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Difesa

Il motore europeo spinge la “macchina Italia”

18 Dic 2007 - Michele Nones - Michele Nones

Il 5 dicembre la Commissione Europea ha adottato il cosiddetto Defence Package, formato da due proposte di Direttiva sulle procedure di acquisto di beni e servizi nel campo della difesa e della sicurezza e sulla semplificazione dei controlli sui trasferimenti intra-comunitari di prodotti militari e da una Comunicazione sul settore della difesa.

La prima Direttiva è stata oggetto di un lungo confronto con gli Stati membri e ha portato ad un ragionevole compromesso fra l’esigenza di aprire alla competizione i mercati nazionali della difesa e quella di salvaguardare le attività strategiche tecnologiche e industriali dei maggiori paesi europei. Alla base di questa soluzione vi è stato, da parte della Commissione, il riconoscimento della specificità del mercato della difesa e una gestione specialistica dell’intero processo che ha evitato inutili incomprensioni. L’iniziativa è stata, quindi, accolta con una generale soddisfazione e il percorso della sua approvazione da parte del Parlamento Europeo e del Consiglio non dovrebbe incontrare eccessivi ostacoli.

La seconda Direttiva ha conosciuto, invece, un cammino travagliato. Gestita dalla Commissione in modo spesso approssimativo e sulla base di una limitata comprensione delle caratteristiche dell’interscambio dei prodotti militari, ha visto via via prospettare soluzioni diverse che non hanno consentito un’evoluzione condivisa delle proposte fra la Commissione e i principali paesi europei produttori di equipaggiamenti militari. Il culmine si è avuto con la decisione presa solo un mese fa, dopo più di tre anni di discussioni, di predisporre una Direttiva anziché un Regolamento. Il tutto senza informare né formalmente né informalmente gli Stati membri ai quali era, invece, stata sempre prospettata l’ipotesi di un Regolamento.

Una nuova Torre di Babele
La differenza non è di poco conto: mentre un Regolamento si sarebbe sovrapposto alle normative nazionali unificando le procedure, la Direttiva dovrà essere recepita negli ordinamenti nazionali e potrà convivere con norme e procedure degli Stati membri a condizione che non ne contraddicano l’impostazione e i contenuti. Il risultato sarà l’ennesima Torre di Babele europea che sicuramente ne ridurrà gli effetti sul processo di integrazione del mercato europeo della difesa. Basti pensare alle difficoltà che incontreranno le Tdc-Transnational Defence Companies che sono presenti in più paesi e che rischieranno di dover sottostare a procedure e normative nazionali simili, ma non identiche. Questa impostazione potrebbe, per altro, rendere più problematica la sua approvazione definitiva.

Una volta che le due Direttive entreranno in vigore – fra circa un anno a meno che Parlamento e Consiglio non cedano alle sirene degli egoismi nazionali – per l’Italia l’impegno sarà triplice e richiederà un forte impegno del Governo e dell’Amministrazione: anche noi dovremo “europeizzare” la normativa nazionale, ma, in più, dovremo adottare un’impostazione molto lontana dalle nostre tradizioni (anche perché in parte stiamo utilizzando regole vecchie che non sono state adeguate ai cambiamenti intervenuti) e dovremo farle applicare da un apparato statale che non è stato né selezionato né preparato per operare su queste nuove basi.

Nel campo degli acquisti la nuova Direttiva europea imporrà di introdurre un po’ di competizione per lo meno a livello europeo. Fermo restando che i grandi sistemi di difesa sviluppati attraverso la collaborazione intergovernativa (come l’Eurofighter) potranno continuare a essere decisi e supportati dai Governi, negli acquisti ordinari si ridurranno le possibilità di favorire l’industria nazionale. Se fino ad ora il grado di libertà negli acquisti militari è stato molto alto, da adesso in poi i vincoli diventeranno sempre più stringenti. E se si vorrà davvero acquisire un certo prodotto le motivazioni dovranno essere valide e trasparenti, così come l’iter procedurale. Quello che in passato avveniva dietro le quinte “nazionali”, dovrà avvenire sotto gli occhi di tutti sul palcoscenico “europeo”.

Potranno essere salvaguardate le attività strategiche chiave (col relativo onere della prova), ma già qui il nostro sistema politico e amministrativo rischia di andare in crisi perché non è attualmente definito sul piano istituzionale e procedurale chi, quando e come dovrà prendere simili decisioni. Il rischio è, quindi, che la competizione entri nel nostro mercato non come un salutare ricambio di acque un po’ stantie, ma come un’onda di piena che può travolgere tutto.

Mercato integrato
Per quanto riguarda l’interscambio, la nuova Direttiva europea punta a integrare i 27 mercati nazionali in un unico mercato continentale. Di fatto verranno finalmente alleggerite, se non proprio abolite, le frontiere interne intra-comunitarie. Col tempo si potrà trasferire un componente militare da un paese all’altro sottoponendolo a controlli analoghi a quelli esercitati a livello nazionale per ragioni di sicurezza. Va, però, sottolineato che questo cambiamento non coinvolgerà le esportazioni a paesi non europei, perché queste rientrano nella politica europea di sicurezza e difesa (il cui sviluppo richiederà una coesione politica oggi ancora lontana).

Il quadro regolamentare europeo si basa su alcuni principi per noi innovativi: la “certificazione” delle imprese autorizzate a operare sulla base di licenze di carattere generale e il controllo operativo delle attività svolte. Fino ad ora le nostre procedure mettono più o meno tutti i paesi sullo stesso piano e le autorizzazioni vengono rilasciate caso per caso, con una forte attenzione per i controlli formali preventivi e molto meno per quelli sostanziali successivi. Come in tutta la nostra attività burocratica, l’importante è che le “carte siano in regola” (anche a tutela dei responsabili dei procedimenti)! In futuro bisognerà valutare l’affidabilità delle imprese e della loro organizzazione e bisognerà verificarne i comportamenti tramite ispezioni fatte in una logica collaborativa (per migliorare il funzionamento del nuovo sistema) e non repressiva (unico e poco utilizzabile strumento oggi disponibile).

Un’ulteriore difficoltà italiana è legata al personale civile e militare che dovrà gestire le nuove regole. Su di esso si è colpevolmente investito molto poco: una selezione poco adeguata, una ancora meno adeguata politica della formazione e, infine, una politica retributiva poco attenta ai risultati e alle responsabilità. Tutto questo ha pesato sull’efficienza del nostro sistema delle acquisizioni e degli stessi controlli sull’interscambio, ma fino ad ora il grado di rigidità delle norme poteva, forse, contribuire a mascherare le carenze.

Il nuovo quadro regolamentare europeo si caratterizza per un’ampia flessibilità messa nelle mani degli apparati statali e una loro forte responsabilizzazione decisionale. Dovranno essere compiute delle scelte e non ci sarà più un rigido manuale di riferimento. Ma per non arenarsi o soccombere di fronte ai soggetti più organizzati servirà un apparato pubblico all’altezza dei nuovi compiti.

Per il nostro mercato della difesa si prospetta una rivoluzione decisionale, amministrativa e culturale. Dovremo, quindi, ridisegnare l’intera macchina se vogliamo evitare che, a causa del nuovo motore europeo, cominci a perdere pezzi e ci porti fuori strada.