IAI
Bush e l’Iran

Il revival del doppio contenimento: non far danni e cogliere l’attimo

1 Feb 2008 - Roberto Menotti - Roberto Menotti

Una ricetta decisamente perdente per analizzare la questione iraniana è quella di adottare un’ottica di breve periodo, fermarsi alla lettura superficiale delle molte dichiarazioni di Mahmoud Ahmadinejad, e infine dimenticare che oltre alla Repubblica Islamica c’è la Persia. I mullah si appoggiano sulle spalle di una orgogliosa cultura plurisecolare. È quindi essenziale conservare una memoria storica per trattare con l’unico paese musulmano ad aver sperimentato appieno una rivoluzione islamica in tempi moderni. Ad esempio, è bene ricordare che la retorica del “Grande Satana” ha sempre fatto leva su un senso di accerchiamento condiviso da larga parte della popolazione iraniana, e che la lunga guerra contro l’Iraq negli anni ’80 ha probabilmente salvato e certamente preservato la rivoluzione. Ahmadinejad è parte integrante dell’evoluzione del paese, ma non ne è certo il punto di arrivo predeterminato.

Estrema cautela
Questo senso della prospettiva è quanto mai necessario perché attorno al problema iraniano (inteso non solo come questione nucleare, ma come ruolo complessivo del paese) stiamo assistendo a un profondo cambiamento degli assetti regionali, con l’intreccio di antiche inimicizie e nuove ambizioni.

In tale contesto, l’atteggiamento che dovrebbe ispirare le iniziative occidentali (cioè della coalizione a cui contribuisce attivamente la Ue e con essa l’Italia) è anzitutto cautelativo: non peggiorare la situazione. Il che significa non fornire ai seguaci più ferventi di Ahmadinejad delle occasioni per consolidare o rilanciare il proprio ruolo all’interno del paese. Assai più facile a dirsi che a farsi, ma non impossibile.

Vari segnali indicano che la parabola calante del presidente iraniano è iniziata da tempo, anche se gli esiti dello scontro politico interno al suo paese sono obiettivamente incerti. Se questa premessa è corretta, esistono i margini di manovra (seppur stretti) per una politica di contenimento verso Teheran che al contempo non pregiudichi l’opzione di un dialogo, cioè di concrete offerte negoziali che coinvolgano anche Washington.

La ormai famosa “National Intelligence Estimate” e lo stesso vertice di Annapolis, sul finire del 2007, hanno spinto effettivamente in questa direzione, pur in assenza di una visione complessiva del tutto coerente.

Le ultime valutazioni relativamente ottimistiche dei servizi di intelligence sono in gran parte il frutto di dinamiche prettamente interne all’establishment americano, ma resta il fatto che hanno permesso al presidente Bush di allentare in qualche misura la pressione militare sull’Iran senza per questo apparire né cedevole né ondivago.

Quasi in contemporanea, il tentativo di rilancio del negoziato israelo-palestinese correttamente giudicato debole da molti analisti, ha avuto il merito di ricreare un quadro in cui inserire il mondo arabo, facendolo uscire dalla paralisi decisionale in cui era caduto dal settembre 2001 e ancor più dalla primavera 2003.

Revival del “doppio contenimento”
Per comprendere questa dinamica, potenzialmente virtuosa, si deve fare un passo indietro. Una della argomentazioni americane tutto sommato più efficaci in vista dell’invasione dell’Iraq fu che era indispensabile superare la politica del “doppio contenimento” (contro l’Iran e lo stesso Iraq). E che ciò avrebbe permesso di liberarsi dei vincoli di un rapporto troppo stretto con l’Arabia Saudita. Nelle intenzioni americane, il forte accento sulla democratizzazione a tutto campo avrebbe poi messo anche gli altri regimi arabi moderati di fronte alle loro responsabilità per i mali della regione.

