IAI
Medio Oriente

Vali Nasr: Europa e Stati Uniti investano di più nel dialogo con gli sciiti

7 Gen 2008 - Raffaello Matarazzo - Raffaello Matarazzo

L’aumento del potere degli sciiti in Medio Oriente sta determinando un maggiore pluralismo nella vita politica del mondo musulmano. Questo li rende, in linea di principio, più portati a collaborare sia con l’Europa che con gli Stati Uniti che però, fino ad oggi, non hanno saputo riconoscere le potenzialità della loro ascesa. È la tesi di fondo che Vali Nasr sostiene in questa intervista ad AffarInternazionali, in cui parla anche delle sanzioni all’Iran e delle complesse prospettive del Libano. Tra i maggiori esperti americani di Medio Oriente, Nasr è oggi professore di Politica mediorientale alla Naval Postgraduate School e Senior Fellow presso il Council on Foreign Relations di New York. Il suo ultimo libro, La rivincita sciita, è stato recentemente presentato alla Camera dei Deputati dallo IAI e dalla casa editrice Egea.

Professor Nasr, non crede che la recente “inclinazione alla democrazia” degli sciiti dipenda più da ragioni di opportunismo politico, legata al cambio degli equilibri in Medio Oriente, che da “elementi di fondo della loro tradizione culturale”, come lei sostiene nel suo ultimo libro?
In alcune occasioni, come ad esempio in Iraq, l’adesione degli sciiti alla democrazia ha avuto un carattere prevalentemente opportunistico. Ma gli sciiti hanno partecipato massicciamente ad elezioni democratiche anche in Libano, nel Bahrein, in Arabia Saudita. Tutto ciò può essere considerato, per certi versi, opportunistico, ma anche questo opportunismo è significativo. In molti paesi, infatti, i cittadini diventano democratici non solo perché studiano Rousseau o Stuart Mill, ma perché traggono dalla democrazia dei benefici concreti, reali opportunità di partecipazione. In questo modo anche le popolazioni del Medio Oriente avvertono di poter essere coinvolte nei processi politici e di poter crescere. La democrazia in Medio Oriente non giungerà mai preconfezionata, ma potrà essere realizzata con gradualità. Se capissimo questo, avremo compiuto un primo passo importante. Gli sciiti non sono cinici o negativi nei confronti della democrazia ma, in un momento di crisi generale dei valori sociali e civili nella regione, hanno verso di essa un approccio pragmatico e realistico.

Potrebbe dire lo stesso anche dell’Iran?
Anche in Iran, i cittadini hanno una certa consuetudine con la democrazia: hanno già votato in nove elezioni presidenziali e sette elezioni parlamentari, sanno cosa sono le elezioni. Non sono, dunque, come i cittadini iracheni. L’esempio iraniano è molto importante per gli sciiti. Purtroppo dal 2003 la politica americana ha sciupato l’opportunità di utilizzare gli sciiti e la loro attitudine alla democrazia in Medio Oriente. In altri termini, il muro contro muro con l’Iran ed ora con Hezbollah, così come la strategia in Iraq, hanno indebolito le voci più democratiche del Medio Oriente e rafforzato, invece, le componenti più radicali. Il rifiuto americano di dialogare con il precedente governo iraniano guidato dal riformista Khatami, ha avuto come risultato che si è aperta la strada della presidenza al ben più radicale Ahmadinejad.

E nel resto della regione?
In Iraq, la scelta americana di muoversi gradualmente a sostegno dei sunniti, anche giungendo ad armare molti dei gruppi antisciiti, non ha accresciuto la sicurezza del paese, vista anche l’incapacità di dar vita a un effettivo governo iracheno. Questa politica ha in realtà portato al rafforzamento delle milizie antiamericane, che hanno raggiunto un’influenza anche maggiore di quella oggi esercitata dall’Ayatollah Sistani (leader degli sciiti iracheni, ndr). Ma anche dove a prevalere sono stati i sunniti, la guerra in Iraq ha determinato l’allontanamento di molti cittadini dalla democrazia, e gli Stati Uniti oggi hanno minori margini per parlare di “garanzie democratiche” quando si relazionano con paesi come l’Egitto, la Giordania o il Pakistan, perché la loro priorità è la sicurezza. In questo senso, purtroppo, le prospettive democratiche in Medio Oriente si sono molto indebolite.

Torniamo all’Iran, con cui le relazioni sono più tese: quali effetti stanno avendo le sanzioni decise dalla comunità internazionale sull’evoluzione politica e sociale del paese?
Nel breve termine, le sanzioni stanno certamente avendo un impatto sull’economia iraniana, ma non sono abbastanza incisive da determinare un cambiamento nella condotta complessiva del regime. Non credo, quindi, che riusciranno a produrre gli effetti auspicati sull’interruzione del programma nucleare. Con il petrolio a 100 dollari al barile, la scarsa cooperazione di Russia e Cina al regime di sanzioni e gli scambi commerciali iraniani sempre più rivolti all’Asia, esse colpiscono la qualità della vita della popolazione, ma non sono in grado di indebolire significativamente il governo.

