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La guerra civile in Ciad

Ciad: il

12 Feb 2008 - Pierluigi Valsecchi - Pierluigi Valsecchi

È raro che le vicende interne di un paese come il Ciad catturino l’attenzione dei mezzi di informazione internazionali, se non nei loro risvolti per gli equilibri di questa parte dell’Africa. Il paese, vasto ma spopolato, è completamente enclavé fra Stati di ben altra stazza, risorse e ambizioni, come Sudan, Libia, Nigeria, Camerun. Questo fa del Ciad un importante “corridoio” strategico, ma anche un vero “ventre molle” dell’Africa centro-occidentale: situazione oggettiva che il recente ingresso del paese nel novero dei produttori petroliferi (2003) non contribuirà sicuramente a rendere meno delicata e ambigua.

Distruzioni gravissime
I media si sono molto occupati del Ciad nei giorni scorsi. Ai primi di febbraio il governo del presidente Idriss Dèby Itno ha sfiorato il tracollo, allorché le forze congiunte di tre movimenti ribelli del nord del paese – dopo aver percorso indisturbati ben 1.000 km, sono entrate nella capitale N’Djamena, che per tre giorni è stata teatro di battaglia, con gravissime distruzioni, molti morti (160 secondo la Croce Rossa) e feriti (circa 1.000), combattenti, ma anche civili. Forse 20 mila sfollati hanno varcato i due ponti che dividono la capitale dal vicinissimo territorio del Camerun, trovandovi momentaneo rifugio: la sola parrocchia cattolica della città camerunese di Kousseri si è trovata a ospitare ben 3 mila ciadiani. I ribelli sono giunti a colpire i principali edifici governativi. Un ministro è rimasto ucciso. Ma poi le truppe regolari sono riuscite a riprendere in mano la situazione e a respingere gli attaccanti.

Nonostante alcuni segnali di frattura nel fronte ribelle la sua componente maggiore, guidata da Mahamat Nouri, si è detta disposta a un cessate-il-fuoco, sollecitato dalla Libia e dal Burkina Faso, in cambio di negoziati: ma il governo per ora si rifiuta – sembra che questo si stia raggruppando nelle regioni centrali del paese, dicendosi pronto a scatenare a breve una nuova offensiva contro il governo e contro le forze “neocolonialiste”. Il riferimento è al contingente francese di stanza permanente a N’Djamena, forte di 1.400 effettivi: una presenza militare fondamentale in Ciad già dai primi anni ’80, quando Parigi intervenne a rintuzzare l’ingerenza libica. Perché ad evitare a Idriss Dèby quella che domenica 3 febbraio sembrava una sconfitta ormai certa ha contribuito senza alcun dubbio anche l’“assistenza logistica” francese. Questa ha garantito ai governativi supporti d’intelligence e specialmente il sostegno della sua aviazione nel tenere sotto controllo il nord-est e la porosa frontiera con il Darfur sudanese, attraverso la quale, secondo le denunce di Dèby, passerebbero sostegni umani e materiali del governo di Khartoum ai ribelli ciadiani.

La storia si ripete
Tutto questo non è per niente una novità nella storia recente del Ciad. Lo stesso Idriss Dèby si impadronì del potere nel 1990 con un’azione di questo tipo, prendendo la capitale a capo di una ribellione mossa dalle regioni nord-orientali, con sostegni da Sudan e Libia.

Svolte traumatiche di questo genere sono una caratteristica di lunga data di un quadro politico cronicamente fluido e conflittuale come quello ciadiano, dove tutti i numerosi movimenti di opposizione armata fanno capo a personalità che sono state, in momenti diversi, esponenti della nomenclatura di vertice e rappresentano fazioni all’interno di un’elite molto ristretta.

Il recente attacco è stato condotto da tre gruppi alleatisi un paio di mesi fa: la fazione che fa capo a Mahamat Nouri, già membro del governo di Dèby, fino a due anni fa ambasciatore in Arabia Saudita e appartenente alla stessa comunità di Hissène Habré; il gruppo Abdelwahid Aboud, frutto di una secessione dal primo e infine le forze di Timane Erdimi, che non solo è stato capo di stato maggiore di Idriss Dèby ed è membro della stessa comunità zaghawa, ma è addirittura lo zio del presidente. I ribelli accusano il presidente di essersi garantito la rielezione grazie a brogli elettorali e ai proventi del petrolio, attorno a cui si vanno ridefinendo strategie di sviluppo e ambizioni di potere.

