IAI
Congresso Usa

Iraq: Bush ottiene i fondi per continuare la guerra

19 Dic 2007 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Al termine di un altro trimestre di serrata battaglia parlamentare, i repubblicani e l’amministrazione Bush hanno ottenuto dal Congresso il finanziamento della guerra in Iraq senza subire vincoli temporali per il ritiro delle truppe. È stato così nuovamente respinto il tentativo dei democratici di porre le basi per un disimpegno dall’Iraq.

Finanziamento delle truppe senza calendario di ritiro
Martedì 18 dicembre il Senato ha approvato, con 70 voti favorevoli e 25 contrari, un emendamento alla legge di bilancio federale con cui vengono stanziati 70 miliardi di dollari per le truppe in Iraq, senza indicare date per il loro ritiro. Hanno votato a favore del provvedimento tutti gli eletti repubblicani tranne uno, e a loro si sono uniti l’indipendente Joe Liebermann e 21 senatori democratici su 49. La legge di spesa, comprendente diversi bilanci di agenzie federali, è stata poi varata con 76 voti favorevoli e 17 contrari. Due giorni prima la Camera aveva approvato un analogo disegno di legge che prevedeva 31 miliardi di dollari per la guerra in Afghanistan. Ci si aspetta ora che la Camera ratifichi il testo emendato dal Senato senza ulteriori cambiamenti prima della chiusura natalizia.

Contestualmente all’approvazione della legge di finanziamento della guerra, i democratici hanno presentato anche una risoluzione non vincolante che chiedeva un ridimensionamento della missione in Iraq, ma la loro proposta è stata respinta con 50 voti contrari e 45 a favore.

L’effetto del rapporto Petraeus
Il braccio di ferro in Congresso tra repubblicani e democratici sulla guerra in Iraq è in atto dalla vittoria democratica nelle elezioni legislative di medio termine del novembre 2006. Un punto di svolta è stata la presentazione nel settembre scorso del rapporto del generale David Petraeus, capo delle forze militari americane in Iraq. Come sottolineato in uno studio dell’Istituto Affari Internazionali Il conflitto in Iraq – Prospettive da Washington, il rapporto Petraeus, anche grazie alla reputazione di cui gode il suo autore, ha contribuito in maniera decisiva ad allentare la pressione sulla Casa Bianca per un ritiro delle truppe. Il giudizio sostanzialmente positivo di Petraeus sulla strategia del surge – l’invio temporaneo a Baghdad di 30.000 rinforzi deciso da Bush a gennaio – ha spinto infatti diversi parlamentari repubblicani precedentemente critici sulla strategia presidenziale a riconsiderare le proprie posizioni. Inoltre, seguendo le raccomandazioni di Petraeus, l’amministrazione ha adottato un criterio generale per determinare il graduale ritiro di parte delle truppe presenti in Iraq, il cosiddetto “return on success”, in base al quale i soldati americani potranno tornare in patria man mano che migliorerà la sicurezza, e a condizione che ciò non metta a repentaglio i progressi compiuti nel frattempo. In applicazione di tale principio, è previsto il ritiro di una brigata dell’esercito (circa 5.700 soldati) entro la fine di dicembre, e la riduzione entro luglio del 2008 del numero delle brigate in Iraq da 20 a 15, riportando quindi il numero di soldati in Iraq ai livelli precedenti il surge. Prima di ulteriori decisioni sui passi successivi, a marzo 2008 Petraeus e l’ambasciatore Usa in Iraq Crocker dovranno di nuovo riferire al Congresso sulla situazione irachena.

I democratici dal canto loro hanno contestato le valutazioni del generale, sostenendo da un lato che i dati sono troppo confusi perché se ne possano trarre conclusioni attendibili, dall’altro che non c’è stato alcun concreto passo avanti nel processo di riconciliazione nazionale iracheno. I democratici hanno inoltre criticato duramente l’amministrazione per il rifiuto di fissare limiti temporali certi alla campagna in Iraq, esprimendo la preoccupazione che l’impegno militare possa protrarsi per molti anni ancora, prospettiva avversata dalla maggioranza degli americani.

Come sottolinea lo studio dello Iai, un altro importante punto di svolta nel braccio di ferro tra repubblicani e democratici in Congresso si è avuto a metà novembre, in occasione della discussione della legge di rifinanziamento delle missioni militari in Iraq e Afghanistan. I democratici hanno provato ad inserire nel provvedimento che stanziava i fondi l’obbligo di iniziare subito il ritiro delle truppe dal teatro iracheno, ma non sono riusciti a superare l’ostruzionismo (filibustering) repubblicano in Senato. Nella camera alta infatti l’opposizione può prolungare all’infinito il dibattito su un disegno di legge, a meno che 60 senatori su 100 non chiedano di metterlo ai voti. Anche questa volta i democratici non sono riusciti a raccogliere i 60 voti necessari e così l’opposizione repubblicana è riuscita a bloccare la legge, come avvenuto negli ultimi mesi con tutte le proposte dei democratici che, direttamente o indirettamente, ponevano dei vincoli temporali alla presenza delle forze armate americane in Iraq.

La sconfitta dei democratici
Dopo il tentativo di novembre, i democratici avevano ripetutamente affermato che non avrebbero approvato altri stanziamenti per la guerra in Iraq finché non fosse stato stabilito un calendario preciso per il ritiro delle truppe. I repubblicani dal canto loro hanno utilizzato i segnali di un miglioramento della situazione della sicurezza in Iraq per sostenere la loro opposizione alle richieste democratiche. Inoltre, hanno accusato i democratici di voler imporre limitazioni indebite alla conduzione della guerra, che è invece, sottolineano i repubblicani, prerogativa esclusiva del presidente.

Poiché i repubblicani avevano bloccato anche le leggi di bilancio necessarie alle varie agenzie governative, i democratici hanno deciso di preparare un disegno di legge complessivo che finanziasse tutto il bilancio federale comprese le missioni militari. La mancata approvazione delle leggi di finanziamento avrebbe infatti rischiato di trasmettere all’opinione pubblica una pessima immagine del Congresso a guida democratica, e d’altra parte l’amministrazione aveva minacciato di porre il veto a qualsivoglia provvedimento che ponesse vincoli sulla presenza delle truppe.

Stretti tra l’impossibilità di convincere i senatori repubblicani a sconfessare la strategia di Bush e l’esigenza di approvare le leggi di bilancio federale, i democratici alla fine hanno ceduto alle richieste dell’amministrazione. Per evitare di prendere posizione, i candidati alle primarie democratiche Hillary Clinton e Barack Obama non hanno partecipato a quest’ultimo voto sul finanziamento della guerra in Iraq. Resta il fatto che il partito democratico ha subito una nuova pesante sconfitta su un tema, quello della guerra in Iraq, che su cui aveva impostato la vittoriosa campagna elettorale del 2006 e che resta al centro delle preoccupazioni dei suoi iscritti ed elettori.