di gestione dell’aiuto socio-economico (Pegase). A partire dal primo febbraio, attraverso questo nuovo meccanismo possiamo convogliare il nostro contributo verso il Piano palestinese di riforma e sviluppo (Prdp) in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Questo piano si concentra particolarmente sulla governance, lo sviluppo sociale, economico e del settore privato e sulle infrastrutture, renderà il nostro contributo in quanto maggior donatore più stabile e prevedibile e accrescerà notevolmente la responsabilità dell’Autorità palestinese nel processo di riforme e di sviluppo.

Come si declinerà concretamente?
Pegase finanzierà un ampio spettro di attività in quattro settori prioritari: la governance: riforma fiscale, Stato di diritto, giustizia, “accountability” e sicurezza; lo sviluppo sociale: protezione sociale, salute, istruzione (compresa formazione professionale), occupazione e gli approvvigionamenti di base come i combustibili; lo sviluppo del settore economico e privato: agevolazione del commercio, sostegno e finanziamento alle piccole e medie imprese e sviluppo di centri d’affari; lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche in settori come l’acqua, l’ambiente o l’energia. Il campo d’applicazione del nuovo meccanismo è dunque più ampio di quello del TIM, poiché non copre solo i progetti di spesa corrente ma anche investimenti e sviluppo economico.

Passiamo alla riforma istituzionale dell’Unione? Crede davvero che il trattato che è stato firmato a Lisbona nel dicembre scorso rafforzerà la politica estera europea dando all’Unione una voce unica sui problemi della sicurezza, dello sviluppo e del cambiamento climatico?
Il Trattato di Lisbona costituisce un passo avanti importante per l’Europa proprio perché risponde direttamente alle preoccupazioni espresse dai cittadini europei in questi ultimi anni. Per produrre politiche e risultati migliori, l’Ue doveva modernizzarsi e riformarsi. Inoltre, poiché l’Ue si è sviluppata ed ha accresciuto le sue responsabilità, era necessario rivedere il modo in cui lavoriamo. Con il Trattato di Lisbona l’Unione sarà più efficiente e trasparente. Saremo più coerenti verso l’esterno, più efficaci nell’ottenere i risultati utili ai cittadini e avremo istituzioni moderne ed adatte all’Unione a 27.

Può fare degli esempi?
Primo, con l’entrata in vigore del Trattato avremo finalmente un unico Rappresentante per le relazioni esterne, invece dell’attuale troika. Secondo, il Trattato di Lisbona offre nuove possibilità per agire su problemi concreti ed attuali quali l’energia, la protezione civile e la sanità. Infine, il nuovo Trattato rafforzerà il ruolo del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali. Questo sviluppo è estremamente importante. Tutto sommato quindi, ritengo che le riforme accresceranno la dimensione europea in molte delle nostre attuali politiche.

Quali sono i prossimi passi da compiere?
In questo momento dobbiamo concentrarci in primo luogo sulla ratifica del Trattato nei 27 Stati membri. Una parte di stati ha già finalizzato la ratifica, mentre altri hanno avviato il processo. Solo il completamento di questa fase cruciale deciderà la data esatta d’entrata in vigore del nuovo Trattato.

Circolano già le prime voci su chi potrà prendere il posto di Alto Rappresentante. Può darci un’anticipazione?
Preferisco non entrare in queste speculazioni. Ciò che davvero conta è rafforzare l’Unione Europea sulla scena internazionale. Ripeto, la nostra enfasi in questo momento è sul processo di ratifica nell’Unione a 27. Dobbiamo assicurarci che i cittadini europei comprendano i progressi che il nuovo trattato introduce, specialmente nel settore della politica estera. Ciò che è certo è che con l’entrata in vigore del nuovo trattato l’attuale posto di Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, ricoperto da Javier Solana ed il posto di Commissario per le relazioni esterne e la politica europea di vicinato saranno fusi. Le specificità di questa nuova posizione e del suo portafoglio restano tutte da determinare.

A proposito della Politica Europa di Vicinato (Pev), Lei è responsabile di questa politica relativamente nuova dell’Ue – può darci una Sua valutazione dei primi risultati? L’idea di offrire una “nuova prospettiva” ai nostri vicini in alternativa alla membership piena dell’Ue, sta avendo successo?
Quando ho cominciato il mio lavoro come Commissario, circa tre anni fa, la Pev era ancora soltanto un progetto ambizioso. Oggi, è una politica che funziona. Il nostro obiettivo strategico è chiaro: appoggiare programmi di riforma politica ed economica nei paesi del nostro vicinato e quindi creare un’area di stabilità, sicurezza e prosperità. Questo non è solo nell’interesse di quei paesi, ma va anche a vantaggio dell’Europa: abbiamo bisogno di un’Ue che si impegni attivamente nel vicinato e che faccia valere la sua “forza di trasformazione”, non di un’Europa “fortezza”, che alza i ponti levatoi.

Concretamente?
Nel quadro della Pev abbiamo elaborato piani d’azione, disegnati per soddisfare le esigenze specifiche di riforma di ciascuno dei paesi in modo da accompagnare i loro sforzi di modernizzazione. Le nostre attività di cooperazione coprono una vasta gamma di settori compresi la “good governance”, le riforme dell’economia, i diritti dell’uomo, il commercio, la sicurezza, l’efficienza energetica, l’ambiente, l’istruzione, la salute, la ricerca ed infine l’agevolazione dei visti, ed i controlli doganali e alle frontiere. La PEV è un tipo di politica estera intelligente e moderna.

