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Pakistan

La spina nel fianco dell’America

12 Nov 2007 - Carlo Calia - Carlo Calia

Tra bombe e scontri di piazza la lotta per il potere ha raggiunto ormai il culmine in Pakistan. Gli Stati Uniti e il mondo occidentale seguono con grande preoccupazione questa nuova crisi internazionale, e per dei buoni motivi. Il Pakistan è determinante nella battaglia ingaggiata in Afghanistan contro il tentativo dei talebani di riconquistarlo. Senza la collaborazione del Pakistan, la guerriglia nel paese vicino non può essere militarmente sconfitta. A parte la posizione geografica, per le dimensioni e le caratteristiche della sua popolazione il paese è centrale anche nella lotta contro il terrorismo internazionale.

Gli abitanti del Pakistan sono 162 milioni, al 97% musulmani, la maggioranza sunniti con una minoranza del 20% di sciiti. I pachistani sono in grande maggioranza moderati, ma tormentati da una temibile frangia estremista, incontrollabile nelle immense regioni montagnose di frontiera e aggressivamente anti-occidentale nella sua parte urbana. La classe dirigente parla correntemente l’inglese come lingua franca e i legami, in generale, della popolazione pachistana con il mondo anglosassone, ne fanno il veicolo ideale per trasferire in occidente la guerra del terrore. Dal 1998 il Pakistan dispone dell’arma nucleare, altro importante elemento di rischio, come provato dalla vendita, o concessioni per ragioni ideologiche, di conoscenze e tecnologie nucleari fatte a Iran, Corea del nord e forse Libia dal “padre” della bomba pakistana, lo scienziato Abdul Khan.

Il governo del generale Pervez Musharraff
Sulla base di queste realtà, quando l’allora rassicurante generale Musharraf eliminò nel 1999 un governo debole e corrotto, gli Stati Uniti lo appoggiarono volentieri. Dopo l’11 settembre 2001, il generale non ebbe remore, malgrado le resistenze interne, a schierarsi calorosamente nella campagna contro il terrorismo internazionale. L’appoggio americano si tradusse allora in sostanziosi aiuti, 11 miliardi di dollari, destinati quasi tutti a rafforzare senza alcun serio controllo l’apparato militare e poliziesco dello stato pachistano.

Qualche dirigente americano, tra essi il competente Zalmay Khalilzad, all’epoca ambasciatore appunto in Pakistan, sollevò presto dei dubbi sulla bontà di questa politica. Khalilzad si accorse che l’appoggio del Pakistan alla politica Usa in Afghanistan era a dir poco ambivalente. Invece di fronteggiare gli estremisti islamici, l’apparato di sicurezza e di informazione di Musharraff, o alcuni elementi di esso, facilitava la riorganizzazione delle forze talebane nelle zone di frontiera. Per Khalilzad il vecchio miraggio di un potere debole e isolato in Afghanistan, dipendente dunque del Pakistan, non era affatto stato abbandonato. Islamabad, cioè, voleva continuare a servirsi dei talebani come strumento di “influenza strategica” sul lato occidentale del paese, utile contrappeso alla ostile India sul lato orientale.

Fu, in quel momento, lo stesso Segretario di Stato Powell a contrastare questa interpretazione dei fatti pakistani. La priorità di Powell negli anni 2003-2004 era aiutare un amico, Musharraf, a dare la caccia ai militanti di Al-Qaeda e controllare lo strumento nucleare in un paese islamico ben armato. Pare perciò che le istruzioni di Powell al suo ambasciatore siano state nette: non criticate i pachistani, essi fanno il possibile per aiutarci.

