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Kosovo

La difficile strada verso l’indipendenza

26 Nov 2007 - Alessandro Spaventa - Alessandro Spaventa

Lo scorso 17 novembre i kosovari sono andati alle urne per eleggere 100 dei 120 rappresentanti dell’assemblea provinciale, il parlamento della provincia del Kosovo. La provincia, formalmente ancora parte delle Serbia, è dalla conclusione della guerra del 1999 di fatto un protettorato delle Nazioni Unite. Le urne hanno segnato la vittoria, con circa il 35% dei voti, del Partito Democratico del Kosovo (Pdk) guidato dall’ex guerrigliero Hashim Thaci, assegnando alla Lega Democratica del Kosovo (Ldk), che ha dominato la scena politica locale dalla fine della guerra, solo il secondo posto con circa il 22% dei voti. Le elezioni hanno, tuttavia, registrato l’affluenza più bassa dal 1999, solo il 45% degli aventi diritto, e il boicottaggio pressoché totale da parte della comunità serba.

L’incognita dell’indipendenza
A poche ore dalla chiusura dei seggi, e sulla base delle prime proiezioni che lo davano in vantaggio, il trentanovenne leader del Pdk, Hasman Thaci ha dichiarato in un comizio ai suoi sostenitori che il Kosovo “dichiarerà l’indipendenza subito dopo il 10 dicembre”, ovvero subito dopo che verrà depositata alle Nazioni Unite la relazione della trojka formata da Stati Uniti, Unione Europea e Russia sui negoziati per lo status definitivo della provincia.

La definizione dello status finale del Kosovo rappresenta il pezzo mancante nel complesso rebus del dopoguerra balcanico. I negoziati si trovano in una fase di stallo praticamente da quando sono stati avviati, con la Serbia che rivendica la sua sovranità, anche solo formale, sull’area e il governo provinciale kosovaro – espressione della maggioranza albanese che conta circa il 90% dei due milioni di abitanti della provincia – che in toni sempre più ultimativi richiede l’indipendenza totale, sostanziale e formale.

Una soluzione concordata tra le due parti, espressamente o tacitamente, è cruciale non solo per evitare l’insorgere di nuove violenze tra le due comunità, ma anche per il raggiungimento di un assetto finalmente stabile, o almeno stabilizzato, per l’intera area dei Balcani meridionali. Una dichiarazione d’indipendenza unilaterale, come quella prospettata da Thaci, probabile futuro leader del governo provinciale, scatenerebbe una serie di reazioni a catena, delle quali è difficile intravedere la fine.

La proclamazione dell’indipendenza, infatti, comporterebbe, l’immediata secessione delle aree serbe settentrionali del Kosovo e una forte reazione del governo serbo che potrebbe arrivare al congelamento dei rapporti economici e commerciali con l’ex provincia e al blocco delle vie di comunicazione e telecomunicazione. Potrebbero esplodere nuove violenze tra le due comunità, sia nelle aree più critiche del nord, come Kosovka Mitrovica, che nel sud, con l’innescarsi di esodi e controesodi per arrivare ad una “purificazione” delle due aree, il Kosovo albanese da un lato e le aree settentrionali serbe dall’altro. Uno scenario che comporterebbe rischi elevati per i contingenti europei presenti nell’area, primo tra tutti quello italiano. È possibile, e non molto improbabile, inoltre, che il quadro di crisi si allarghi rapidamente.

In Serbia più di un leader politico ha lasciato chiaramente intendere che l’indipendenza del Kosovo riaprirebbe la questione dei serbi in Bosnia-Erzegovina e della permanenza o meno della Republika Srpska all’interno dello stato bosniaco. La Republika Srpska che, insieme alla Federazione croato-bosniaca, rappresenta una delle due entità che costituiscono la Bosnia-Erzegovina, potrebbe indire al suo interno un referendum, illegale secondo la legislazione dello stato bosniaco, per dichiarare la secessione della Republika Srpska ed eventualmente la sua annessione alla Serbia. Il che porterebbe alla destabilizzazione dell’intera area, con conseguenze imprevedibili.

Si tratta di uno scenario estremo, vigorosamente smentito da Gordan Milosevic, consigliere politico del primo ministro della Republika Srpska, ma non irrealistico. Proposte di un referendum e proclami secessionisti, che legavano le due questioni, quella del Kosovo e quella bosniaca, sono stati fatti a più riprese nel corso della campagna elettorale prima delle elezioni svoltesi in Bosnia-Erzegovina il 1° ottobre 2006.

