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Asia

Dalla corsa allo spazio nascono opportunità per l’Italia

23 Nov 2007 - Nicola Casarini - Nicola Casarini

Mentre l’Italia dibatte di strumenti e modi per far ripartire la crescita economica, l’Asia va alla conquista dello spazio. Alla fine di ottobre, la Cina è riuscita per la prima volta nella sua storia a inviare un satellite – il Chang’e – in orbita intorno alla luna. Il mese precedente, era stato il Giappone ad inviare il suo primo satellite lunare – il Kaguya. India, Corea del Sud e Taiwan si preparano a loro volta a mettere in orbita propri satelliti e ad intraprendere missioni verso la luna. In Asia è in atto una vera e propria corsa allo spazio che ha importanti risvolti economici e geopolitici. E che indica anche un graduale spostamento a Oriente del baricentro delle attività spaziali. Questo dinamismo asiatico, se intercettato e inserito nel giusto contesto politico, potrebbe creare grandi opportunità per l’industria spaziale italiana. E contribuire al rilancio del paese.

Alla conquista dello spazio
La Cina ha compiuto grandi balzi in avanti nello sviluppo di tecnologie e missioni spaziali. Nell’ottobre 2005 Pechino era riuscita a lanciare la sua seconda navetta – lo Shenzhou 6 – con un astronauta a bordo. La China National Space Administration sta attualmente lavorando allo Shenzhou 7 che prevederà anche una camminata nello spazio che ci si aspetta avrà forti ripercussioni emotive e simboliche sull’opinione pubblica cinese. La missione lunare di fine ottobre 2007 ha avuto luogo, significativamente, in concomitanza con la fine del XVII congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc). L’evento è stato trasmesso in diretta dalla televisione di stato. Come dichiarato da Ouyang Ziyuan, scienziato capo del programma lunare cinese, l’esplorazione della luna riflette la forza complessiva del paese ed è importante per elevare il prestigio internazionale e aumentare la coesione sociale. Secondo Michael Griffin, il capo della NASA , l’agenzia spaziale americana, i cinesi raggiungeranno la luna prima che gli americani ci ritornino. Le missioni spaziali cinesi non hanno solo scopi scientifici e di orgoglio nazionale. Hanno anche importanti ricadute sull’industria aerospaziale e altri settori tecnologici di punta, nonché sullo sviluppo dei missili balistici a media e lunga gettata. Sono gravide, insomma, di risvolti economici, ma anche politici e strategici in un’area del mondo caratterizzata da una forte competizione tra le maggiori potenze.

Il Giappone è il paese della regione che cerca con più determinazione di controbilanciare l’emergere della potenza cinese. Nel settembre 2007, un mese prima quindi della missione lunare cinese, Tokyo era riuscita, dopo vari tentativi e alcuni fallimenti, a immettere nell’orbita lunare il proprio satellite – il Selenological and Engineering Explorer (Selene). I dirigenti del Japan Aerospace Exploration Center , hanno orgogliosamente dichiarato che la loro missione lunare comporta un investimento complessivo di US$279 millioni e che rappresenta, ad oggi, il più grande programma di esplorazione della luna, in termini di scopi e ambizioni, dai tempi dell’Apollo. E non è solo la luna che è oggetto della competizione sino-giapponese. Nel febbraio di quest’anno, con il lancio del quarto ed ultimo satellite, Tokyo è riuscita a completare il suo sistema satellitare per osservazione – il Daichi – che può spiare ogni parte della terra. Ciò permetterà al Giappone di raccogliere maggiori informazioni e diminuire la dipendenza dall’alleato americano. Il sistema Daichi è inoltre pensato in diretta competizione con il sistema satellitare cinese. Nello stesso mese, Pechino aveva lanciato il suo quarto satellite Compass e a giugno ne ha lanciato il quinto. Questi satelliti fanno parte del più ampio sistema di navigazione satellitare cinese – il Beidou – che Pechino spera di far diventare operativo nel 2008. E mentre la Cina e il Giappone competono nei cieli, l’India si prepara a raggiungerli.

Nuove tigri spaziali
Il governo indiano sta lavorando al suo satellite lunare, il Chandrayaan-1, che dovrebbe essere lanciato il prossimo aprile. L’ Indian Space Research Organization, l’agenzia spaziale indiana, sta anche pianificando una missione umana in orbita terrestre entro il 2014 e una missione sulla luna per il 2020. New Delhi è impegnata ad aumentare le sue capacità spaziali, sia civili che militari, in maniera da competere con i programmi cinese e giapponese. E nel frattempo, anche la Corea del Sud si sta muovendo. Seoul intende diventare una delle dieci maggiori potenze spaziali del mondo. A tal fine, il Korea Aerospace Research Institute ha annunciato il lancio del Korea Space Launch Vehicle-1 e di un satellite sperimentale per la fine di dicembre. Il governo coreano sta inoltre pianificando una missione lunare mentre il primo astronauta sud-coreano verrà lanciato nello spazio il prossimo aprile su una navetta russa. La Corea ha messo in orbita, finora, dieci satelliti. L’obiettivo dichiarato è di raggiungere l’indipendenza nella costruzione e nel lancio di satelliti e a tale scopo il governo ha investito US$323 milioni in un nuovo centro spaziale che dovrebbe essere pronto nel 2008. Indipendenza spaziale che è sempre più ricercata da un’altra delle tigri asiatiche: Taiwan. Quest’ultima ha attualmente tre satelliti in orbita – il Formosat 1, 2 e 3 – e sta lavorando al Formosat 4. La National Space Organization di Taipei ha recentemente adottato il secondo piano quindicinale di sviluppo delle tecnologie spaziali investendo una somma di US$833 milioni per lo sviluppo di tecnologie autoctone che permettano la costruzione e il lancio di microsatelliti per il 2010 con tutte le implicazioni che si possono immaginare per l’ordine strategico in Asia orientale. Una cosa è chiara, comunque. Il baricentro dell’ ordine spaziale internazionale si sta gradualmente spostando a Oriente.

