IAI
Africa

La polveriera kenyana rischia di riesplodere

23 Gen 2008 - Pierluigi Valsecchi - Pierluigi Valsecchi

La violenta contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali e parlamentari del 27 dicembre 2007 ha improvvisamente precipitato il Kenya in un’impasse gravissima, che ha colto di sorpresa gli osservatori internazionali. Ma per molti aspetti anche la stessa società di un paese che fino a poche settimane fa si considerava complessivamente stabile e caratterizzato da un corposo consolidamento delle istituzioni democratiche e da un robusto processo di crescita economica.

Il 30 dicembre, a dispetto dei sondaggi che in maggioranza indicavano Raila Amolo Odinga, candidato dell’Orange Democratic Movement (Odm), in sia pure moderato vantaggio nella corsa elettorale, la Commissione elettorale nazionale attribuisce la vittoria di stretta misura al presidente uscente, Mwai Kibaki, presentatosi per un secondo mandato. Kibaki, che secondo le cifre ufficiali avrebbe vinto per 230 mila voti su un totale di 10 milioni di schede depositate nelle urne, si affretta ad assumere le funzioni, mentre Odinga si rifiuta di riconoscere la sconfitta, accusando il governo di brogli e sostenendo che la proclamazione dei risultati era in realtà avvenuta a conteggi ancora in corso.

Reazione furiosa
La reazione dei sostenitori dell’Odm è immediata e furiosa, nonostante il grande dispiegamento di forze attuato dal Governo e le restrizioni imposte alla diffusione di informazioni, con grandi e violente dimostrazioni di protesta tanto nelle aree di maggior radicamento del partito, grosso modo identificate con la presenza di comunità di lingua luo nell’ovest del paese, specialmente i centri di Kisumu e Eldoret, la Rift Valley, una regione etnicamente molto mista, e una serie di grandi sobborghi poveri della capitale, Nairobi. La stessa reazione si è avuta in tutta una serie di realtà non luo, compresa la regione costiera, dove è forte la presenza musulmana a fronte di un paese a gran maggioranza cristiana; e, addirittura, in parti cospicue delle aree di lingua kikuyu, il cuore del paese e del suo sistema di egemonia socio-politica: kikuyu era il padre fondatore e primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta e kikuyu è Mwai Kibaki.

Questo per dire che l’affermazione elettorale di Raila Odinga – che già aveva corso nelle presidenziali del 1997, ottenendo un distante terzo posto con soli 643 mila voti, espressi all’82% da luo – è stata senza dubbio legata alla sua capacità di parlare al paese al di là dei suoi consolidati schieramenti di tipo etnico-regionale o confessionale, guadagnando consensi in fasce sociali molto vaste e variegate: i ceti medio-bassi, ai margini del processo di crescita, ma anche settori importanti di piccola e media borghesia urbana, preoccupati del quadro di polarizzazione socio-economica crescente che il paese sta conoscendo e del peggioramento del contesto di sicurezza.

L’effetto delle proteste è devastante e, in aree etnicamente miste e storicamente oltremodo sensibili e conflittuali, come la Rift Valley, si è purtroppo tradotto in gravissimi scontri, che si intrecciano a crescenti contese intercomunitarie intorno al controllo della terra e che colpiscono, come anche in centri dell’ovest, residenti originari della regione kikuyu, identificati come sostenitori di Kibaki.

Già il 3 gennaio il Procuratore Generale dello Stato invoca una commissione d’inchiesta indipendente sulle elezioni, mentre nei giorni seguenti diverse voci di paesi occidentali e africani si levano a denunciare irregolarità, avvalorando le accuse di Odinga: secondo calcoli accreditati dall’ambasciatore americano in Kenya, lo scarto effettivo fra il vincitore e il secondo arrivato – chiunque sia fra i due – non dovrebbe superare i 100 mila voti e del resto lo stesso presidente della Commissione elettorale, Samuel Kivuiti, ha ammesso davanti ai media di non essere sicuro di chi avesse effettivamente avuto più suffragi.

Esortazioni alla calma e al negoziato fra le parti sono giunte subito da un gran numero di istanze, kenyane – in particolare le Chiese e organizzazioni religiose – e internazionali. Tentativi di mediazione sono attuati, in successione, dall’arcivescovo sudafricano e premio Nobel Desmond Tutu, dall’inviata statunitense Jendayi Frazer e dal capo di Stato del Ghana e presidente di turno dell’Unione Africana, John Kufuor. È attesa la visita di Kofi Annan, ma fino a questo momento gli sforzi per indurre le parti al dialogo sono stati vani.