Il difficile riconoscimento internazionale
Il raggiungimento dell’indipendenza del Kosovo, tuttavia, potrebbe rivelarsi meno semplice di quanto prefigurato da Thaci subito dopo la chiusura delle urne. Il risultato delle elezioni comporterà inevitabilmente la formazione di un governo di coalizione e quindi l’avvio di negoziati tra i partiti che con ogni probabilità faranno slittare un’eventuale proclamazione unilaterale d’indipendenza oltre la data del 10 dicembre, fino a gennaio. E se è vero che tutti i partiti sono apertamente favorevoli a porre fine ad ogni legame con la Serbia e alla creazione di uno stato autonomo, è anche vero che non vi è una visione unitaria sui tempi e soprattutto i modi in cui ciò debba avvenire. In particolare se si possa procedere a un passo di tale portata senza un sostegno, più o meno esplicito, della comunità internazionale e in particolare dei Paesi occidentali, Stati Uniti e Unione Europea in testa. Ed è qui che il quadro si fa più complicato.

A livello internazionale, a giocare la partita sono in tre. Ad un estremo vi sono gli Stati Uniti, che appoggiano decisamente l’indipendenza del Kosovo, e si sono già detti pronti a riconoscere il neo stato, anche nel caso che esso venga proclamato unilateralmente. In mezzo, come sempre, l’Unione Europea, a favore dell’indipendenza, ma solo attraverso una soluzione negoziata, e che, come spesso accade, è divisa al suo interno tra fughe in avanti e posizioni più prudenti. All’altro estremo la Russia, protettore storico della Serbia, che osteggia decisamente e in ogni modo qualsiasi soluzione che non sia fatta propria dalla Serbia, e non solo per solidarietà tra popoli slavi, ma anche, e forse soprattutto, per il timore che la questione kosovara possa rappresentare un precedente estremamente pericoloso nei rapporti con le sue minoranze interne. Timori d’altro canto condivisi nell’Unione Europea da Grecia e Romania e da un altro paese con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Cina.

Tale contesto rende estremamente improbabile che, in mancanza di un assenso da parte serba, si possa mai arrivare ad un pronunciamento di una qualche consistenza da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e quindi ad un riconoscimento formale in quella sede dell’indipendenza del Kosovo. Non rimarrebbe quindi che la strada del riconoscimento unilaterale da parte dei singoli stati. Ma quest’ultima appare offrire prospettive tutto sommato limitate. A fare tale scelta potrebbero essere gli Stati Uniti. Ma, benché annunciato, un simile passo non appare scontato. Vorrebbe dire peggiorare ulteriormente i rapporti con la Russia, in un contesto internazionale già assai complicato per via della situazione in Iraq e in Afghanistan, e creare qualche preoccupazione a Pechino, che sul tema potrebbe essere più sensibile di quanto appare per via della questione del Tibet.

Difficile, invece, che la scelta del riconoscimento unilaterale venga perseguita dall’Unione Europea, almeno nell’immediato. La mancanza di una posizione comune bloccherebbe ogni iniziativa in tal senso, senza contare i timori di una degenerazione dell’assetto politico dell’area. Anche riconoscimenti da parte dei singoli stati membri appaiono poco probabili, visti i rinnovati sforzi di giungere ad nuovo assetto costituzionale europeo che prevede tra i suoi punti qualificanti proprio quello della politica estera comune.

In tale scenario, la proclamazione d’indipendenza da parte del futuro governo kosovaro comporterebbe molti rischi e pochi vantaggi. Da un lato, si porrebbe la questione della permanenza del contingente internazionale e quello, non secondario, soprattutto dal punto di vista economico, del ruolo delle Nazioni Unite in un’area con un tasso di disoccupazione tra il 60% e il 70% che dipende in modo cruciale dagli aiuti internazionali. Dall’altro, la proclamazione rischierebbe di poter contare solo sull’appoggio e sul riconoscimento degli Stati Uniti (il che non è certo poca cosa, anche per i possibili aiuti finanziari ed economici che ne potrebbero derivare). Mancherebbe la prospettiva europea, che nonostante tutto, rappresenta per tutti i paesi dell’area un fattore fondamentale.

Nonostante tutto ciò appare ormai sufficientemente certo che nei prossimi mesi, se non nelle prossime settimane, il Kosovo proclami la sua indipendenza. A questo punto alla diplomazia internazionale, e a quella europea in particolare, non sembra rimanere altra strada che accettare finalmente l’inevitabilità di una partizione della provincia e, partendo da tale dato di fatto, sforzarsi di negoziare in tempi rapidissimi una soluzione che possa risultare, se non condivisa, la meno traumatica possibile per le parti in causa così da evitare o limitare le ripercussioni e delineare, almeno nel lungo periodo, un percorso di definitiva stabilizzazione dell’area.