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Asia

Il Dalai Lama tra Cina e democrazie

10 Dic 2007 - Nicola Casarini - Nicola Casarini

La visita in Italia di Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, viene salutata con fervore da migliaia di fedeli e simpatizzanti. Ma ha anche sollevato polemiche ed imbarazzi istituzionali, in quanto dietro la sua visita si staglia l’ombra della potenza cinese.

Ogni visita del Dalai Lama ripropone inevitabilmente la questione delle libertà religiose e politiche in Cina. Non a caso, al leader spirituale tibetano fu assegnato il premio Nobel per la pace nel 1989, all’indomani del massacro di piazza Tiananmen. Oggi, però, la Cina è una potenza. Nel 2008, si prevede che sarà Pechino a trainare l’economia mondiale. E saranno i suoi capitali a far tirare un sospiro di sollievo a Wall Street e alle grandi banche europee. L’attuale visita del Dalai Lama va pertanto inserita nel più ampio contesto che caratterizzerà sempre più gli anni a venire: quale atteggiamento adottare nei confronti della potenza cinese? Una sfida che può dividere le democrazie.

La visita
Il culmine della visita italiana del Dalai Lama sarà l’incontro a Roma di giovedì 13 dicembre, in occasione del summit dei premi Nobel per la pace. Il governo italiano ha fatto sapere che non riceverà, in tale occasione, il leader spirituale tibetano. Il 16 dicembre il Dalai Lama parlerà, comunque, all’Assemblea Regionale piemontese. In quell’occasione riceverà anche la cittadinanza onoraria. Il governo cinese ha già comunicato al nostro Ministero degli Affari Esteri le “perpessità” e il “disappunto” per queste iniziative definite “inopportune”. Perché incontrare il Dalai Lama in veste ufficiale è un gesto politico che i dirigenti cinesi leggono come un’indebita interferenza negli affari interni del loro paese.

Tra Tibet e Cina
Il Tibet, nella sua quasi totale interezza, costituisce dal 1965 una Regione Autonoma all’interno della Repubblica Popolare Cinese (Rpc). La regione era stata invasa dall’esercito di liberazione popolare di Mao nel 1950. Nove anni dopo (1959) il Dalai Lama abbandona Lhasa e ripara in India, a Dharamsala, dove costituisce il governo tibetano in esilio che viene subito dichiarato illegale da Pechino.

Per la dirigenza cinese, l’irredentismo tibetano minaccia l’integrità territoriale dell’Impero di Mezzo. In quanto potrebbe innescare altre spinte separatiste. In primis nello Xīnjiāng, abitato in maggiornaza da popolazioni musulmane di origine turcomanna, la più numerosa delle quali è l’etnia Uyghura. Da anni le popolazioni dello Xīnjiāng chiedono una maggiore autonomia, se non proprio l’indipendenza. Richieste sovente soppresse nel sangue, come ricorda l’ultimo rapporto dell’Unione Europea sui diritti umani . L’integrità della Cina è un dogma per la dirigenza cinese. Soprattutto ora che l’ideologia maoista ha lasciato il posto al nazionalismo come collante per l’ordine politico e sociale. L’odierno nazionalismo cinese trova piena manifestazione sulla questione di Taiwan e l’insistenza con la quale il governo di Pechino cerca in tutti i modi di impedire ogni azione che possa essere letta come una dichiarazione di indipendenza dell’isola. La Cina considera Taiwan una sua provincia e ogni cinese considererebbe una grave offesa alla dignità del proprio paese se il presidente taiwanese venisse accolto all’estero come un capo di stato. Non c’è da stupirsi, allora, che i dirigenti cinesi minaccino ritorsioni diplomatiche e commerciali contro quanti appoggiano la causa del Dalai Lama. Ma se per Pechino il leader spirituale tibetano attenta all’integrità del paese, per l’occidente il Dalai Lama è diventato il simbolo più potente della lotta per le libertà e i diritti umani in Cina.