Tuttavia l’entrata dei ribelli nella capitale del 2006 aveva suscitato molto meno attenzione nei media internazionali che non gli ultimi fatti. È vero che due anni fa gli aggressori non erano giunti a circondare addirittura il palazzo presidenziale, come è invece avvenuto questa volta, ma è altrettanto vero che ciò che ha sollecitato l’attenzione giornalistica per l’ultima crisi ciadiana è il fatto che questa si è manifestata in maniera così virulenta proprio nel momento in cui stava avvenendo il dispiegamento lungo il confine fra Ciad e Sudan dei 3.700 uomini della forza di pace Eufor Tchad/Rca, decisa nell’ottobre 2007 e lanciata il 28 gennaio scorso.

La Francia e la missione di pace dell’Ue
L’operazione, che coinvolge Ciad e Repubblica centrafricana, è condotta dall’Unione europea sotto un mandato Onu di protezione dei rifugiati e civili coinvolti nelle ostilità nella regione sudanese del Darfur. Alcune delle comunità ribelli sono in realtà insediate sui due lati della frontiera Ciad/Sudan e il Ciad ospita attualmente oltre 250 mila profughi dalle zone di combattimento oltreconfine (ma secondo alcuni addirittura 400 mila e più), che si aggiungono ai propri sfollati interni provocati dallo stato di insurrezione.

L’attacco contro N’Djamena ha determinato la sospensione temporanea del dispiegamento di Eufor Tchad/Rca e secondo alcuni osservatori questo era un obiettivo importante dei ribelli, ma anche del governo di Khartoum, accusato da più parti di sostenerli con armi, veicoli, razioni, uniformi, materiali sanitari, intelligence.

I movimenti armati ciadiani preferirebbero evitare una presenza armata terza nelle loro aree di radicamento e di operazione, specialmente considerando che il carattere “europeo” e “internazionale” di Eufor è molto meno percepito come tale in Ciad, dove tutti vedono questo contingente come “francese”: lettura difficile da contestare, visto che la Francia fornisce metà degli effettivi e il comando sul terreno. Dato il ruolo di Parigi come odierno patrono di Dèby – in base alla linea secondo cui le opposizioni, estremamente frammentate, non sarebbero un’alternativa credibile – non ci vuole molto a tirare le conclusioni sulla lettura che i ribelli possono dare di tutta l’operazione.

Anche fra i partner europei circolano espressioni di dubbio sulla scelta dell’amministrazione Sarkozy di un coinvolgimento così chiaro a sostegno di Dèby – in mancanza fra l’altro di una chiara strategia francese per la risoluzione del conflitto – e specialmente sulle ombre che tale scelta getta sulla richiesta neutralità di Eufor fra le parti nella contesa, ma anche sul serio rischio di impantanare la missione internazionale in un quadro di guerra civile. Ma d’altra parte Dèby ha accettato lo spiegamento della forza di pace mentre, come sostiene Parigi, qualsiasi cambiamento di regime in questo momento metterebbe quasi sicuramente in forse l’intera operazione.

Una crisi regionale
C’è poi il lato della questione che riguarda i rapporti fra il governo di N’Djamena e quello del Sudan. Membro della comunità zaghawa, stanziata sui due lati del confine e principale animatrice della rivolta nel Darfur, Dèby ha inizialmente tentato di tenersi fuori dal conflitto, appoggiando Khartoum, il cui regime islamista l’aveva sostenuto nella presa del potere e di cui era stato a lungo fedele amico. Ma problemi di consenso interno e lo scontento del suo stesso gruppo etnico – alcune fazioni del quale, come abbiamo visto, sono passati alla lotta armata contro il suo potere – lo hanno indotto a mutare posizione a favore dei ribelli del Darfur. Per reazione il Sudan sostiene i movimenti armati attivi in Ciad, comprese diverse fazioni zaghawa anti-Dèby.

Per quanto riguarda Eufor Tchad/Rca, è anche chiaro che il governo sudanese vorrebbe in ogni modo evitare un’accresciuta sorveglianza internazionale dei confini del Darfur e quindi delle modalità del conflitto in atto in quella regione e specialmente dei suoi effetti sulla popolazione civile, che ingrossa le fila dei profughi in Ciad. Non è certo una coincidenza che dopo il fallimento dell’attacco ribelle contro N’Djamena e dopo l’annuncio del comando di Eufor che ritiene di poter riprendere il dispiegamento delle truppe nei prossimi giorni – una volta stabilizzata la situazione in Ciad – si sia registrata una seria recrudescenza delle operazioni militari governative nel Darfur e un nuovo corposo afflusso di profughi in territorio ciadiano.

Nel 2006 il Sottosegretario-generale dell’Onu per gli Affari umanitari, Jan Egeland, avvertiva come i conflitti in Sudan, in Ciad e nella Repubblica centrafricana fossero intimamente collegati e potessero condurre a una crisi regionale complessiva di grandi dimensioni. Gli odierni fatti del Ciad sono una conferma della giustezza di quell’allarme e della necessità, per ridurne le potenzialità dirompenti, di affrontare efficacemente il nodo della conflittualità nel Darfur.

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