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Africa

Alla ricerca di una soluzione internazionale per il Kenia

23 Gen 2008 - Mario Raffaelli - Mario Raffaelli

Le elezioni del 27 dicembre scorso avrebbero potuto rappresentare, per il Kenya, il passaggio finale del suo processo democratico, creando le condizioni per il consolidamento degli importanti risultati economici conseguiti negli ultimi anni e rafforzando l’immagine di affidabilità del paese. Al contrario, nel paese rischia di interrompersi traumaticamente il processo virtuoso iniziato dopo la sconfitta di Arap Moi, per tornare drammaticamente indietro di vent’anni.

Danni pesanti
I gravi incidenti scoppiati in seguito ai contestati risultati elettorali (più di 700 morti e 250.000 sfollati) sono l’elemento visibile di una tragedia che rischia di protrarsi con effetti pesanti anche sull’economia del paese e dell’intera regione. I prezzi dei generi di consumo e del carburante sono già più che triplicati, sia in Kenya che in alcuni paesi limitrofi; la stagione turistica è stata irrimediabilmente compromessa; la crescita del prodotto interno lordo (già calata, rispetto al 2006, dal 6,3 al 5,3 %) è destinata a scendere sotto la soglia del 5 per cento.

Anche qualora la crisi politica attuale potesse trovare una rapida soluzione, sarebbero comunque necessari tempi lunghi per recuperare i danni provocati. Basti ricordare che il settore industriale ha impiegato cinque anni per riprendersi dagli scontri legati al problema della terra nel 1997 e altrettanti sono stati necessari al settore turistico per superare il trauma degli attentati di Nairobi del 1998 e di Mombasa nel 2002.

A quasi un mese di distanza dall’inizio degli scontri, nulla fa pensare che la crisi possa essere rapidamente composta. Le posizioni delle due parti in causa, infatti, restano estremamente distanti ed è perfino difficile individuare i margini per un intervento da parte della comunità internazionale. L’intervento del presidente del Ghana Kufuor, fortemente richiesto dal leader dell’opposizione, Raila Odinga, è stato derubricato a qualcosa di meno dei “buoni uffici” dagli hardliner nello schieramento di Kibaki (per il Ministro della Giustizia, Kufuor era stato semplicemente invitato “a prendere una tazza di the”).

I paesi che si sono immediatamente mobilitati di fronte allo scoppio della crisi sono stati, comprensibilmente, il Regno Unito e gli Stati Uniti. Nel primo caso, la ragione è connessa al legame storico esistente e agli interessi connessi di varia natura. Nel secondo, all’importanza strategica del Kenya, partner essenziale nella lotta al terrorismo in un’area sempre più delicata come il Corno d’Africa.

Entrambi i paesi hanno immediatamente sostenuto, insieme al resto della comunità internazionale, la necessità di trovare un compromesso capace di “riflettere la volontà espressa dal popolo kenyota”. Questa richiesta si basa sulla consapevolezza che la serietà del processo elettorale è stata gravemente compromessa sia dal comportamento della Commissione centrale a ciò preposta, che dalle modalità nella proclamazione del Presidente.

Il parere di tutti gli osservatori esterni (Unione Europea, Commenwealth, East Africa Community) è stato unanime, infatti, nel registrare irregolarità e brogli nel conteggio dei voti e nel definire le elezioni “al di sotto dello standard internazionalmente accettato”. Per di più, lo stesso presidente della Commissione elettorale, dopo essersi affrettato a dichiarare unilateralmente i risultati che determinavano la rielezione di Kibaki alla Presidenza, non ha trovato di meglio che dichiarare di averlo fatto “sotto forte pressione dei rappresentanti del Pnu e dell’Odm-Kenya (il partito del nuovo Vice Presidente Musioka)” e di non essere in realtà sicuro della genuinità di tale verdetto.

Vittoria indiscutibile
Al di là di queste formali contestazioni, c’è un dato politico incontrovertibile. L’Odm di Odinga ha indiscutibilmente vinto sia le elezioni parlamentari (è riuscita a eleggere un proprio rappresentante come speaker del Parlamento), sia quelle locali. L’Odm, infatti, è maggioranza assoluta in sei delle otto regioni del Kenya e controllerà i municipi delle maggiori città, come Nairobi (36 consiglieri su 56) e Mombasa (32 consiglieri su 34). Questi risultati dal significato politico inequivocabile (20 ministri del Governo in carica sono stati sconfitti nelle loro circoscrizioni), il cui divario con l’esito delle elezioni presidenziali è difficilmente spiegabile, costituiscono una realtà che il Governo può cercare di ignorare, utilizzando gli strumenti inerenti ai poteri presidenziali (ivi compresi quelli repressivi), ma solo a prezzo di lacerazioni profonde.