Democrazie e i diritti umani
In ottobre, durante la sua ultima visita negli Stati Uniti, il Dalai Lama è stato ricevuto con tutti gli onori e Gorge W. Bush lo ha insignito della medaglia d’oro del Congresso, la più alta onorificenza civile statunitense.

In settembre, Angela Merkel aveva ricevuto il Dalai Lama nella Cancelleria, a Berlino. Rispondendo alle pressioni del governo cinese, che insistevano perché non ci fosse un tale incontro, la Merkel apostrofò che decideva lei chi ricevere e dove. E anche dopo le rimostranze della confindustria tedesca che lamentava ripercussioni economiche da parte di Pechino, la Merkel rispose durante un’interpellenza al Bundestag che la sua politica estera sarebbe stata incentrata sui valori. Ma la Germania non è sempre stata così virtuosa. Il predecessore della Merkel, Gerhard Schroeder, aveva fatto delle buone relazioni con Pechino un tratto distintivo del suo cancellierato. Durante la sua permanenza in carica (1997-2005), Schroeder si era ben guardato dal ferire la sensibilità cinese su temi quali il Tibet o Taiwan. E la Francia, culla della dichiarazione dei diritti dell’uomo, ha adottato, negli anni, posizioni ambivalenti. Nell’ultimo decennio, il governo di Parigi è diventato il paese occidentale più vicino, politicamente, a Pechino. Nella sua ultima visita di stato in Cina a fine novembre, Nicolas Sarkozy, è riuscito a portare a casa molti lucrativi contratti per le grandi imprese francesi. Anche perché aveva lasciato a casa il suo ministro per i Diritti Umani.

La tensione tra interessi economici e valori ha attraversato tutta la storia delle relazioni UE-Cina dell’ultimo decennio. E sta ora coinvolgendo le grandi democrazie asiatiche. Il Giappone innanzitutto. Dove Yasuo Fukuda, l’attuale primo ministro, ha vietato a ogni membro del suo governo di incontrare il Dalai Lama durante la sua ultima visita nel paese avvenuta nella seconda metà di novembre. Un prezzo da pagare al miglioramento delle relazioni sino-giapponesi. E al fatto che la Cina è diventata il primo partner commerciale di Tokyo nel 2007. Relegando gli Stati Uniti, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, al secondo posto. E nemmeno l’India, che ospita il governo tibetano in esilio, è immune dalla potenza cinese. All’inizio di dicembre, il governo indiano ha vietato ai propri ministri di partecipare a una cerimonia organizzata dai sostenitori del Dalai Lama. Anche in questo caso, la causa tibetana è stata sacrificata sull’altare delle relazioni sino-indiane. In continuo miglioramento. Soprattutto sul versante economico.

Tra potenza e diritti
In questo contesto si inserisce la visita del Dalai Lama in Italia. Che al di là di polemiche e strumentazioni di parte, non è altro che uno dei tanti tasselli del mosaico. Il mosaico delle democrazie. Occidentali e non. Che devono fare i conti con l’ascesa del gigante cinese. Che se da una parte traina l’economia mondiale, dall’altra divide sull’atteggiamento da adottare di fronte alle plateali violazioni dei diritti umani. Una sfida complessa. Tra principi che dovrebbero essere inderogabili per le democrazie. E il sostegno a una Cina in grande trasformazione. La cui dirigenza sta sovrintendendo al più grande cambiamento socio-economico che la storia ricordi, togliendo dalla povertà centinaia di milioni di cinesi.

Una sfida multiforme. Dove più che il bianco e il nero contano le sfumature. Ying e yiang, i due poli. Opposti, ma complementari, in cerca di un’armonia che metta insieme le parti. E le varie visioni del mondo. Pace e armonia sono stati i messaggi centrali dell’Insegnamento del Dalai Lama alle migliaia di fedeli e simpatizzanti accorsi a Milano. Il leader spirituale ha illustrato testi della tradizione buddhista che mirano a estinguere alla radice le premesse dell’ostilità. Un Insegnamento di grande respiro. Per tempi e uomini che dovranno trovare i modi per conciliare una Cina sempre più potente con i valori della democrazia e del rispetto dei diritti umani.