Kibaki si dichiara pronto a ripetere le consultazioni nel caso una corte giudiziaria lo richiedesse e offre all’Odm la disponibilità a formare un governo di unità nazionale ma, dopo il rifiuto di Odinga, procede rapidamente a varare un nuovo esecutivo e, sebbene il suo Party of National Unity (Pnu) abbia preso solo 43 seggi sui 222 del Parlamento, contro i 99 dell’Odm, confida di controllare il processo legislativo attraverso accordi con le forze minori. Tuttavia l’Odm ha già segnato un clamoroso primo punto a proprio favore riuscendo a far passare il proprio candidato, Kenneth Marende Otiato, come speaker della nuova assemblea. Odinga seguita a dichiarare di non avere alcuna intenzione di aprire negoziati con Kibaki, se questi prima non riconoscerà il proprio torto e non farà pubblica ammenda.

Maggiore cautela
Tuttavia le ulteriori proteste indette dall’Odm nei giorni scorsi, nonostante nuovi gravi scontri, repressioni e vittime, appaiono assai più limitate nella loro dimensione nazionale che non le prime esplosioni: le aree interessate tornano ad essere quasi esclusivamente le basi originarie di consenso di Odinga e in particolare gli slum di Nairobi, mentre nel resto del paese si nota un certo declino nella vis contestativa: sembra insomma che il timore di rotture irreparabili stia facendosi strada anche all’interno del vasto elettorato Odm deluso e che, pur in modo ancora confuso, vada prevalendo l’idea dell’ineluttabilità di un percorso negoziale verso qualche forma di compromesso.

Se le voci di incipiente guerra civile alimentate dai media internazionali sono probabilmente esagerate, se le dimensioni degli scontri fazionali e intercomunitari – per quanto tragici in termini di vittime umane (stimate fra le 600 e le 1000 a seconda delle diverse fonti), di distruzioni materiali e di spostamenti forzosi di popolazione (fino a 260.000 sfollati secondo alcuni) – non sono assolutamente una novità nella storia recente del paese (basti ricordare gli oltre 5000 morti e i 320 mila profughi interni degli scontri interetnici del 1992 e 1993), tuttavia i disordini iniziati il 30 dicembre hanno senza alcun dubbio avuto come vittima politica fondamentale quella logica di “trasferimento regolare del potere” che fin dagli anni Novanta viene presentata in Africa come intrinseca conferma di successo nei processi di democratizzazione dello Stato. Sembrava che il Kenya avesse conseguito questo traguardo dopo il passaggio della leadership da Daniel Arap Moi (al potere per 24 anni) a Mwai Kibaki, nel 2002; ma alla successiva scadenza di mandato le parti in campo hanno fatto saltare le regole del gioco.

Scontri sanguinosi e accuse di brogli sono eventi ricorrenti nella storia recente delle elezioni generali in Kenya. Quelle del 1992 furono le prime consultazioni multipartitiche dopo un decennio di regime a partito unico imposto dal presidente Moi, divenuto capo dello Stato nel 1978 alla morte del grande leader anticoloniale e padre dell’indipendenza, Jomo Kenyatta. Le campagne elettorali furono segnate da livelli molto alti di violenza anche nel 1997 – allorché Moi venne confermato nel suo quinto mandato fra pesanti accuse di frode elettorale – e nel 2002, in preparazione delle consultazioni vinte da Mwai Kibaki con largo margine (62,3% dei suffragi). Fra l’altro, a meno di un mese dal voto, ebbero luogo sanguinosi attacchi di matrice islamista contro il turismo israeliano a Mombasa.

Per gli standard kenyani e a fronte di questi precedenti, la campagna elettorale che ha preceduto le recenti elezioni generali del 27 dicembre 2007 può essere definita meno violenta. Il dibattito elettorale si è incentrato su sicurezza, sanità, educazione, questioni di genere, ma specialmente fisco e distribuzione della ricchezza. Si tratta di temi politici di largo ascolto in un paese che, pur in presenza di una riuscita economica veramente notevole che ha caratterizzato il quinquennio trascorso e che, come riconoscono anche i critici più severi di Kibaki, è per larga parte riconducibile al successo delle sue politiche neo-liberiste – il presidente ha alle spalle anche una brillante carriera come economista – vede aumentare in maniera preoccupante i divari sociali, con fenomeni macroscopici di degrado della qualità della vita e di crescente insicurezza specialmente nei contesti urbani.

