IAI
Difesa

Nuovo modello di difesa: urge una rivoluzione

22 Gen 2008 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

Il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa del 17 dicembre riferisce che l’esame della situazione attuale e degli impegni internazionali italiani compiuta in tale sede dalle massime Autorità dello Stato “ha consentito… di trarre utili elementi di valutazione per l’adozione nel prossimo futuro dei provvedimenti necessari a meglio calibrare la capacità delle Forze armate in relazione alle risorse effettivamente disponibili…”.

A prima vista sembra una frase di buon senso, quasi ovvia. In realtà calibrare le capacità in funzione delle risorse disponibili è un sovvertimento logico, una ricetta per inefficienze e ulteriori tagli alle risorse già scarse, la strada di buone intenzioni sulla via per la perdizione definitiva.

Il problema è che la continua penuria di risorse predisposta dai governi e legislatori succedutisi nell’ultimo decennio ha di fatto reso impossibile la transizione impostata nel 1999 dal modello statico di difesa basata sulla coscrizione, ereditato dalla Guerra Fredda, al nuovo modello professionale, flessibile e dotato di forze proiettabili al di fuori del teatro europeo in missioni multinazionali.

Stabilire gli obiettivi
Il punto di partenza per la definizione del modello di difesa deve essere lo scenario internazionale di riferimento, tenendo ben a mente che le decisioni in merito necessitano di almeno un quinquennio per andare a regime e producono effetti per alcuni decenni.

Prevedibilmente, le minacce da fronteggiare nel prossimo ventennio sono molteplici e di diversa natura: la proliferazione delle armi di distruzione di massa, l’emergere di Stati potenzialmente ostili, la competizione per risorse scarse, gli squilibri demografici, la presenza di territori destabilizzati e senza governo, spesso associati a fenomeni terroristici, nonché fenomeni non causati necessariamente dall’uomo, quali calamità naturali ed epidemiche di portata sistemica.

Il compito della politica di difesa italiana è quindi di sviluppare delle missioni atte a rispondere al meglio alla dimensione militare di tali minacce, riconoscendo che una risposta puramente nazionale non è adeguata e quindi che lo sforzo nazionale si configura inevitabilmente come il contributo alla sicurezza collettiva nelle sedi internazionali di riferimento: Onu, ma soprattutto Nato e Ue.

Da questo processo di incastro fra quadro internazionale di riferimento ed esigenza di rispondere alle minacce scaturisce l’insieme delle missioni cui la difesa deve far fronte:
– il tradizionale contributo alla difesa nazionale e collettiva territoriale, grazie al valore di deterrente e quindi scoraggiando potenziali opponenti;
– il monitoraggio e il controllo dei potenziali rischi e minacce, offrendo elementi di fatto che permettano decisioni informate;
– l’intervento in teatri anche geograficamente lontani per favorire la stabilità regionale e globale, anche in difesa dei principi del diritto internazionale ed umanitario;
– la protezione dei cittadini italiani ed europei, nonché degli interessi economici strategici (approvvigionamenti energetici e di materie essenziali, libertà delle rotte di comunicazione…).

Modelli alternativi
Diversi modelli di difesa possono rispondere in modo più o meno soddisfacente a ciascuna delle missioni indicate:
– si può puntare a condurre autonomamente ogni tipo di operazione, con un modello a tutto spettro, come tendono a fare le grandi potenze (Stati Uniti in testa, ma anche Cina e Russia);
– si può puntare alla specializzazione in ambito europeo, focalizzando l’operato nazionale nei settori in cui si ha un vantaggio comparato e sviluppando accordi istituzionali multilaterali che garantiscono di coprire complessivamente l’intero spettro delle necessità;
– si possono sviluppare delle capacità di nicchia (per esempio nell’ambito delle missioni di stabilizzazione) in un ottica di complementarietà con la grande potenza di riferimento (gli Stati Uniti), scegliendo di essere dipendenti dall’alleato principale per le altre esigenze;
– si può limitarsi a mettere in comune alcune capacità (pooling), contando sulla pianificazione nazionale per il resto delle necessità.