Un’opportunità per l’Italia
Per un paese come l’Italia, povero di materie prime, con un invecchimento crescente della popolazione e con una specializzazione industriale che lo espone particolarmente alla concorrenza di paesi emergenti come la Cina e l’India – non vi sono alternative al declino se non il mantenimento e l’ulteriore sviluppo della capacità tecnologica e di innovazione. E l’aerospaziale, con le sue ricadute in vari settori tecnologici di punta, ben si candida a far da traino all’intera economia e a mantenere l’Italia nel novero dei grandi paesi industrializzati. Come ben documentato nel libro di Giancarlo Elia Valori sulla geopolitica dello spazio l’Italia si è affermata, negli anni, come una delle maggiori potenze spaziali europee. Secondo i ricercatori dell’ Agenzia Spaziale Italiana l’Italia ha raggiunto punte di eccellenza nello sviluppo della strumentazione per l’osservazione e l’esplorazione dello spazio e in attività del campo dell’ingegneria spaziale quali radaristica, telecomunicazioni, robotica e tecnologie per la propulsione. La recente missione dello Space Shuttle ha portato in orbita il modulo Nodo2 della Stazione Spaziale Internazionale: costruito dall’ Ente Spaziale Europeo in Italia. Le imprese del comparto aerospaziale rappresentano il principale settore manifatturiero nel contesto dei sistemi integrati ad alta tecnologia dando lavoro a migliaia di addetti con elevati livelli di specializzazione. Il comparto è il settimo al mondo e quarto in Europa. Considerando anche l’indotto si può ben intuire l’importanza dell’aerospaziale per il rilancio della competitività internazionale del paese.

Vita tua, vita mea
Andrebbe incontro all’interesse nazionale cogliere le opportunità che emergono dal dinamismo spaziale in Asia. Secondo gli analisti, la Cina da sola è oramai diventata il secondo mercato al mondo per i prodotti e le tecnologie spaziali, dietro solo agli Stati Uniti. Parte delle ingenti riserve valutarie cinesi potrebbero inoltre riversarsi in Italia in settori maturi e tecnologicamente promettenti come l’aerospaziale. Nel caso di Pechino, però, si apre una questione politica che chiama in gioco il nostro sistema di alleanze. Come ricordato in un precedente articolo, Pechino potrebbe un giorno trovarsi in conflitto con il nostro alleato americano. Alcuni settori dell’amministrazione americana, in particolare il Pentagono, considerano la Cina un “competitor” spaziale. Non bisogna dimenticare che i policy makers americani non hanno visto di buon occhio la cooperazione Ue-Cina nello sviluppo del sistema satellitare europeo Galileo e si sono opposti fermamente ad ogni tentativo di levare l’ embargo delle armi imposto dalla Comunità Europea alla Cina all’indomani del massacro di piazza Tiananmen. Ora, la presenza dell’embargo rappresenta una discriminazione verso Pechino, legata alla questione dei diritti umani. Che non è più solo un affare domestico. Ma si ripercuote fuori dai confini cinesi sul sostegno di Pechino, più o meno aperto, alle atrocità di certi regimi quali quello sudanese e birmano.
L’Occidente spera che l’aumento del benessere produca anche maggiori libertà politiche interne, e aiuti la Cina a diventare un ’responsible stakeholder’ della comunità internazionale. Ma mentre si aspetta una trasformazione che tarda ad arrivare e che potrebbe avere caratteristiche diverse da quelle auspicate, il dragone asiatico è diventato un fattore centrale del sistema internazionale. E la tendenza è che Pechino caratterizzerà sempre più i decenni a venire. Diventando per il XXI secolo quello che gli Stati Uniti sono stati per il XX. In un tale contesto, l’Occidente non può più eludere la questione della potenza cinese in tutte le sue dimensioni: economica, politica, tecnologica, spaziale, ma anche militare e strategica.

Una sfida complessa. Ma meritevole di essere intrapresa in questa fase storica. E potrebbe essere proprio l’Italia a fare da apripista, a nome dell’Occidente. Con il supporto del mondo scientifico ed universitario. Che si è impegnato notevolmente sulle dinamiche economiche e commerciali. Ma che ha alquanto tralasciato la dimensione più propriamente politica e militare. Un tipo di conoscenza indicata, tra l’altro, come una delle priorità dalla Commissione Europea nel suo ultimo documento sulla Cina.

Dalla proposta di idee nuove riguardo a come affrontare e integrare la potenza cinese, potrebbero discendere prospettive di maggiore collaborazione tra Italia (ed Europa) e la Cina sulla ricerca e sviluppo di tecnologie e missioni spaziali. In modo che, se davvero i cinesi saranno, un giorno, i primi a rimettere piede sulla luna ci sia, quel giorno, anche un astronauta italiano a rifare, novello Marco Polo, lo stesso percorso di tanti secoli addietro, ma su una navicella spaziale e passando per la luna stavolta. Ciò contribuirebbe non solo a rafforzare l’integrazione tra Cina ed Occidente. Ma anche all’affermarsi del sempre più necessario paradigma: vita tua, vita mea.