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Medio Oriente

Per la Siria, il Libano “val bene un’Annapolis”

28 Nov 2007 - Lorenzo Trombetta - Lorenzo Trombetta

Tutto il mondo arabo si è seduto allo stesso tavolo “della pace” a fianco di Israele. La conferenza di Annapolis, nel Maryland, convocata dall’amministrazione Usa, sarà ricordata nei libri di storia soprattutto per questo primato. A guardare con più attenzione spiccano però, in particolare, due dati non affatto scontati: la presenza della Siria e l’assenza dell’Iraq. La mancata partecipazione di una delegazione di Baghdad e l’adesione della diplomazia di Damasco riflettono infatti in modo evidente le intenzioni di Washington di isolare l’Iran dal resto del mondo arabo.

La diplomazia irachena non svolge da tempo alcun ruolo nel quadro ristretto dei negoziati tra governo israeliano e quello dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). La sua assenza si spiega, allora, solo mettendo da parte la questione palestinese e considerando l’enorme influenza di cui alcuni ambienti politici iracheni vicini all’Iran godono nei palazzi di Baghdad. Nell’ottica statunitense, se la Repubblica islamica va isolata dal contesto arabo, l’attuale governo iracheno di Nuri al-Maliki non va però ulteriormente indebolito, né esposto a nuove minacce da parte dei clienti iraniani in Iraq. Ecco perché gli Stati Uniti hanno firmato senza problemi il libretto di giustificazione dell’Iraq per la sua assenza al tavolo del Maryland.

Corteggiare la Siria in funzione anti-iraniana
Pressioni che invece sono state esercitate perché fosse la Siria a sedersi al “tavolo della pace”. Sempre nell’ottica di isolare l’Iran, Washington ha fatto di tutto, attraverso i suoi amici, per avere la Siria nella lista dei presenti: dal presidente russo Putin a quello francese Sarkozy, dal re di Spagna Juan Carlos al presidente turco Erdogan, fino al premier italiano Prodi, hanno tutti avuto “contatti telefonici” col presidente siriano Bashar al-Assad per convincerlo a partecipare ad Annapolis.

La risposta di Damasco è stata sin dall’inizio chiara: “Andremo alla conferenza solo se sarà inserita nel programma la questione della restituzione delle alture del Golan”, occupate da Israele nel 1967. Dopo una settimana di consultazioni tra le cancellerie occidentali (l’inviato russo a Damasco, Alexander Sultanov, ha addirittura proposto ad Assad che la questione del Golan potrà essere discussa in una seconda conferenza sul Medio Oriente che si potrebbe tenere a Mosca nel febbraio 2008), il 25 novembre, solo 48 ore prima dell’avvio della conferenza, Washington ha infine inviato a Damasco una copia del programma di Annapolis. Qui figurava, come sottotitolo alla terza seduta dedicata alla “pace globale”, la menzione alla “questione siriana”. La parola “Golan” non era presente, ma per Damasco l’aggiunta è stata sufficiente a giustificare l’invio del terzetto siriano: il vice ministro degli Esteri, Faysal Miqdad (già ambasciatore siriano all’Onu), Ahmad Saklini e Imad Mustafa, ambasciatore di Damasco negli Stati Uniti.

La presenza siriana ad Annapolis è così servita all’amministrazione Bush per pubblicizzare il carattere “panarabo” dell’iniziativa e per sondare il terreno con Damasco su un eventuale futura intesa per indebolire Tehran e i suoi alleati, in primis il movimento palestinese Hamas e quello libanese Hizbullah.

Una lettura che è confermata dalla presenza dell’Arabia Saudita alla riunione del Maryland. Anche se il ministro degli Esteri di Riad, Saud al-Faysal, ha ripetuto più volte che il suo Paese ha partecipato alla conferenza “con scarse speranze”, “convinto che Israele non sia pronto alla pace”, è evidente che il regno dei Saud e l’amministrazione Usa hanno bisogno l’uno dell’altra per frenare il temuto espansionismo iraniano nella regione del Golfo. Anche in questo caso, dietro la questione palestinese, quella iraniana si è rivelata ad Annapolis assai più centrale di quanto non sia stato annunciato.

La questione del Golan
Come previsto, il destino delle alture del Golan rimane quanto mai incerto anche dopo le strette di mano sul palco allestito da George W. Bush e Condoleezza Rice. L’altopiano, che divide la pianura di Damasco da quella della Galilea, ha avuto per secoli un alto valore strategico per i diversi poteri politici che si sono avvicendati nella regione. Con l’avvento dei missili a lungo raggio, le alture hanno perso l’importanza di un tempo dal punto di vista militare, ma il loro possesso e controllo rimangono oggi vitali per Israele.