Sebbene il primo modello a tutto spettro garantisca una migliore rispondenza ad ogni esigenza, il suo costo pare proibitivo e comporterebbe un moltiplicazione per tre e forse oltre delle risorse sinora dedicate dall’Italia per la difesa e sembra pertanto fuori portata.La seconda opzione, la specializzazione multilaterale in ambito europeo, si comporta piuttosto bene a sua volta, permette una razionalizzazione degli impegni e risparmi nel breve periodo, ma richiede una buona dose di volontà politica, a fronte di un probabile incremento delle risorse al livello dei partner con cui si vuole cooperare (stimabile in un aumento almeno del 50% e duplicazione nel medio periodo).

In realtà, il modello di difesa non può che nascere dalla combinazione pratica e dinamica nel tempo delle diverse opzioni sopra indicate; per l’Italia, la scelta migliore è puntare seriamente alla specializzazione europea, sviluppando nel breve periodo la messa in comune di risorse e capacità.

Definire le risorse
Una volta definite missioni e modello di riferimento, compito del Governo e del Parlamento, non manca che tradurre il tutto nei tre ingredienti di base (organizzazione, sistemi d’arma e risorse umane) che, ben amalgamanti da un cuoco sapiente (il Capo di Stato Maggiore della Difesa e il Segretario Generale, dietro indirizzo del Ministro della Difesa, col controllo delle Commissioni competenti del Parlamento), portano alla definitiva costruzione del vero e proprio modello di difesa, con tanto di numeri per il personale, definizione dei sistemi d’armamento e previsione di risorse finanziarie corrispondenti.

L’organizzazione della difesa moderna deve essere “joint and combined” in ogni suo aspetto: si deve poter operare in contesti internazionali complessi senza che la dimensione fisica dello sforzo (terra, aria, mare, spazio) influisca negativamente.Ciò richiede una dose di flessibilità sinora sconosciuta alle forze armate, anche a livello contrattuale, e una filosofia in cui il colore della divisa non conta più, se non per tradizione.La pianificazione dello strumento militare deve prevedere soluzioni, sistemi dalla cui scelta poi deriva il tipo ed il numero delle piattaforme, cui segue la definizione dei livelli di forza e delle “skills” (non dei gradi!) necessari.

La gestione delle risorse umane rappresenta il fattore critico più problematico del modello di difesa italiano, in quanto gli attuali massicci esuberi annunciati sono il frutto del mancato rovesciamento della logica tipica dell’esercito di leva, secondo cui il numero di uomini è dato e si deve trovare il modo d’impiegarli. Si deve focalizzare l’impiego del personale in uniforme ai compiti effettivamente militari, riqualificando l’attuale presenza civile, prevedere permanenze più brevi sotto le armi, eliminare il criterio d’avanzamento per anzianità, permettendo allo stesso tempo l’accesso laterale anche a gradi elevati per funzioni specifiche ove necessario, svincolare la retribuzione al grado e legarla alla funzione. Tutto ciò contribuirà al ristabilimento della “piramide”, oggi instabile a causa di un numero abnorme di sottufficiali ed ufficiali, soprattutto anziani, a discapito delle forze proiettabili più giovani e necessarie.

Solo al termine di questo complesso processo è effettivamente possibile il calcolo delle risorse economiche necessarie per raggiungere (anche con risorse aggiuntive temporanee se necessario) e mantenere il livello di difesa scelto sulla base delle necessità ed ambizioni del paese, rappresentate dai legittimi decisori politici, cui spettano le decisioni di bilancio e a cui si deve chiedere un impegno di pianificazione di medio e lungo periodo.In definitiva, l’organizzazione della difesa italiana necessita di una forte riforma in un breve periodo, anzi di una piccola rivoluzione, da compiere grazie all’impegno congiunto di Governo, Parlamento e vertici militari, vincolando gli sforzi da compiere alla nostra importante partecipazione alla sicurezza collettiva in Europa e nel mondo.