Molti dei nostri partner sulle rive meridionali del Mediterraneo, per esempio, hanno accolto con scetticismo questa nuova politica, che dovrebbe ravvivare e completare il processo di Barcellona. Oggi questi paesi hanno cambiato opinione?
I nostri partner nel Mediterraneo hanno accolto positivamente la Pev. Ho appena visitato il Marocco, uno dei partner più avanzati nel quadro della politica di vicinato. Insieme al Marocco stiamo studiando la possibilità di migliorare ancora di più i nostri rapporti. Non a caso, il Marocco era uno dei due paesi partner della Pev che hanno ricevuto un sostegno aggiuntivo tramite il “fondo di governance” (Governance facility). Si tratta, in pratica, di una sorta di “ricompensa per le riforme” che riconosce al Marocco l’alto livello d’esecuzione del piano d’azione che abbiamo adottato insieme nel 2005.

Che relazione ha questo dibattito con la recente proposta di “Unione mediterranea” del Presidente francese Sarkozy?
Condividiamo appieno l’obiettivo di rinforzare le relazioni esistenti con e tra i paesi mediterranei contenuta nella proposta di Sarkozy. Una tale iniziativa apporterebbe un nuovo slancio politico alla cooperazione regionale nel Mediterraneo. Essa dovrebbe essere fondata sull’esperienza fatta nell’ambito dei fori regionali promossi in questi anni, come il processo di Barcellona, Euromed e la stessa Pev. A mio avviso, sarebbe anche importante assicurare la partecipazione ed il contributo del settore privato, e per esempio, di iniziative quali l’umce-Businessmed (l’Unione mediterranea delle confederazioni di impresa). Va da sé che l’approvazione da parte di tutti e 27 i membri dell’Ue renderebbe questo progetto uno strumento forte nel quadro delle nostre relazioni con il Mediterraneo.

Alcuni paesi, come l’Ucraina e il Marocco, hanno espresso la volontà di accelerare il loro cammino di avvicinamento all’Unione Europea. Per loro la Pev non basta. Quale è la visione della Commissione sull’argomento?
Uno dei vantaggi della Pev sta nel fatto che permette un approccio differenziato nei confronti di ciascun paese partner, basato sulle specifiche esigenze, sulle sue capacità e sui risultati. In questo senso, i paesi che hanno fatto più progressi nell’esecuzione dei piani d’azione potranno anche muoversi più rapidamente verso l’Unione. Questo approccio differenziato garantisce flessibilità e permette ai nostri partner di avvicinarsi quanto più è a loro possibile all’Ue. In sé stessa, la Pev non offre ai partner una prospettiva d’adesione, ma non la preclude neppure, per il futuro. Non dimentichiamoci che il nostro principale obiettivo geopolitico è di tenere vicini in nostri partner. Ecco perché attualmente stiamo negoziando con l’Ucraina un nuovo accordo rafforzato, mentre, come ho detto prima, insieme al Marocco stiamo esplorando alcune opzioni per far progredire le nostre relazioni.

A pochi giorni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, la tensione nell’area rimane molto alta. Oltre all’intensa attività diplomatica di questi mesi, l’Ue ha appena avviato un’importante missione nel quadro della Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd). In che modo la Commissione europea contribuisce a questo tipo di missioni?
Ci sono due modi distinti nei quali sosteniamo le missioni di Pesd: da un lato gestiamo il bilancio della missione in corso e dall’altro provvediamo a misure di accompagnamento come i programmi di promozione dello Stato di diritto (compresa la formazione di personale di polizia e magistrati, e attività di sminamento) attraverso lo Strumento di Stabilità e l’assistenza economica classica. Soprattutto, continuiamo a contribuire alla stabilità ed alle riforme in Kosovo attraverso i vari strumenti del Processo di Stabilizzazione e Associazione con cui vogliamo tradurre in realtà la prospettiva europea dell’intera regione dei Balcani occidentali.

Dalla Palestina al Kenia ed al Pakistan, la Commissione ha dimostrato di voler svolgere un ruolo attivo nell’osservazione dei processi elettorali democratici nel mondo. Questa strategia sta dando frutti?
Il contributo ai processi elettorali è una componente importante della politica estera dell’Ue. Le elezioni dovrebbero rappresentare un momento di reale partecipazione democratica e, allo stesso tempo, stimolare una migliore protezione dei diritti dell’uomo. La realizzazione di un processo elettorale democratico è un elemento essenziale nell’istituzione di un sistema di governo che assicuri il rispetto dei diretti umani, la fine dei conflitti e della violenza, lo stato di diritto e lo sviluppo di solide istituzioni democratiche.

Con queste missioni d’osservazione elettorale, non rischiamo di legittimare governi autoritari?
In questo senso, l’osservazione elettorale permette di valutare un processo elettorale secondo criteri e norme internazionali che devono caratterizzare elezioni democratiche autentiche. Queste missioni non osservano solo lo svolgimento dell’elezione, durante il cosiddetto “Election Day”, ma monitorano l’intero processo elettorale, compresa la campagna, e possono quindi fornire elementi sullo stato complessivo di sviluppo democratico in un paese in un dato periodo. Inoltre, la presenza di osservatori dell’Ue può migliorare la trasparenza e la fiducia nel sistema democratico fornendo una valutazione imparziale del processo elettorale, disinnescando la tensione e, grazie alla loro presenza, dissuadendo o rilevando eventuali frodi.

Esiste, a suo avviso, un punto d’equilibrio, tra promozione della democrazia e salvaguardia della stabilità?
Ogni anno riusciamo ad inviare tra le 13 e le 15 missioni d’osservazione elettorale Ue. Il fatto che riceviamo più inviti ad inviare missioni di quanto le nostre capacità ci permettano di soddisfare, mi sembra una chiara dimostrazione dell’alto apprezzamento di imparzialità e competenza, nei confronti delle nostre missioni elettorali.