Lo Stato ebraico occupò il Golan, prima, nel 1967 e, quindi, nel 1973, a seguito delle due guerre arabo-israeliane. Nel 1981, Israele annesse formalmente al proprio territorio le alture, che custodiscono numerose sorgenti e falde acquifere che finiscono per alimentare il lago di Tiberiade, principale risorsa d’acqua dolce di Israele. I radar che stazionano sulle vette del monte Hermon (Jabal ash-Shaykh per i siriani) controllano inoltre sia la piana di Damasco, sia la lingua meridionale della valle libanese della Beqaa, a ridosso della Linea blu di demarcazione tra Libano e Israele.

Oltre all’indubbio valore strategico delle alture, per il regime degli al-Assad (prima Hafiz, poi Bashar) la loro “liberazione” rappresenta un pilastro della legittimazione interna. Da quando giunse al potere nel novembre 1970 fino alla sua scomparsa nel giugno 2000, Hafiz al-Assad espresse sempre l’intenzione di liberare le terre occupate: la guerra siro-egiziana contro Israele dell’ottobre 1973 è ancora oggi celebrata in Siria come “la gloriosa guerra di liberazione”, proprio perché, dopo l’armistizio del 1974, Israele accettò di evacuare, dopo averla rasa al suolo, la cittadina di Qunaytra, capoluogo del Golan siriano e da 37 anni posta a margine della zona cuscinetto creata dall’Onu. Per tutti gli anni Novanta, al-Assad padre si impegnò inoltre in negoziati con i diversi governi israeliani che, all’epoca, arrivarono a dirsi addirittura pronti al ritiro da gran parte delle alture, mantenendo però il controllo e la sovranità della sponda orientale del lago di Tiberiade. Proprio sulla riva est del lago si arenarono, nella primavera 2000, i negoziati tra Damasco e Tel Aviv.

Siria-Stati Uniti: ritorno al pragmatismo
Al di là della retorica, per gli equilibri interni al sistema di potere siriano, la “liberazione” del Golan potrebbe avere effetti indesiderati. Da quasi 40 anni, il regime ha di fatto imposto lo stato d’emergenza e una serie di misure repressive, usando il pretesto dello “stato di belligeranza” con Israele. La struttura politica siriana inoltre è quella che fino ad oggi ha assicurato allo Stato ebraico e agli Stati Uniti la miglior garanzia di stabilità nella regione. Nessuno a Washington o a Tel Aviv accenna alla necessità di “cambiare il regime” siriano, mentre sono in molti a dire di voler ottenere da Bashar al-Assad un “cambio di atteggiamento”.

La Siria, anche se più debole rispetto al passato (presenza statunitense in Iraq dal 2003, ritiro militare dal Libano nel 2005), sa di avere ancora alcune carte da giocare con gli Stati Uniti: l’empasse politico del paese dei Cedri dimostra quanto sia determinante cercare un accordo anche con Damasco; la questione della “sicurezza” dell’Iraq, come s’è visto, passa anche per la Siria; la stessa questione delle rivendicazioni autonomiste curde, in un’ottica statunitense, è ben gestita dal regime siriano.

La Siria è comunque legata dal 1980 da una stretta alleanza strategico-militare con l’Iran. L’abbraccio della Repubblica islamica in questi ultimi tempi si è fatto addirittura più stretto attorno al collo di al-Assad, con una crescente penetrazione economica e commerciale iraniana nel paese arabo, in particolare nel settore energetico e in quello delle infrastrutture.

L’intesa siro-iraniana è da anni rafforzata anche dall’appoggio che Damasco e Teheran forniscono, a diversi livelli, sia ai palestinesi di Hamas (il capo dell’ufficio politico, Khaled Mishaal, è ospitato in Siria), sia ai libanesi sciiti di Hizbullah, entrambi nemici giurati di Israele.

Per Washington, una Siria seduta ad Annapolis a fianco di israeliani e sauditi potrebbe contribuire in questo senso a ridurre la profondità strategica iraniana nel cuore del Medio Oriente e mettere le basi per possibili intese con Damasco, a scapito non solo di Tehran, ma anche di Hamas e Hizbullah.

Bashar al-Assad e la cerchia di uomini che con lui si dividono il potere hanno dal canto loro visto in Annapolis un’occasione per tornare al “tavolo dei grandi” e sperare di strappare qualche concessione, prima di tutto sul Libano. E non è un caso che il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, da decenni uomo di fiducia di Damasco, abbia rinviato la seduta per l’elezione del nuovo capo dello Stato libanese al 30 novembre, proprio dopo Annapolis.