E nel lungo termine?
Nel lungo termine le sanzioni sono una pessima idea, perchè colpiscono la classe media che è più favorevole allo sviluppo democratico dell’Iran e alle riforme. Le sanzioni danneggiano, inoltre, il settore privato e imprenditori che hanno rapporti con aziende europee come la Nokia, la Siemens, la Peugeot o la Fiat, mentre non colpiscono le classi più deboli, che costituiscono ampia parte della base elettorale del governo, perché queste vivono principalmente di sussidi statali. Quindi, paradossalmente, le classi sociali principalmente colpite dalle sanzioni sono quelle tendenzialmente più interessate al rafforzamento democratico del paese. Infine, la riduzione dell’influenza economica e finanziaria europea in Iran, che potrebbe derivare da una nuova ondata di sanzioni senza l’egida delle Nazioni Unite, avrebbe effetti molto negativi sulla capacità europea di favorire un’evoluzione democratica all’interno del paese.

Quali altre iniziative, allora, potrebbero essere assunte per contrastare lo sviluppo del programma nucleare iraniano e le sue possibili finalità militari?
Le sanzioni dovrebbero essere affiancate da una seria iniziativa diplomatica nei confronti del paese, esattamente come è avvenuto e continua ad avvenire per la Corea del Nord, seppur in un contesto negoziale diverso. Le recenti trattative di Francia, Gran Bretagna e Germania insieme all’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea, Javier Solana, non hanno funzionato fondamentalmente per l’assenza degli Stati Uniti dal tavolo negoziale. Per l’Iran, infatti, l’interlocutore principale, soprattutto riguardo al nucleare, restano gli Stati Uniti. Da parte americana dovrebbero essere avanzate proposte concrete per cambiare la natura delle relazioni tra i due paesi. Fino ad oggi, invece, dagli Usa c’è stata una grande asimmetria tra l’enfasi posta sulla minaccia del ricorso all’uso della forza e la sostanziale assenza di qualunque apertura negoziale. Le sanzioni da sole non producono effetti, e nel lungo termine fiaccano il mondo imprenditoriale e le classi medie che sono i pilastri del fronte riformista. L’avvio di un’iniziativa diplomatica seria avrebbe possibilità di successo molto maggiori.

Gli sciiti hanno esteso la loro influenza anche nel sud del Libano, dove tuttavia, dopo la guerra dell’estate 2006, la situazione sembra ancora lontana dalla stabilità. Quali passi ritiene si dovrebbero compiere per rafforzare le prospettive democratiche di questo tormentato paese?
Il problema della politica sciita in Libano è che oggi essa è dominata da Hezbollah, e questo dato nel breve periodo non potrà cambiare. Fintanto che gli sciiti resteranno convinti che solo Hezbollah è in grado di difendere i loro diritti e di promuovere i loro interessi, continueranno a difendere la politica estremista. Ciò si lega a due aspetti: il tema della sicurezza e dei confini di Israele e la richiesta di Hezbollah di una più ampia rappresentanza all’interno delle istituzioni nazionali.

Ci spieghi meglio.
Gli sciiti sono la comunità più consistente del Libano, un po’ più di due quinti della popolazione, e costituiscono il gruppo demograficamente in più rapida crescita. Ma essi non godono di un potere commisurato alla loro forza numerica. La costituzione libanese assegna la presidenza ai cristiani maroniti e la guida dell’esecutivo ai sunniti; agli sciiti spetta solo la carica di Presidente del Parlamento, il quale a sua volta è designato in base a linee settarie, cosicché gli sciiti detengono solo una minoranza di seggi.

Cosa si può fare dunque, in concreto, per uscire dallo stallo attuale?
Il compromesso tra Hezbollah, i sunniti e i cristiani, sia sull’elezione del Presidente della Repubblica che sulla composizione del governo, allenterebbe certamente la tensione. Ma per ottenere un equilibrio più stabile bisognerà anche giungere ad una revisione della Costituzione che riconosca agli sciiti maggiore influenza nella guida del paese. Europei ed americani devono vedere gli sciiti libanesi come qualcosa anche di diverso da Hezbollah, e a tale scopo sostenere un processo politico che convinca gli sciiti che sia possibile un futuro in cui sia loro garantito un certo potere all’interno dello stato libanese.

Per quanto riguarda invece l’altro tema, per nulla secondario, della sicurezza dei confini di Israele?
Questo secondo aspetto va invece affrontato nel più ampio contesto del rilancio del dialogo con la Siria e l’Iran, dal cui sostegno Hezbollah trae buona parte del suo attuale potere. Fino ad oggi l’Occidente ha cercato di sconfiggere Hezbollah attraverso un’azione diretta, credendo che ciò avrebbe indebolito sia la Siria che l’Iran. Questa strategia ha funzionato per un certo periodo, ma ha rivelato tutta la sua debolezza in occasione della guerra dell’estate 2006. La strategia va dunque radicalmente capovolta: invece di concentrarsi su Hezbollah per indebolire Siria e Iran, bisogna concentrarsi sul dialogo con questi due paesi per contribuire al disinnesco della polveriera Hezbollah. A questo approccio si è iniziato a lavorare, per fortuna, fin dalla preparazione della conferenza di Annapolis di fine novembre 2007. Speriamo sia un segno di buon auspicio per l’anno a venire.