Il problema di un bilanciamento nei poteri istituzionali era, infatti, alla base dell’accordo nella coalizione “Arcobaleno” che portò al potere il Presidente Kibaki, e il mancato trasferimento di tale accordo nel draft per la nuova Costituzione ha portato alla rottura della coalizione e alla nascita del movimento “Orange” nel referendum che bocciò la proposta costituzionale (sostenuta, invece, dal Presidente).

Questo problema è destinato a diventare drammatico se la crisi attuale non troverà un accomodamento, assumendo sempre più i contorni di un problema etnico-tribale. Sono certo esagerazioni quelle che hanno portato numerosi giornalisti a parlare di un “pericolo Rwanda” ma, altrettanto certamente, il rischio di un conflitto etnico è tutt’altro che marginale.

La disputa di oggi, infatti, affonda le sue radici nel logoramento dei rapporti fra Jomo Kenyatta e il suo Vice Presidente, Jaramogi Oginga Odinga (padre dell’attuale contendente di Kibaki), a metà degli anni ‘60, un contrasto che, pur non producendo allora un confronto sanguinoso, determinò la rottura dell’alleanza pre-indipendenza fra le due maggiori comunità del Kenya, quella Kikuyu e quella Luo.

Da quel momento le relazioni fra i due gruppi si sono deteriorate progressivamente attraverso vicende alterne (Raila Odinga ha passato alcuni anni in carcere con l’accusa di aver tentato un colpo di Stato) e, ciclicamente, episodi di violenza (alla fine degli anni ‘70 e all’inizio di quelli ‘80). Nel frattempo, è cresciuta progressivamente nel paese anche l’ostilità verso i Kikuyu accusati di monopolizzare, attraverso il controllo dello Stato, tutte le risorse, pubbliche e private. Tutto ciò in un contesto in cui la popolazione è aumentata in maniera vertiginosa e il tasso di alfabetizzazione, raggiungendo il 75% (uno dei più alti in Africa), ha creato aspettative crescenti rimaste senza risposta.

La tematica etnica in Kenya è, quindi, intimamente intrecciata a quella economica o, se si vuole, “di classe”. Per questo, la miscela può diventare esplosiva, come dimostra il ciclo di violenze che si è aperto nelle aree di frizione fra i Kikuyu e altre etnie (i Luo, in particolare, ma anche i Masai e i Kalenjin). Il rischio, quindi, non è tanto quello di arrivare a un nuovo Rwanda quanto, non meno drammaticamente, a una versione kenyota dei problemi esplosi a suo tempo in Costa d’Avorio o della frattura nigeriana fra il Nord e il Sud.

Impegno internazionale
La comunità internazionale deve impegnarsi a fondo per evitare un simile esito che sarebbe drammatico non solo per la popolazione kenyota, ma per tutta l’Africa. La soluzione non sarà affatto facile, ma possono essere ipotizzate proposte che, superando le rigidità attuali delle due parti (una che chiede di rivotare immediatamente, l’altra che offre solo una integrazione marginale e subalterna nel quadro di potere esistente), diano una risposta ragionevole al problema del “power sharing”.

Una di queste proposte potrebbe essere l’accordo su un emendamento costituzionale, da approvare in via preliminare come anticipo della riforma generale, per istituire la figura del Primo Ministro con poteri reali e dare vita, quindi, a un Governo di transizione con la presenza di entrambi gli schieramenti. Una volta esaurita la fase di riforma costituzionale complessiva (che comporterà tempi medi), il paese potrebbe tornare alle elezioni in un quadro istituzionale diverso e più garantito.

In questi giorni il team africano, guidato da Kofi Annan, sta iniziando il suo lavoro. Bisogna augurarsi che riesca nel compito. Altrimenti assisteremo al tragico paradosso di un paese, il Kenya, che dopo essersi segnalato come sede di importanti processi di pace, potrebbe diventare, a sua volta, un caso di disordine e destabilizzazione, con effetti devastanti su tutta l’Africa.