Forse nella mentalità di Powell, un politico ex-generale lui stesso, era forte il sentimento che un generale al potere era meglio di altri, in una situazione pericolosissima di guerra esterna e conflitto civile interno. Certo è che nel corso dell’ultimo anno, l’evoluzione della situazione in Afghanistan e l’esplosione di violenza estremista nel Pakistan stesso, alle frontiere o addirittura nella capitale, hanno aperto gli occhi a tutti sulla realtà politica del paese. Musharraf, da parte sua, ha ritenuto che dal punto di vista internazionale la sua presenza alla testa del Pakistan era perfino più indispensabile di prima.

Contemporaneamente però l’impopolarità del generale all’interno è cresciuta rapidamente. La rottura con la classe media e ricca del paese si è consumata allorquando Musharraf ha tentato di imbrigliare il potere giudiziario rimuovendo l’ostinatamente indipendente giudice Chaudhry. Poco dopo, però, si rompeva anche l’alleanza, più o meno segreta con gli ambienti religiosi intransigenti. In effetti la guerriglia nelle zone di confine con l’Afghanistan ha raggiunto un livello tale da rendere necessario cercare di controllarle. Poco dopo, del resto, uno scontro sanguinoso per porre fine alle inaccettabili attività dei religiosi di una Moschea nella stessa aerea della capitale, a Rawalpindi, ha dato a tale rottura un sigillo plateale e forse definitivo.

Il ritorno alla democrazia
Un ritorno al sistema democratico per la scelta dei dirigenti al vertice del paese è allora sembrata essere la scelta non più semplicemente utile, ma indispensabile. E in Pakistan sono presenti due forze politiche di rilievo, le quali si sono alternate alla guida del paese negli anni Novanta, anche se sempre controllate o in alleanza con l’esercito. Una, il Pakistan Muslim League (N) fa capo a Nawaz Sharif, appartenente a una ricca famiglia di industriali del Punjab, la zona più prospera del paese; l’altra, il Pakistan People Party a Benazir Bhutto, erede di un’altra famiglia politica di aristocratici rappresentanti della zona sud del paese, quella della prima capitale del paese, Karachi. Tutti e due erano in esilio all’estero.

Scartato il capo del primo partito, che Musharraf stesso aveva cacciato dal potere nel 1999, delle trattative sono state fatte con la leader del secondo partito. Quando Sharif ha tentato di rientrare nel paese, una comoda interpretazione della legge ha permesso il suo rinvio all’estero. La Bhutto invece rientrava in Pakistan, protetta da un condono che le evitava il rischio di arresto per corruzione. Il suo trionfale rientro, però, è stato funestato da un tentativo di assassinio, fallito sì, ma che ha provocato la morte di oltre un centinaio di persone.

Lo shock politico che ne è seguito ha rimesso in discussione o reso impossibile la definizione degli accordi per regolare la transizione alla democrazia, con un Musharraf presidente, ma non più capo dell’esercito, e una Bhutto primo Ministro con dei poteri rafforzati. Tanto più che a questo punto il generale sembra aver perso il controllo di se stesso, se non proprio quello del paese. Ignorando pressanti pressioni in senso contrario di Washington, Musharraf ha infatti decretato lo stato di emergenza, sospeso il programma di elezioni e bloccato il potere giudiziario. Le manifestazioni di piazza sono state affrontate con la forza pubblica e l’arresto di migliaia di persone, mentre il famoso giudice Chaudhry, poco prima reinstallato con onore al vertice del potere giudiziario, è stato posto agli arresti domiciliari. Nei giorni successivi, però, in seguito a nuove minacciose pressioni americane, il generale ha confermato che, a conti fatti, le elezioni avrebbero avuto luogo come stabilito.

Le forze in campo
Difficile, a questo punto, prevedere gli eventi futuri. Altri sussulti politici seguiranno quelli di questi giorni, ma più importante è in questa sede esaminare i dati fondamentali del problema politico pachistano. Dietro la questione del generale Musharraf, c’è naturalmente il ruolo politico dell’esercito pachistano. Esso è indispensabile, da nessuno contestato, in un paese in quasi continuo stato di guerra sin dal giorno dell’indipendenza, nonché a rischio di smembramento per le sue dimensioni geografiche e divisioni tribali o linguistiche.

