IAI
Unione europea

L’Italia, i Tre Grandi e il Trattato di Lisbona

10 Dic 2007 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Si rifirma. Dopo il fallito Trattato costituzionale è ora la volta del Trattato di riforma: i capi di Stato e di Governo lo sottoscriveranno solennemente il 13 dicembre a Lisbona, per poi consegnarlo al calvario delle ratifiche nazionali. Quello che ingiustamente si chiamerà Trattato di Lisbona (sarebbe stato più appropriato chiamarlo di Berlino, visto il ruolo decisivo giocato da Angela Merkel) non è poi tanto diverso da quello Costituzionale. In sintesi, vi sono in più alcune dichiarazioni che ribadiscono il ruolo primario giocato dagli Stati nazionali, in meno dei simboli sopranazionali e il richiamo alla superiorità del diritto comunitario, ma nel complesso la struttura portante è quella firmata a Roma poco più di tre anni fa.

Un’Unione diversa
Tuttavia ci si rende conto che, anche nel caso di ratifica unanime di questo testo, l’Unione europea che ne uscirà non sarà più quella che abbiamo conosciuto in questi decenni: il suo volto, a 27 Stati membri, non avrà più il carattere complessivamente unitario fino ad ora mostrato. Già oggi esistono numerosi opting out e cooperazioni rafforzate, l’Euro e Schengen fra tutte; il nuovo Trattato le estende in modo quasi parossistico, soprattutto nel campo della sicurezza e difesa, dove si contano cooperazioni rafforzate, strutturate e flessibilità di vario tipo, sulla base del criterio guida dei paesi “willing and able”. Ciò che più preoccupa, tuttavia, è che le difficoltà politiche e procedurali a mettere in pratica tali meccanismi di cooperazione a geometria variabile, finiscano per favorire accordi extra-trattato fra i governi non solo più “willing”, ma anche più “able”.

L’Italia, l’incubo dei Tre Grandi e i loro limiti
Per il nostro paese, in particolare, che spesso deve arrancare per dimostrarsi “able”, si profila ancora più netto l’incubo del triumvirato Germania, Francia e Gran Bretagna, che già in questi ultimi anni ha creato non pochi imbarazzi ai nostri Governi, di qualsiasi colore fossero. L’Italia, in effetti, ha sempre vissuto come dramma nazionale la sindrome dell’esclusione, dalla nascita del Vertice dei Sette (inizialmente a Cinque) al recentissimo Trattato di Pruem sulla cooperazione fra polizie. Ma sui Tre Grandi è forse bene non farsi prendere da isterismi prematuri e valutarli per quello che realmente valgono. Vi sono almeno tre buone ragioni per non sopravvalutarne il ruolo.

La prima è che i Tre non hanno mai saputo o potuto portare a termine le loro iniziative, un po’ per le resistenze che hanno suscitato all’interno dell’Ue, un po’ perché, al di là di fatti contingenti, i loro interessi non sempre coincidono. Neppure nei confronti dell’Iran, i Tre più Uno (Solana) sono riusciti ad ottenere risultati positivi. Ed il resto, come la recente lettera di allarme sulla crisi dei subprime, ha lasciato scarse tracce. Soprattutto sugli obiettivi di fondo dell’integrazione europea i Tre non concordano ed essi non rappresentano davvero una replica del vecchio ed efficace tandem franco-tedesco, che tanti benefici ha portato all’Ue.

La seconda ragione è che, come abbiamo visto, le regole per agire in gruppi limitati di Paesi sono previste dallo stesso Trattato di Lisbona: soprattutto nel campo della sicurezza è possibile per i willing and able condurre missioni, anche militari, in numero ristretto e in nome dell’intera Unione. Basta avere la volontà politica di attivare le necessarie procedure, per quanto complicate esse possano apparire.

E, infine, le nuove figure del Presidente del Consiglio Europeo, eletto per due anni e mezzo (rinnovabili) e quella potentissima dell’Alto Rappresentante, allo stesso tempo Presidente del Consiglio esteri e Vicepresidente della Commissione, cercheranno di imporre il proprio ruolo senza farsi anticipare dal Trio dei Grandi, anche se ne cercheranno il sostegno politico.

I compiti dell’Italia
Tutto semplice quindi per l’Italia? Ovviamente no. A parte il fatto che il nuovo Trattato dovrà prima di tutto diventare operativo, cioè ratificato all’unanimità dai 27 Stati membri, con i rischi normalmente connessi a tale processo, l’atteggiamento del nostro paese non dovrà mai essere passivo. L’Italia, in altre parole, non potrà in ogni caso sfuggire al compito di migliorare la propria “capacità” nazionale: dovrà perfezionare il coordinamento a livello di Governo, rendere più efficace ed europea la nostra amministrazione, orientare il bilancio nazionale in chiave europea, a cominciare dalle spese nel campo della difesa. La nuova Europa che sortirà dal Trattato di Lisbona richiederà infatti maggiore capacità di partecipazione di quella che ci lasciamo alle spalle. Ma soprattutto, affinché l’incubo dei Tre Grandi non si materializzi, occorre anche capacità di iniziativa: proporre cioè cooperazioni rafforzate e politiche nei settori di prioritario interesse per l’Italia, dall’immigrazione alle missioni di pace nei Balcani e Vicino Oriente. È bene quindi ricordarsi del significativo titolo di un libro di Altiero Spinelli, “l’Europa non cade dal cielo”, ed adottarlo come viatico alla nostra azione quotidiana nell’Europa che verrà.