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America e Medio Oriente

La svolta di Condoleezza Rice

7 Gen 2008 - Carlo Calia - Carlo Calia

La conferenza sul Medio Oriente che si è svolta a fine novembre ad Annapolis ha visto gli Stati Uniti interpretare un ruolo in politica internazionale che si era perso da tempo. L’America di Bush sembra oggi disponibile ad assumere la funzione di arbitro senza la quale né Israele né i palestinesi sono in grado di giungere a un accordo e, ancor meno, di attuarlo sul terreno. Occorreranno molte pressioni e molti anni, ma l’attuale situazione nel mondo arabo, anzi di una parte dell’intero mondo islamico, potrebbe indurre anche i successori di Bush e Condoleezza Rice a perseverare in questa nuova direzione. Come si è determinata questa svolta nella politica estera di Washington? La risposta è complessa, ma certo per comprenderla al meglio è importante capire il ruolo che negli ultimi anni ha svolto, in seno all’Amministrazione, il segretario di Stato Condoleezza Rice.

Gli alti e bassi della Rice
Ancora nel 2005 la stella della Rice brillava di luce tanto intensa da essere considerata perfino una possibile candidata alla successione a Bush. Poi, nel giro di pochi mesi, la sua figura politica era caduta nell’oscurità. In pratica, nella funzione di segretario di Stato per gli affari esteri la Rice si era mostrata incapace di trattare problemi che lei stessa aveva precedentemente contribuito a far nascere nella sua funzione, alquanto debole, di Consigliere del Presidente per la Sicurezza Nazionale.

Il suo predecessore al Dipartimento di Stato, Colin Powell, aveva profeticamente detto dell’Iraq: “Se frantumi quel paese, sarai responsabile di quello che avviene”. Fino a un anno fa questa frase appariva come un appropriato epitaffio alla carriera politica della Rice, la cui colpa era stata quella di non avere nemmeno tentato di mediare tra Powell, contrario all’intervento in Iraq, e Rumsfeld, determinato a effettuarlo. La Rice si è spesso difesa su questo punto ricordando di avere sostenuto a suo tempo l’esigenza di utilizzare forze ben superiori a quelle messe in campo dal Pentagono, ma la scusa appare debole perché in tal caso avrebbe dovuto fare presente con molta più energia la propria opinione al Presidente.

Certo, sbagliare fa parte dei rischi del mestiere, ma Condoleezza Rice, come Hillary Clinton, sembra poco disposta ad ammettere errori. Come nel caso del rifiuto di riconoscere la propria parte di responsabilità per non avere anticipato gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Oggi si sa che la Cia le aveva inviato ripetuti avvertimenti, ai quali la Rice non aveva dato nessun seguito, mostrando anzi una generale cecità sulla dimensione del rischio terrorismo nel mondo, non solo negli Stati Uniti.

Determinazione ed energia sono qualità che le vengono riconosciute, ma la Rice si è anche dimostrata troppo imprudente e accondiscendente verso alcune fallimentare posizioni teoriche del Presidente in politica estera. Se i sostenitori della Rice parlano di “pratico idealismo”, i suoi critici usano il termine di “mancanza di senso comune”.

La sua campagna per la democrazia in Medio Oriente è stata oggetto di critiche particolarmente pesanti. Quando le elezioni frettolosamente richieste in paesi come il Libano o la Palestina hanno portato a risultati inaspettati, la reazione della Rice è stata quella di definirle aberrazioni e spingere subito gli Stati Uniti ad adottare delle politiche che non tenevano nessun conto dei risultati elettorali. La Rice, ha scritto in una recente biografia Elisabeth Bumiller, era rimasta del tutto sorpresa dalla vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi. Eppure molti osservatori politici, anche israeliani, ritenevano una vittoria elettorale di Hamas non solo possibile, ma perfino probabile.

