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Difesa in Europa

26 torrenti non fanno un grande fiume: i bilanci della difesa europea

9 Gen 2008 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

Il 19 dicembre scorso l’Agenzia Europea Difesa (Eda) ha reso pubbliche le sue elaborazioni relative alla spesa per la difesa nell’anno 2006 dei paesi europei, nonché un confronto dei dati aggregati rispetto agli Stati Uniti.Da questi dati emerge in modo evidente che la funzione di produzione di sicurezza europea risulta sottocapitalizzata e riflette le consuetudini della Guerra Fredda: vi è un eccesso diffuso di personale in armi che risponde spesso anche a logiche perverse di spesa pubblica di natura assistenziale o clientelare, assolutamente non necessaria per il tipo di difesa richiesta oggi.

All’interno della situazione europea vi sono realtà nazionali assai differenziate, rispondenti a modelli di riferimento radicati storicamente, difficili da cambiare. I paesi più virtuosi (Regno Unito, Francia, Svezia) dovrebbero essere presi a modello, sebbene anch’essi non siano esenti da storture e suscettibili di miglioramenti.

L’eccessiva disparità di forze e di tipologia d’impiego delle risorse rispetto agli Stati Uniti rende impossibile una collaborazione equilibrata nel lungo periodo e pone in serio pericolo la credibilità di una base tecnologica ed industriale della difesa in Europa. Pertanto questo gap andrebbe ridotto in termini relativi, agendo sulle categorie di spesa.

I singoli paesi europei possono solo marginalmente migliorare la situazione complessiva, grazie a politiche di spesa più accorte, ma raggiungeranno risultati decisivi solo coalizzandosi e rendendo l’operazione di addizione dei rispettivi bilanci nazionali non più una finzione, ma una realtà politica.

Le istituzioni europee devono servire da catalizzatore di questa unione progressiva, secondo un modello di messa in comune delle capacità (pooling) e specializzazione su scala europea.

Nel caso italiano poi, di fronte all’incapacità da lungo sperimentata di modificare radicalmente il modello di difesa in favore di forze relativamente ridotte, ma altamente proiettabili e quindi adeguatamente capitalizzate, l’unica soluzione rimasta è proprio quella europea: rendersi promotori di un processo di unificazione progressiva delle politiche e degli assetti di difesa europei, vincolando le proprie risorse a tale fine.

Il contesto europeo
In genere, sembra esservi una sovrastima della spesa reale per la difesa dei paesi europei; ciò è tipico del “gioco delle parti” compiuto dai governi, i quali tendono a presentare ai legislatori nazionali spese per la difesa contenute, per poi “gonfiarle” contabilmente il più possibile in sede internazionale, per poter sostenere di accollarsi una fetta rilevante del “fardello” collettivo ed evitare così di apparire come “free rider”.

Anche questo esercizio infatti è lontano dall’aver risolto i difetti che affliggono basi di dati analoghe, quali quelle raccolte in sede Nato o da organismi terzi quali il Military Bilance dell’Iiss di Londra. Manca ancora un metodologia comune che consenta di omogeneizzare i dati provenienti da ventisei bilanci nazionali diversi e li renda effettivamente utili per supportare una seria analisi dell’effettivo impiego di risorse per la produzione di sicurezza e difesa in Europa.

Basti pensare all’inclusione delle pensioni ai militari (nel caso di Francia, Germania e Italia), all’inclusione di spese e del personale per forze di gendarmeria che svolgono essenzialmente funzioni di ordine pubblico, come la Gendarmerie in Francia e i Carabinieri in Italia, eccetera.

Secondo l’EDA, i paesi europei nel 2006 hanno speso complessivamente 201 miliardi di euro, di cui quasi i tre quarti (148 miliardi) dati dalla somma dei primi quattro paesi (Regno Unito, Francia, Germania, Italia). In realtà il contributo francese (indicato in 43,5 miliardi) è sovrastimato di una decina di miliardi, al pari di quello italiano (26,6 miliardi contro uno “reale” di circa 15 miliardi), mentre quello tedesco (30,4 miliardi) è incrementato di circa 6 miliardi, il tutto principalmente a causa dell’inclusione delle pensioni e delle forze di gendarmeria.

Regno Unito e Francia comunque fanno categoria a parte (i dati includono anche la spesa per il mantenimento dei rispettivi arsenali nucleari), avvicinate solo dalla Germania, che pure spende in funzione del Pil risorse relativamente esigue.

In ogni caso, l’Eda stima la spesa complessiva all’1,78% del Pil europeo, pari ad una spesa media pro capite di 412 euro.

