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Medio Oriente

Il nucleare che fa tremare il mondo

5 Feb 2008 - Carlo Calia - Carlo Calia

Nel dicembre 2007 il rapporto del NIE (National Intelligence Estimate), che riassumeva le analisi di sedici Agenzie dei servizi segreti americani, ha sostenuto che l’Iran aveva sospeso quattro anni fa i piani per realizzare la bomba atomica. Il documento proveniva da un organo della amministrazione americana e ciononostante smentiva la campagna allarmista che il presidente Bush e altri suoi collaboratori hanno svolto a lungo sulle ambizioni nucleari di Teheran. È possibile che il presidente americano sia venuto a conoscenza di questo rapporto solo pochi giorni prima o addirittura al momento della sua pubblicazione? Sembra incredibile, eppure la goffaggine delle reazioni del Presidente a tale evento fanno ritenere che le cose siano andate proprio così. Come si spiega?

Contrasti nell’amministrazione Usa
È possibile che la CIA, dopo la non brillante figura fatta nella questione dell’inesistente pericolo nucleare iracheno, abbia voluto questa volta adottare in materia una politica di cautela. Ma non è facile credere a questa versione. Certamente i servizi sono stati umiliati dall’amministrazione Bush ed erano probabilmente ansiosi di prendersi la rivincita. Ma non avrebbero osato tanto se non fosse emerso un profondo contrasto tra il vicepresidente Cheney, propenso a rimediare al disastro iracheno con un attacco all’Iran, e chi nell’Amministrazione voleva chiudere quella sfortunata vicenda con una trattativa di pace regionale, ovviamente Iran compreso.

Lo stesso padre di George W. Bush aveva cercato nel dicembre 2006 di spingere il figlio verso un accordo regionale, aiutato dal suo ex Segretario di Stato, James Baker impegnato nella commissione Baker-Hamilton. Il rapporto del NIE ha, comunque, reso politicamente impraticabile l’ipotesi di un raid contro l’Iran. C’è chi a questo punto ha ricordato che Bush padre era stato a capo della CIA, prima di divenire presidente, e certamente non mancava di conoscenze e relazioni in quell’ambiente. Occorre, dunque, concludere che il pericolo di un attacco militare agli impianti nucleari iraniani era imminente al punto da giustificare l’utilizzazione di un metodo ostruttivo così plateale?

Un misterioso raid aereo
Il giornalista britannico Christopher Hitchens ha attirato l’attenzione su una clausola della legge finanziaria, approvata a fine anno dal Congresso americano, che prevede il blocco del 70% del budget militare (43 miliardi di dollari, ma la cifra esatta è mantenuta segreta) fino a quando non si arrivi a disporre di informazioni precise sul raid aereo israeliano compiuto il 6 settembre su un presunto sito nucleare in Siria. Un episodio in effetti misterioso, ma evidentemente ritenuto straordinariamente importante.

Sembra che mesi prima gli israeliani avessero presentato agli americani un’ampia documentazione per provare che i nord-coreani avevano iniziato dei lavori per dotare la Siria di una capacità nucleare. Il materiale presentato era però stato giudicato inattendibile. Quando il bombardamento israeliano ha quindi avuto luogo, l’irritazione a Washington è stata forte, anche se non manifestata pubblicamente. Israele, da parte sua, ha cercato di mantenere il più assoluto silenzio sulla questione. Discreti sono stati nelle loro proteste anche i siriani. Damasco, in prima linea di fronte a Israele, non ha un’attitudine internazionale aggressivamente propagandistica come Teheran e sa trattenersi quando ritiene una questione pericolosa. Ma come mai gli americani hanno disapprovato così fortemente l’iniziativa?

