IAI
Sicurezza internazionale

Dissuasione, primo uso e prevenzione

30 Gen 2008 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Un gruppo di alti ufficiali, che hanno ricoperto le più alte cariche di vertice nella Nato e nelle Forze Armate dei loro Paesi, ha pubblicato recentemente uno studio che vorrebbe essere la traccia di una nuova “grande strategia” per un mondo pieno di incertezze. L’analisi è interessante, ma non travolgente. Più o meno le stesse cose le hanno ormai esplorate, analizzate, scritte e pubblicate decine di analisti un po’ ovunque, in molti casi anche con maggiore profondità e precisione. Ma non era questo il problema centrale degli autori: essi intendevano soprattutto proporre un nuovo approccio politico-militare che servisse di ispirazione e di guida all’Alleanza Atlantica, alla vigilia del suo prossimo Vertice di Bucarest. L’iniziativa è tanto più tempestiva poiché la Nato (come del resto l’Unione Europea, e un po’ tutti i maggiori paesi alleati) è impegnata in una discussione sul come rinnovare ed aggiornare il suo “concetto strategico” alla luce dei molti avvenimenti e delle esperienze fatte in questi anni.

Lacune strategiche
Ma è proprio qui, purtroppo, che lo studio mostra le maggiori carenze. Di fronte all’incompiuto dramma iracheno, alle difficoltà che sta sperimentando la Nato in Afghanistan, alle molte problematiche irrisolte delle missioni di pace e di gestione delle crisi, ci si sarebbe aspettati un’analisi impietosa degli errori commessi e una serie di proposte per evitarli in futuro, e per uscire da quelli in cui siamo ancora impantanati. Su tutto questo invece abbiamo ben poco. Dopo un’analisi tutto sommato tradizionale delle minacce e dei rischi cui si deve far fronte e che spazia dal terrorismo alla Cina e dagli stati in crisi alla rinascita della Russia, solo tre modeste paginette sono dedicate alle esperienze fatte, e non sono neanche molto precise.

Come si fa, ad esempio, a dire (pagina 78) che le “nazioni occidentali sono entrate in operazioni nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq senza definire chiaramente i fini e gli obiettivi e senza avere alcun reale approccio strategico integrato e comune”, ignorando le enormi differenze politiche tra questi tre conflitti? Affermare che gran parte del problema dipende dall’egoismo burocratico e dalla miopia settoriale dei vari dipartimenti impegnati nelle operazioni è probabilmente vero, ma anche piuttosto riduttivo.

Grottesca è poi l’affermazione (pagina 79) che i nostri problemi deriverebbero dal fatto che i nostri avversari sarebbero “irrazionali”, almeno nei termini della nostra razionalità “occidentale”. Sarebbe patetico, se non fosse una grave distorsione della realtà, sostenere che i nostri avversari non si lasciano sconfiggere, come dovrebbero “razionalmente” fare, e anzi ci mettono in grave difficoltà, perché non sono intellettualmente “onesti”.

L’analisi contiene naturalmente anche molte altre osservazioni giuste e di buon senso. Ma la questione dell’irrazionalità degli avversari non è stata messa lì a caso: è purtroppo al centro del ragionamento strategico dei nostri neo-filosofi della guerra. Infatti essi finiscono per usare questa argomentazione per giustificare l’accettazione di una strategia di guerra preventiva (anche nucleare), così come ipotizzato dal Presidente George W. Bush nei documenti strategici da lui pubblicati.Come è noto, il governo americano ha “innovato” il vocabolario distinguendo tra azioni “pre-emptive” (noi potremmo tradurre con “anticipatrici”) e azioni preventive vere e proprie. Le prime sono giustificate dall’evidenza di un attacco che sta per avere luogo e che viene in tal modo bloccato o sconfitto. Le seconde invece sarebbero giustificate dalla conoscenza di piani d’attacco che non hanno ancora raggiunto la fase operativa, e si basano quindi su una lettura unilaterale delle intenzioni dell’avversario e sulle informazioni raccolte dai propri servizi. Di fatto questa seconda ipotesi è oggi considerata ingiustificata e illegale dal diritto internazionale, sia da quello consuetudinario che, a maggior ragione, da quello societario elaborato in ambito Onu.

La legalità internazionale
Il documento afferma in linea di principio sia la necessità del rispetto della legalità internazionale, sia quella dei diritti umani (nonché l’opportunità di un largo consenso nell’ambito quanto meno dell’Alleanza Atlantica). Tuttavia, per quel che riguarda la prevenzione, si limita ad osservare (pagina 98) che “la questione della legalità dell’uso preventivo della forza rimane ad oggi irrisolta”: è decisamente troppo poco.

Questa ambiguità è rafforzata dall’importanza attribuita alla necessità di “agire in modo asimmetrico”, ivi incluso il campo della strategia nucleare. La Nato ha sempre mantenuto fermo il principio del possibile “uso per primi” dell’arma nucleare in caso di guerra, considerando però tale strategia come un elemento necessario per l’eventuale ristabilimento di una dissuasione in crisi, e cioè per evitare, non per combattere, una guerra.

Gli estensori del documento invece sposano acriticamente la tesi avanzata dall’amministrazione Bush, secondo la quale la dissuasione non può funzionare contro nemici “irrazionali” quali sarebbero appunto i terroristi, gli stati canaglia o gli stati falliti. La cosa in realtà è ben lungi dall’essere provata. Al contrario, l’unica volta che si è applicata una strategia dissuasiva contro uno stato canaglia (l’Iraq di Saddam Hussein) essa ha avuto grande successo: come si è visto dopo l’invasione dell’Iraq, infatti, quel paese non aveva più né armi chimiche, né biologiche, né tanto meno nucleari, né le aveva usate contro Israele o contro gli alleati quando ancora le aveva, durante la prima guerra del Golfo. Non si capisce quindi perché la dissuasione non dovrebbe funzionare anche in altre occasioni.

Di più, sposando l’idea di una guerra non dissuasiva (anzi, potenzialmente preventiva), e collegando questa anche al possibile uso di armi nucleari, si compie un gigantesco balzo in avanti logico verso la banalizzazione di queste armi di distruzione di massa (e divengono risibili, in tale contesto, le osservazioni presenti nel documento stesso circa la necessità di limitare al massimo i “danni collaterali”).

È un vero peccato che questo documento si sia impantanato in una simile diatriba, che probabilmente finirà per mettere in secondo piano le molte conclusioni positive che esso contiene, in particolare nell’esame delle diverse fasi di una strategia di gestione delle crisi (primo: la riduzione delle cause di conflitto; secondo: la gestione dinamica della crisi; terzo: l’applicazione della forza; quarto: la stabilizzazione). Non è certo un caso se un giornale attento come “Le Monde” , nel presentare ai suoi lettori questo rapporto con ben tre articoli, li ha intitolati rispettivamente: “Riflessioni militari occidentali sull’uso preventivo dell’arma nucleare”, “Ripensare la logica della dissuasione” e “La prospettiva di un mondo senza armi nucleari si allontana”.

Purtroppo, ancora una volta, e malgrado il valore di questi autori, sembrerebbe confermato il vecchio adagio che “la guerra è cosa troppo seria per farla fare ai militari” o almeno per fargliela teorizzare.