I dati più interessanti emergono però dalla suddivisione delle spese in categorie funzionali (Personale, Operazioni, Investimento e Ricerca).

Si conferma in modo clamoroso quanto la funzione di produzione del bene difesa in Europa sia significativamente ”labour intensive”.

Il personale in uniforme è indicato il 1.940.000 unità (anche qui vi è una certa sovrastima causata dall’inclusione di forze di gendarmeria, che sballano completamente il dato italiano e francese), mentre quello civile dipendente dalla difesa si attesta a 485.00 unità.

Secondo l’Eda, di questi quasi 2 milioni di soldati, solo 98.000 sono stati in media schierati all’estero nel corso del 2006 e solo 378.000 forze di terra sono proiettabili al di fuori dei territori nazionali, di cui solo 101.00 sono sostenibili nel tempo contemporaneamente.

Considerando che la difesa territoriale statica non rappresenta più il principale impiego delle forze armate europee, mentre cresce esponenzialmente la richiesta per interventi all’estero ben al di là dell’orizzonte geografico europeo, non si può non rilevare come il processo di transizione verso la mobilità avviato oltre 10 anni fa non possa ancora dirsi compiuto.

Il costo del personale assorbe 110 miliardi di euro (55% in media), raggiungendo picchi di quasi l’80% in diversi paesi fra cui Italia e Grecia, per ridursi al 40% nel Regno Unito e al 55% in Francia.

La spesa per le operazioni e l’esercizio raggiunge i 43 miliardi di euro (di cui oltre un terzo inglese, cui si aggiungono quasi 8 miliardi francesi).

La spesa collettiva per gli equipaggiamenti ammonta a 29 miliardi di euro, di cui 7,5 inglesi 6,3 francesi 3,7 tedeschi 2,3 spagnoli e 2,1 italiani, mentre la spesa per ricerca e sviluppo si attesta a 9,7 miliardi di euro, di cui 4 inglesi 3,8 francesi e 1 tedeschi.

In sostanza, la spesa per investimenti collettiva raggiunge una media del 19,4% del totale, ma con significative differenze fra paesi: è pari al 23,2% in Francia, al 24,4% nel Regno Unito, al 33,2% in Svezia, ma solo al 15,6% in Germania e all’8,8% in Italia, uno dei valori più bassi in assoluto.

La capitalizzazione media per soldato è di 22.300 euro, ma raggiunge picchi di 79.400 euro in Svezia, 65.000 in Gran Bretagna, 38.500 in Francia, mentre la Germania si attesta sotto la media con 19.300 euro e l’Italia supera a mala pena la metà della media con 11.600 euro.

La comparazione con gli Usa
L’analisi comparativa con gli Stati Uniti è particolarmente impietosa. Nonostante i problemi relativi al tasso di cambio con il Dollaro finiscano per sottostimare la spesa americana, nel 2006 gli Usa hanno speso per la difesa l’equivalente di 491 miliardi di euro, pari al 4,7% del Pil (contro il ricordato 1,8% collettivo europeo); la spesa pro capite per la difesa è il quadruplo di quella europea (1.640 euro contro 412).

Ma al di là dei dati macro, il confronto per categorie di spesa è ancora più interessante e significativo. Il personale in uniforme non raggiunge infatti 1,4 milioni (mezzo milione in meno rispetto alla somma europea), mentre quello civile si attesta a 700.000 uomini; la spesa difesa per soldato è 3,5 volte quella europea (354.900 euro contro 103.600), mentre la spesa per investimento per soldato è il quintuplo (102.500 contro 20.000).

La spesa per il personale è pari a 100 miliardi di euro (-10 miliardi rispetto a quella europea), mente quella per operazioni ed esercizio è quadrupla (169 miliardi), quella per equipaggiamenti quasi tripla (83 miliardi) e quella per ricerca e sviluppo moltiplicata per un fattore 6 (58 miliardi). In percentuale sul totale, la spesa Usa per il personale è del 20% (il 55% in Europa), quella d’esercizio 35% (21,6% in Europa) e l’investimento raggiunge il 29% (19,4% in Europa).

In compenso, in media nel corso del 2006 vi sono state 200.000 truppe americane impegnate in missioni all’estero, pari al 14% del totale, contro le 98.000 europee (pari al 5% del totale).Sebbene si debba ricordare come gli obiettivi e le ambizioni di politica estera (e di difesa in particolare) degli Stati Uniti siano incomparabilmente più elevati della somma di quelli europei, la disparità appare evidente e, ponendosi nell’ottica dei paesi che ambiscono ad una equilibrata cooperazione transatlantica in materia di sicurezza e difesa, insostenibile.

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