I rapporti tra Usa-Israele in campo nucleare
Molti aspetti dell’incursione israeliana in Siria sono apparsi a Washington un esperimento dal punto di vista militare sulle caratteristiche di una eventuale analoga azione in Iran. Inoltre dal punto di vista politico era certo un avvertimento a Damasco e Teheran, ma contemporaneamente un sondaggio sulle reazioni negli Stati Uniti a una eventuale azione militare israeliana indipendente in Iran. Gli aerei israeliani sarebbero in effetti passati attraverso la Turchia, nel cui territorio sarebbero caduti i serbatoi supplementari di combustibile. Ma né la deviazione geografica né il combustibile supplementare sarebbero stati necessari se l’obiettivo dell’operazione fosse stato solo quello di colpire un bersaglio in Siria, facilmente raggiungibile con un corto volo diretto. Se si volesse invece colpire gli stabilimenti nucleari nel nord dell’Iran, per evitare i radar e le batterie missilistiche situate sulla frontiera sud del paese, bisognerebbe invece passare dalla Turchia, con un volo di 1600 chilometri.

A Washington ci si è allora domandati sino a che punto gli israeliani sarebbero disposti ad andare pur di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e se qualcuno a Tel Aviv pensi di prendere l’iniziativa in materia, calcolando che il presidente Bush, in carica ancora per poco, sarebbe costretto ad accettarne le conseguenze, schierandosi con i fautori di una politica di forza in Medio Oriente.

Negli Stati Uniti è attualmente il Pentagono l’istituzione più contraria a una estensione del già pesantissimo impegno militare americano in Medio Oriente. E non è la prima volta che in America quelli che in Italia sarebbero chiamati “poteri forti” (ma la cui composizione è lì molto diversa) si oppongono a politiche israeliane. C’è chi ricorda una frase che sarebbe stata detta da Baker, in relazione a decisioni prese da Bush padre che non coincidevano con richieste di Israele: “Fuck the Jews, they don’t vote for us, anyway”. La frase sarebbe collegata al fatto che all’epoca il voto degli ebrei americani andava quasi tutto al partito democratico.

Ma meno volgarmente pittoresco, e soprattutto più storicamente accertato, è il contrasto verificatosi in varie occasioni tra Israele e Stati Uniti in questioni di spionaggio su segreti nucleari americani. In un caso almeno si è arrivati a un conflitto tra Washington e Tel Aviv, con l’arresto e la condanna di una persona oggi libera in Israele, ma legalmente vincolata al segreto.

Le posizioni dei paesi arabi
L’arma nucleare venne creata da Israele a fine anni Settanta con l’aiuto della Francia, non degli Stati Uniti, un “peccato politico di origine” forse non del tutto dimenticato da Washington. Le circa 100 bombe atomiche di cui si ritiene disponga Gerusalemme sono la garanzia militare estrema che gli israeliani si sono assicurati nei confronti di un vastissimo mondo arabo tuttora fondamentalmente ostile. Saggiamente Israele si è però sempre rifiutata di negare o confermare il possesso dell’arma nucleare, astenendosi anche dal firmare il Trattato di non-proliferazione nucleare. Naturalmente i governi arabi ritengono che l’armamento nucleare israeliano abbia creato un inaccettabile disequilibrio militare che genera il desiderio di alcuni di loro di dotarsi dell’arma atomica.

Per ragioni propagandistiche l’Iran pone questa tesi in primo piano, ma la vera ragione mai pubblicamente ammessa è che ritiene che solo il possesso dell’arma atomica garantirebbe il paese da un attacco dagli Stati Uniti. A Teheran sono ben lieti che gli americani abbiano abbattuto il regime del nemico Saddam Hussein, ma nel contempo sono convinti che se l’Iraq avesse disposto dell’arma nucleare, l’invasione americana non avrebbe avuto luogo. I governi di molti paesi arabi con popolazione sunnita vedono però il programma di armamento nucleare iraniano come una minaccia. In particolare l’Egitto e l’Arabia Saudita non hanno mancato di far sapere a Washington che se questo evento si verificasse, essi dovrebbero a loro volta dotarsi di bombe atomiche. La Turchia mantiene un maggior riserbo, ma se la notizia del passaggio sul suo territorio degli aerei israeliani diretti in Siria è vera, il silenzio di Ankara sull’argomento svela l’attitudine turca nei confronti delle ambizioni nucleari dei paesi vicini.

Infine, l’intenzione annunciata dal presidente Sarkozy di vendere impianti atomici e offrire assistenza tecnica a paesi arabi che li volessero, non ha mancato di creare altro allarme sulla questione, anche se la Francia ha specificato trattarsi di impianti strettamente destinati alla sola produzione di energia elettrica.