IAI
Di Paola alla Nato

Un successo italiano da rafforzare

19 Nov 2007 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Qualche buona notizia del fronte esterno ci consola almeno in parte della confusione su quello interno. Il primo successo della moratoria sulla pena di morte in sede Onu, anche se non garantisce ancora il voto favorevole dell’Assemblea generale, dimostra che l’Italia ha ancora una forte capacità di iniziativa e di coagulo del consenso internazionale: è un buon segnale anche per i futuri dibattiti sulla riforma delle Nazioni Unite.Anche più significativa è l’elezione dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola, nostro Capo di Stato Maggiore della Difesa, a nuovo presidente del Comitato Militare della Nato. In questo caso infatti la sua candidatura ha dovuto confrontarsi con altri due contendenti di peso (i suoi colleghi di Polonia, appoggiato dagli Usa, e di Spagna, appoggiato da alcuni altri Paesi europei).

La scelta del candidato italiano è certo dovuta in larga misura alle sue qualità personali, ma è stata probabilmente aiutata anche dalla continuità e dall’importanza degli impegni assunti con successo dall’Italia, in tutti questi anni, su molti difficili fronti di crisi. In genere il nostro Paese non chiede grandi contropartite (agendo così in modo molto diverso dalla maggioranza dei suoi alleati) e la sua posizione quindi era, in questo caso, relativamente forte.

Tuttavia dovremmo preoccuparci anche che questi successi non si rivelino una sorta di canto del cigno, ove non riuscissimo ancora a lungo a reggere il peso di un impegno da grande paese con un bilancio e strutture sempre più simili a quelle di un paese minore. Il campanello d’allarme lo ha suonato il rapporto “Ripensare il ruolo dell’Italia”, preparato dal Comitato Difesa 2000 e coordinato quest’anno da Michele Nones. Va ricordato che questo comitato produce un rapporto annuale da ormai otto anni, ed è attualmente composto, oltre che da Nones e dal sottoscritto, dal generale Mario Arpino, dal generale Vincenzo Camporini, dal generale Carlo Finizio, dal generale Carlo Jean, dal dottor Andrea Nativi, dal senatore Luigi Ramponi e dall’ammiraglio Guido Venturoni.

Il rapporto di quest’anno è dedicato proprio alle missioni militari italiane all’estero, che hanno visto negli ultimi anni una partecipazione media di circa 10mila uomini permanentemente proiettati fuori dal paese. Esse sono state in genere condotte con grande professionalità e hanno raccolto indubbi successi, malgrado le non poche difficoltà incontrate (e le dolorose perdite che le hanno a volte funestate), ma il nostro paese non ha ancora realmente adeguato il suo strumento militare a questi nuovi compiti, né ha sviluppato una cultura e un sistema decisionale all’altezza degli impegni assunti, per non parlare naturalmente dell’abituale punto dolente della difesa italiana, e cioè dell’insufficienza cronica degli stanziamenti.

In altri termini, dobbiamo essere molto felici di questi successi della nostra politica estera, ma dobbiamo anche lavorare di più e meglio per cercare di adeguare i nostri strumenti per riuscire a mantenere il successo nel tempo. Qualcosa di cui abbiamo grande bisogno.