Di nuovo alla ribalta
La credibilità della Rice era al minimo alla fine del 2006, quando la segretaria di Stato tardò troppo nel richiedere il cessate il fuoco a Israele, impegnata sul duplice fronte del Libano e di Gaza; si era giunti, all’epoca, al punto forse più basso della politica estera americana, nel momento in cui l’Amministrazione Bush entrava nella fase finale del mandato presidenziale. Ma è stato proprio in quel periodo che Condoleezza Rice ha cambiato registro, avviando politiche nuove e spesso opposte a quelle precedentemente adottate, mentre Rumsfeld lasciava il Pentagono e rimaneva solo Cheney a opporsi ostinatamente a tali cambiamenti. Ed è da quel momento che Bush ha cessato di ascoltare il vicepresidente, decidendo di seguire le novità sostanziali introdotte dalla Rice,in particolare per quanto riguarda le questioni di Corea del Nord, Iran e Afghanistan ma, soprattutto, il problema del conflitto tra Israele e il mondo arabo, su cui il segretario di Stato ha scelto di concentrare la sua azione.

Ad Annapolis la Rice avrebbe voluto rimuovere almeno qualcuno dei principali ostacoli esistenti nei due campi in conflitto per giungere alla pace. Questo obbiettivo è risultato impossibile, ma il semplice passaggio da una politica di passiva partecipazione a una di attivo intervento americano nel morente processo di pace in Medio Oriente è di per se un notevole exploit. Basta ricordare che fin dalla prima riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, nel gennaio 2001, Bush aveva comunicato ai partecipanti di non volere essere coinvolto nella vicenda perché, a suo parere, Clinton aveva provocato un disastro per avere troppo insistito per giungere a un accordo a ogni costo. Posizione, peraltro, non sgradita agli israeliani, che preferivano avere le mani libere nel trattare con Arafat e reagire militarmente agli atti dei terroristi palestinesi. Gli attentati del 2001 hanno poi ancor più confermato la politica Usa di distanza dal processo di pace, visto che la guerra al terrorismo con mezzi militari diveniva una posizione americana su scala mondiale.

E così è stato sino a ieri, malgrado il crescendo di violenza nell’area: l’invasione dell’Afghanistan, la guerra in Iraq e la svolta estremista nella politica estera dell’Iran. Restavano così ignorati i suggerimenti in senso inverso degli europei, in particolare quelli ripetuti e appassionati dell’alleato “indefettibile”, Tony Blair, nonché quelli meno noti ma probabilmente più decisi dei Governi dei paesi arabi moderati. L’aggravarsi della crisi irachena, tramutatasi in uno scontro regionale tra l’Iran e gli Stati Uniti, ha infine cambiato il quadro regionale.

È possibile che Condoleezza Rice sia stata spinta a cambiare politica nella regione dal desiderio di non lasciare in Medio Oriente, come unica eredità dell’Amministrazione Bush, il plateale e sanguinoso fallimento in Iraq. Ma la necessità di tenere ora in serio conto le opinioni degli alleati arabi ed europei prescinde dalle considerazioni personali. Si tratta, oggi, anche di appoggiare Israele nel tentativo di accreditare il moderato Abbas, nel pezzo di territorio da lui controllato, come il solo interlocutore palestinese dello Stato ebraico.

Trattare efficacemente solo con una parte minoritaria e screditata dei palestinesi, ottenere dai deboli governi israeliani il ritiro o il trasferimento altrove di centinaia di migliaia di irriducibili coloni, sono compiti impossibili da raggiungere in un anno, specie perché l’America nella regione non è più vista come un paese pacificatore, ma al contrario come una l’origine di orrendi disastri, capace di generarne anche di peggiori. È forse vero che l’obiettivo della conferenza di Annapolis era solo quello di mobilitare i paesi arabi e islamici in favore del tentativo statunitense di concludere decentemente l’occupazione in Iraq e contenere l’espansionismo ideologico e militare del regime al potere in Iran. Ma la carta politica giocata da Condoleezza Rice appare di ben più ampio respiro e questa sua convinzione potrebbe lasciare ai successori una situazione migliore in Medio Oriente.