Ebbene, dopo un tortuoso percorso si è arrivati a un nuovo doppio contenimento. Ora si tratta di contenere il contagio della violenza irachena e la possibile ascesa regionale di un Iran con chiare ambizioni nucleari. Che piaccia o no, questa nuova versione del doppio contenimento è l’unica alternativa realisticamente disponibile rispetto a tre scenari, tutti da incubo: la totale dissoluzione dell’Iraq, l’affermarsi di un dominio regionale iraniano da una porzione dell’Afghanistan fino al Mediterraneo, e infine un massiccio attacco americano contro l’Iran. Anzi, dovremmo piuttosto pensare a una qualche combinazione di questi tre scenari, poiché molto probabilmente uno ne trascinerebbe con sé anche altri.

L’occasione di Annapolis
In tal senso Annapolis ha sancito l’avvio di una nuova fase nella politica americana, e forse offre una vera occasione da cogliere. Gli arabi lo hanno capito, e ben sapendo quanto avrebbero da perdere dai tre scenari sopra accennati, sono accorsi numerosi alla conferenza convocata da un Bush molto impopolare sul piano internazionale e indebolito all’interno. Non sono accorsi perché persuasi della validità del piano americano sulla Palestina, ma perché spaventati – e giustamente – da almeno due eventi del 2006: il putsch di Hamas a Gaza e l’offensiva militare di Hezbollah in Libano. Entrambi sono, tra le altre cose, forti indizi di una penetrazione iraniana nell’estremismo nazionalista regionale e comunque di una perdita di controllo da parte dei regimi sunniti. A questo deve naturalmente aggiungersi il concreto rischio di contagio proveniente dalla guerra civile irachena.

Lo schema di Annapolis consente ai paesi arabi di dare sufficiente sostegno a Washington per tenere insieme una forma di alleanza transatlantica pur senza sposare direttamente le politiche americane contro Teheran (e contro la galassia insurrezionale-terroristica). E intanto consentono di inviare una sorta di avvertimento continuativo al regime iraniano, visto che l’opzione militare non è mai stata esplicitamente archiviata.

Bush continua a declinare i nuovi allineamenti quasi al vecchio modo e secondo la retorica della “guerra al terrore”, parlando di uno scontro frontale tra “moderati” ed “estremisti”. Ma a ben guardare un cambiamento sostanziale c’è stato: la categoria dei “moderati” consente di valutare pragmaticamente i comportamenti esterni invece di concentrarsi sull’ideologia o sulla natura interna dei regimi (o dei movimenti) in quanto tale. Non a caso, quell’aggettivo è tradizionalmente attribuito agli alleati dell’America nella regione. Siamo insomma in un contesto diverso rispetto alla logica del “con noi o contro di noi” che ha caratterizzato la prima amministrazione Bush.

Questo passaggio è stato confermato dal discorso sullo Stato dell’Unione del 28 gennaio: è vero che il presidente ha dichiarato che Teheran “incarna le forze dell’estremismo”, facendo un implicito riferimento a un cambio di regime e lanciando un monito molto duro su possibili provocazioni nel Golfo Persico. Ma è altrettanto vero che ha ribadito la generica disponibilità a negoziare, qualora vi fosse una verificabile sospensione delle attività di arricchimento dell’uranio; formalmente non vi sono dunque altre condizioni. L’ultimo State of the Union di Bush non verrà quasi certamente ricordato per i toni bellicosi contro l’Iran, se confrontato alle posizioni ufficiali dei mesi precedenti. Semmai, resterà a marcare la forte contraddizione irrisolta tra gli appelli alla democratizzazione (dell’Iran e dei territori palestinesi) e il plauso per i governi “moderati” che sono invece trattati con notevole tolleranza.

In ultima analisi, nella complicata partita arabo-persiana molto dipenderà dall’evoluzione interna della politica iraniana, che segue il suo percorso e che probabilmente ha una tempistica troppo lenta rispetto ai ritmi concitati che soprattutto Washington impone alla diplomazia internazionale. Per questo è utile che si sia guadagnato del tempo, in vista del “reassessment” che comunque ci sarà con la prossima Amministrazione. Ne potrà scaturire un incentivo alla collaborazione tra quei paesi nella regione che sono preoccupati dall’attivismo iraniano – cioè quasi tutti – magari depotenziando la linea di frattura tra mondo arabo e Israele. Se si riuscirà almeno a non interferire negativamente con gli sviluppi interni al mondo persiano-iraniano, avremo già fatto un passo avanti importante.