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Medio Oriente

Il problema di Gaza non sparirà

31 Gen 2008 - Akiva Eldar - Akiva Eldar

Molti israeliani, tra cui molti personaggi pubblici, hanno tratto soddisfazione da quanto è accaduto nei giorni scorsi alla frontiera meridionale tra Gaza ed Egitto. Sembrano ritenere che d’ora in poi l’Egitto dovrà non solo farsi carico della crisi umanitaria nell’area, ma anche bloccare i miliziani palestinesi che lanciano razzi sulle città israeliane. E, in effetti, gli egiziani sanno prendersi cura dei loro fanatici islamici meglio di Israele. La soddisfazione potrebbe, però, avere vita breve, ancora più breve di quella che seguì il ritiro unilaterale dell’estate del 2005.

Allora, infatti, si riteneva logico che, una volta ritirati i coloni e le basi militari da Gaza, qualcun altro si sarebbe fatto carico del milione e mezzo di palestinesi che vivono miserabilmente in una delle aree a maggiore densità di popolazione del mondo. Gli israeliani contavano che l’amministrazione palestinese avrebbe preso in gestione i servizi pubblici di Gaza; speravano che la polizia palestinese avrebbe imposto legge, ordine e sicurezza nella regione.

Il “disimpegno” che non c’è stato
Ma il colpo di Stato di Hamas a metà giugno dell’anno scorso e la stretta decisa da Israele per fare fronte a questo preoccupante sviluppo hanno riportato la patata bollente a Gerusalemme. È saltato fuori che, in base alle leggi internazionali, Israele non si è mai “disimpegnata” dall’effettivo controllo su Gaza e che, di conseguenza, non può sfuggire alla responsabilità connessa al benessere dei suoi residenti.

Un documento pubblicato dall’Ong israeliana di stampo liberal “Gisha” sostiene che malgrado la rimozione degli insediamenti e delle basi militari da Gaza, Israele continua a controllare la vita nella striscia come con una “mano invisibile”. I controlli riguardano le frontiere, lo spazio aereo, le acque territoriali, l’anagrafe, il sistema fiscale, le forniture di beni vari e la capacità dell’Autorità palestinese di funzionare realmente. Secondo il documento, “i residenti di Gaza sanno che la possibilità di utilizzare luce elettrica, comprare il latte o beneficiare della rimozione dei rifiuti dipende da decisioni prese in Israele”. Inoltre, di tanto in tanto i soldati israeliani continuano a pattugliare le strade di Gaza.

Hamas resta al centro
Il successo dei leader di Hamas nell’abbattere la barriera egiziana a Rafah non farà però sparire il conflitto tra Israele e Hamas. Nel caso peggiore, vi si aggiungerà un confronto tra Israele ed Egitto. Nel caso migliore, Il Cairo cercherà di trovare un’intesa tra il governo Hamas di Gaza e quello di Fatah a Ramallah, basato su un cessate il fuoco e una divisione del potere. Israele dovrà rendersi conto che la strategia corrente porta pochi frutti. Il lancio dei missili Qassam sta continuando, la politica di sanzioni a Gaza delude e Hamas si sta rafforzando politicamente, militarmente e diplomaticamente.

È piuttosto improbabile che si possa tornare alla situazione precedente allo sfondamento della frontiera egiziana. La nuova realtà potrebbe però girare a favore di Israele. Il governo di Gerusalemme potrebbe offrire ai palestinesi un accordo di cessate il fuoco che la leadership di Hamas ha finora perseguito con scarse fortune. Il successo nell’imporre l’apertura forzata della frontiera egiziana ne ha rafforzato le posizioni. Perciò, la preoccupazione che un cessate il fuoco possa rafforzare il regime di Hamas non ha più senso. Fino al momento in cui Gaza potrà essere inclusa in un futuro processo di pace, può valere la pena di tentare. Per ora, comunque, non sembrano esserci idee migliori da praticare.