Mwai Kibaki è un veterano della politica kenyana: 76 anni, membro della generazione che lottò per l’indipendenza, ha occupato ripetutamente alti incarichi ministeriali sotto i suoi due predecessori, fin dal primo esecutivo dell’indipendenza, nel 1963. Il successo di una crescita economica interamente sostenuta dall’accorta gestione delle risorse e della fiscalità è stata senza dubbio la freccia principale nel suo arco durante la campagna elettorale, insieme al viatico, importantissimo, del sostegno da parte dell’ex presidente Moi e della famiglia Kenyatta.

Opposizione di lunga data
Raila Amolo Odinga è figlio di un celebre leader populista e capofila del movimento anticoloniale, Jaramogi Oginga Odinga, primo vice-presidente del Kenya, ma poi oppositore di Kenyatta e del suo successore da posizioni radicaleggianti. Raila ha proseguito la tradizione familiare di opposizione finendo coinvolto, nel 1982, in un colpo militare abortito contro Moi e passando successivi periodi di prigionia per un totale di 8 anni. Tuttavia dopo la rielezione di Moi nel 1997 entra in un patto ufficioso di sostegno al suo governo e quindi, nel 2002, appoggia Kibaki, ottenendo una posizione ministeriale. La rottura ha luogo nel 2005, allorché Odinga prende posizione contro una proposta di riforma costituzionale formulata da Kibaki.

Dopo anni di dibattito sull’ipotesi di diminuire i poteri della presidenza esecutiva, potenziando la figura del Primo ministro, la proposta governativa sceglie una soluzione estremamente moderata, conservando la sostanza del potere presidenziale, tuttavia la riforma viene bocciata da un referendum in cui prevale la linea dell’Odm, costituito per contrastare la bozza di riforma e di cui Odinga è uno dei fondatori.

Di impostazione e simpatie radical-socialiste, nel 2007 Odinga apre la sua campagna elettorale con una plateale conversione al credo della libera impresa, difendendo tuttavia le ragioni della tutela dei diritti delle componenti svantaggiate della società kenyana, in primo luogo le popolazioni pastorali e il sottoproletariato urbano. Nella prima parte della campagna l’ascesa di Odinga nei sondaggi è fenomenale, tanto da superare a settembre le posizioni consolidate del popolare presidente in carica. Tuttavia nei mesi successivi il leader Odm incappa in una serie di svarioni politici che determinano seri contraccolpi in termini di popolarità, ad esempio accusando la borsa di Nairobi di essere un centro di riciclaggio di denaro sporco, dichiarando di voler abolire le misure fiscali messe in atto da Kibaki e, infine, ammettendo di aver sottoscritto un accordo segreto con la comunità musulmana che contempla fra l’altro l’estensione delle competenze delle corti islamiche in materia di famiglia e diritto personale, dopo aver negato il fatto allorché le Chiese cristiane lo avevano denunciato evidenziandone l’inaccettabilità.

Al momento del voto, il vantaggio di Odinga si è molto ridotto e il quadro che si profila è quello di una sostanziale parità fra i due principali competitori: un’assoluta prima volta per il Kenya. L’equivalenza di forze complica ovviamente ogni possibilità di accordo successivo di “desistenza” o di alleanza mettendo in atto una pratica consolidata di ricomposizione degli equilibri di potere all’interno del gruppo dirigente nazionale – tutto sommato molto ristretto e reso omogeneo da una solida rete di rapporti personali e alleanze familiari. In questo caso la ricerca di un compromesso e l’elaborazione di un nuovo patto che soddisfi le parti comporta un processo assai più laborioso: i competitori dispiegano a tutto campo la forza delle proprie reti di sostegno e consenso, si impegnano in “bracci di ferro” estenuanti i cui protagonisti materiali, fuori dell’arena parlamentare, sono le rispettive constituencies “etniche” e regionali. Insomma affilano le armi in vista del confronto negoziale, che inevitabilmente dovrà seguire.

Ma il pericolo vero per il paese, per la sua stabilità, per la sua economia – fra l’altro tanto legata ad un settore delicato come quello del turismo internazionale – è che le parti nella contesa calcolino male i tempi di questo inevitabile passaggio dallo scontro al negoziato, lasciando che i fossati fra le comunità si approfondiscano e determinando spazi vuoti che potrebbero essere occupati da protagonisti – interni o esterni – con agende diverse e meno controllabili.