IAI
Elezioni in Uzbekistan

Gli effetti del vuoto di potere nell’Asia post sovietica

9 Gen 2008 - Francesca Romana Lenzi - Francesca Romana Lenzi

La lunga serie di tornate elettorali del 2007 svoltesi nei paesi dell’ex Unione Sovietica e conclusasi con le presidenziali uzbeke del 23 dicembre, ha visto i regimi al potere riportare schiaccianti e prevedibili vittorie. Infatti, salvo i casi kirghiso e turkmeno, i presidenti delle Repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, insediati già prima o subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, hanno tutti ottenuto il rinnovo del proprio mandato.

Dubbi elettorali
Lo scorso 23 dicembre 2007, Karimov è stato confermato alla presidenza dell’Uzbekistan con l’88,1% delle preferenze. Ad ogni appuntamento con le urne, incluso quest’ultimo, le organizzazioni internazionali occidentali hanno fortemente criticato le condizioni di partecipazione democratica al processo elettorale che, a differenza della Georgia, a detta dell’Osce non soddisfa gli standard democratici minimi. ( Rapporto Osce/Odihr sulle elezioni uzbeke).

Cinonostante, Cina e Russia, partner commerciali dell’Uzbekistan nella Sco (Organizzazione di Shanghai per la cooperazione), plaudono Karimov e ritengono regolari le elezioni dello scorso dicembre, l’Ue allenta le sanzioni deliberate dopo la strage del 2005 e la partnership strategica con gli Usa, firmata sulla scia dell’11 settembre e congelata dopo la strage di Andijan nel 2005 e il ritiro delle truppe Usa da Karshi Kanabad, è pronta per essere rispolverata.

La “stabilitá” regionale e la lotta al terrorismo divengono obiettivi prioritari per il futuro dell’Uzbekistan e della regione centro asiatica, poiché punto d’incontro tra la realpolitik locale e la ricerca di garanzie dei partner internazionali di veder tutelati i propri interessi. Il sostegno alla ricostruzione, di conseguenza, diviene funzionale a queste priorità e per questo, forse, a Tbilisi i veri vincitori delle elezioni dello scorso 7 gennaio sono stati gli Stati Uniti ( Carlo Benedetti sulle elezioni in Georgia).

Aspettative deluse
Con il crollo del sistema sovietico, sull’esempio degli altri paesi del Patto di Varsavia, le Repubbliche centro asiatiche hanno realizzato una serie di riforme politico-istituzionali per uniformare i propri sistemi a quelli atlantici, divenendo così attrattive per il modello liberal-democratico in espansione. Tuttavia, a differenza di quanto avvenuto in precedenza, gli ultimi 15 anni hanno dimostrato la vacuità delle aspettative iniziali. La divergenza dagli obiettivi preposti è stata giustificata da queste Repubbliche con la necessità di una via nazionale alla democrazia (una democrazia “upravljanja”, guidata). Essa null’altro è che un paravento per regimi non completamente dittatoriali preoccupati di mantenere un dialogo con i sistemi democratici. Stragi come quella uzbeka di Andijan e gli scontati esiti elettorali, sono solo la punta dell’iceberg di un panorama regionale che resta caratterizzato da pratiche autoritarie, da magistrature corrotte e da violazioni quotidiane dei diritti umani.

Specificità uzbeka
Tutte le Repubbliche centro asiatiche condividono la complessità di sistemi socio-politici etnicamente e culturalmente multiformi, retti da regimi nati all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica. In questo panorama l’Uzbekistan, per centralità geografica e peso demografico, influenza la vita della regione, tendenze politiche incluse. Con la formazione dei kolkoz sovietici, lo Stato aveva potuto disporre di ingenti risorse economiche, radicandosi così in profondità fra la popolazione. Oggi quell’antico intreccio di interessi economici e potere politico si è riversato, senza sostanziali mutamenti, in una rete di clan regionali e l’elevato livello di interdipendenza fra tutte le classi privilegiate e le strutture statali costituisce la base di sostegno del presidente Islam Karimov. Così l’ex capo del partito comunista è stato rieletto più volte dal marzo 1990 e ha ottenuto, tramite svariati referendum, l’estensione del suo mandato sino al 2014.

Sin dai primi anni Novanta, la degenerazione in Tagikistan e il declino degli Stati limitrofi, effetto delle “terapie shock” neoliberali, hanno fornito una giustificazione al corso politico del Presidente uzbeko. In parallelo, Karimov ha consolidato il proprio regime attraverso la manipolazione storiografica e propagandistica del passato uzbeko. Con un’intensità a tratti totalitaria, è stata elaborata un’ideologia dell’“indipendenza nazionale”, sul modello sovietico, in lotta contro idee “aliene e distruttive”, giustificata in nome di un grande futuro realizzabile sotto la guida del leader.

Tuttavia, alla fine del secolo scorso, la forte crescita demografica, l’autarchia ed il contrasto con la Russia si sono tradotte in crisi. Il degrado economico ha dato forte impulso alla corruzione. Infine, si è incrinato l’equilibrio fra i principali clan del paese e, nelle aree di maggiore difficoltà sociale e demografica, l’Islam ha avuto forte presa sulla collettività, incrementando forme violente di protesta. Così i fatti di Andijan, sullo sfondo dell’anarchia kirghisa, hanno indicato come il regime di Karimov sia sempre più incline ad usare la violenza come risoluzione delle controversie politiche, sfruttando il tema della stabilità politica e delle minaccia islamista. La sicurezza è assurta a valore assoluto, il dibattito annullato; è cresciuta la volontà di controllo sulle organizzazioni non-governative, attraverso un vigoroso apparato centrale di pianificazione per resistere contemporaneamente alla penetrazione neo-liberista e all’apertura del sistema politico.

Di fronte a meccanismi di potere così strutturati le istituzioni formate su modelli occidentali risultano come strutture formali sovrapposte a dinamiche endogene. Lo dimostrano le elezioni uzbeke del 2005, a cui hanno potuto partecipare solo cinque partiti filo presidenziali; gli altri, di opposizione, come Erk e Birlik, sono stati esclusi. È ben visibile come in Uzbekistan i sopravvissuti “partiti democratici” siano nella realtà associazioni socioculturali, che sin dagli esordi sono intransigenti ed estremisti nei confronti dei regimi, favorendo così la propaganda di questi ultimi volta a bollarli come pericolosi per la stabilità.