La classe media è adesso presente in politica, ma i suoi scontri con il Governo sono talvolta plateali, ma non sanguinosi. È una categoria che ha molto migliorato la sua condizione con lo sviluppo economico del paese nel decennio trascorso. Essa ha troppo da perdere in un collasso completo dell’attuale sistema politico e comunque non è in grado di scatenare movimenti di massa.

I partiti politici, invece, hanno un’effettiva esperienza di governo e un seguito nella popolazione. Il Pakistan People Party della Bhutto è il più grande e con dei precedenti problemi di corruzione al vertice minori rispetto a quelli del partito di Nawaz Sharif, il quale è comunque, all’estero, obbligatoriamente fuori gioco. L’accordo con la Bhutto e quindi l’unica strada possibile, tanto più che di fronte alle decisioni intemperanti di Musharraf la leader del PPP si è mossa con molta decisione e abilità. Ha sospeso ogni contatto con il Governo, si è scontrata pubblicamente con la polizia, cerca di partecipare a manifestazione di protesta; in breve, ha evitato di associare la sua posizione a quella del Generale-Presidente. Probabilmente quando le acque saranno più calme la trattativa riprenderà, ma con una Bhutto più forte di prima.

Il dilemma dei militari
A questo punto la questione importante è capire sino a quando l’esercito darà il suo sostegno a Musharraf. Il vertice militare gli è certamente fortemente legato, dato che molti generali gli devono cariche e promozioni. In generale, poi, tutto l’esercito si è arricchito in questi anni svolgendo una miriade di attività economiche. Una deformazione delle regole di mercato, se non proprio una attività di corruzione nello stile classico dei partiti politici pachistani. Ma l’ambiente militare è certamente profondamente scosso da un altro fenomeno. L’esercito non sembra più in grado di controllare gli attacchi o le aperte ribellioni delle forze islamiche estremiste, in pieno sviluppo non solo nelle zone di frontiere con l’Afghanistan, ma ora anche al nord, nel lato occidentale al confine con l’India.

Gli attacchi suicidi aumentano, l’elenco dei morti si allunga oltre i cento, ma anche quello dei prigionieri, ufficiali e soldati, talvolta riscattati con l’umiliante ricorso alla liberazione di pericolosi prigionieri o altre concessioni. Gli apprendisti stregoni sono adesso direttamente alle prese con quelle forze da loro stessi scatenate. E i soldi americani sono centrali nel mantenere la loro capacità bellica.

La posizione internazionale
Gli Stati Uniti non sono in grado di cambiare cavallo in questo momento. Insisteranno per una soluzione democratica sperando che siano i militari pachistani stessi ad aiutarli a risolvere il problema. Ma nel caso del Pakistan, Washington avrebbe una possibilità di azione internazionale più vasta ed importante. Quelle stesse nuove e crescenti forze internazionali che ostacolano l’azione degli Stati Uniti nel caso dell’Iran o di Cuba, hanno una posizione molto più prudente sul problema del Pakistan. L’armamento nucleare, in questo caso, non è una ipotesi che richiede ancora anni per realizzarsi. In teoria è già pronto a essere utilizzato o, ancor peggio, miniaturizzato ad uso di qualche gruppo estremista. Non solo la vicina India, ma anche la Cina e la Russia non possono essere indifferenti a questa questione e sicuramente non vedono di buon occhio nemmeno un aumento enorme del potenziale di sviluppo delle forze islamiche estremiste. Forse perfino l’Iran potrebbe non gradire una situazione pachistana al di fuori di ogni controllo. Ma l’incognita è se l’attuale amministrazione americana sia o meno interessata a cogliere questa rivoluzionaria possibilità di coinvolgere in questa questione, in una azione di generale interesse, forze e paesi diversi dai suoi usuali alleati.