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Fidel Castro e il potere

Cuba tra sogni romantici e dure realtà

20 Feb 2008 - Enrico Sassoon - Enrico Sassoon

Che esca definitivamente di scena nel prossimo futuro o che continui a tirare le redini del potere per interposta persona, tramite il fratello Raùl, di certo Fidel Castro resta una delle figure centrali del Novecento, inserendosi come protagonista in quello che Hobsbawm ha chiamato il “secolo breve”. In effetti, pochi personaggi come il barbuto Fidel hanno, nei decenni scorsi, influito altrettanto sugli equilibri politici internazionali. Sotto il profilo ideale il castrismo e Cuba, con l’importantissimo corollario di nome Che Guevara, hanno rappresentato uno dei sogni più duraturi di più di una generazione di giovani romantici in tutti i continenti, attraverso il mito della rivoluzione di stampo più o meno marxista. Ma Fidel, Cuba e il Che non sono stati un fenomeno romantico o folclorico, bensì decisamente reale.

Nella ultracinquantennale storia della Guerra Fredda, l’apice del confronto nucleare tra Usa e Urss si è raggiunto, con ogni verosimiglianza, proprio a causa di Cuba, con la crisi dei missili dell’autunno 1962. Non è esagerato dire che, nel momento di più acuta tensione, Kennedy (con alle spalle il fallito tentativo della Baia dei Porci) e Kruscev tenevano letteralmente il dito sul bottone dell’arma “fine del mondo”, come nella parodia di successo planetario rappresentata dal Dottor Stranamore.

Marxista o no? Il quesito potrebbe essere considerato accademico, visto che la realtà della dittatura autoritaria del regime castrista si è progressivamente disvelata agli occhi del mondo con il passare degli anni, al punto che neanche i più accesi sostenitori hanno oggi il coraggio di negarla. All’origine probabilmente Fidel aveva succhiato il latte di Karl Marx, ma più ancora aveva contemplato il miraggio sovietico del socialismo reale in diretto antagonismo con l’odiosa dittatura di Batista, satrapo tipicamente latino-americano fortemente sostenuto dall’America.

Dunque, il suo credo ha assunto col tempo i connotati più dell’antimperialismo terzomondista che del socialismo comunque colorato, irrealizzabile in un piccolo paese a 90 miglia dalla Florida, e all’atto pratico il Che e i suoi epigoni hanno cercato di esportare la rivoluzione nei paesi oppressi, dalla Bolivia all’Angola, contribuendo a inasprire lo scontro indiretto tra le superpotenze, ma accumulando solo frustrazioni e sconfitte.

Oggi Fidel a 81 anni è l’ultimo capo di Stato comunista carismatico sopravvissuto a se stesso e alla storia, ancora abbastanza lucido da capire di non potere mantenere il potere in forma diretta e dunque ormai orientato al passaggio formale delle consegne al fratello Raùl, peraltro neppure lui un giovanottone, data la venerabile età di 76 anni. Resterà a capo del Partito comunista, per quel che vale, e si farà adorare dai pochi irriducibili rimasti, in patria e all’estero, mentre il paese versa nella sua cronica crisi economica e sociale, la responsabilità della quale è da ripartire equamente tra il regime interno e il cordone ombelicale che, di fatto, gli Usa hanno costruito e mantenuto da quasi mezzo secolo a questa parte.

Bush dal Rwanda ha naturalmente apprezzato, esprimendo la sua speranza in un prossimo avvento della democrazia a Cuba. Una speranza tutta da verificare: almeno sotto il profilo internazionale, negli anni recenti Fidel si è avvicinato a regimi che di democratico hanno assai poco, da Chavez in Venezuela a Gheddafi in Libia. Anche Hillary Clinton e Barack Obama hanno espresso gli stessi auspici del Presidente in carica e nell’Unione europea più di un paese è pronto a riaccogliere Cuba tra le proprie braccia, dopo avere congelato i rapporti diplomatici nel 2003 a causa degli arresti dei dissidenti. Comunque, in America la comunità cubana è una potente forza elettorale e nessuno dei candidati alla Casa Bianca la potrà ignorare.